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Convegno: “Mai più sole: le esigenze e i diritti delle gestanti e madri con gravi difficoltà personali e familiari e dei loro nati. La prevenzione degli abbandoni e degli infanticidi” – Roma 10 0ttobre 2011

 

Sintesi dei lavori del pomeriggio (1)

I lavori del pomeriggio sono stati aperti dalla tavola rotonda “Le scelte delle Istituzioni per garantire idonei interventi alle gestanti, alle madri e ai loro nati ed il rispetto del segreto del parto”. Sono intervenuti: Frida Tonizzo, Consigliere nazionale Anfaa; Melita Cavallo, Presidente del Tribunale per i minorenni di Roma; Aldo Forte, Assessore alle Politiche Sociali e alla Famiglia della Regione Lazio; Mimmo Lucà, Deputato, presentatore della proposta di legge n. 3303 “Norme riguardanti interventi in favore delle gestanti e delle madri volti a garantire il segreto del parto alle donne che non intendono riconoscere i loro nati” e Luciano Tosco, Dirigente delle Politiche sociosanitarie del Comune di Torino.

Frida Tonizzo ha aperto e coordinato la tavola rotonda del pomeriggio precisando che «l’Anfaa, l’Associazione promozione sociale insieme alle altre associazioni aderenti al Coordinamento sanità e assistenza fra i movimenti di base di Torino svolgono un’attività promozionale e di tutela dei diritti della fascia più debole della popolazione e per scelta statutaria non svolgono alcuna attività gestionale»: il forte impegno finora svolto ed i positivi risultati raggiunti da queste associazioni sono ampiamente documentati nella rivista Prospettive assistenziali, uno dei promotori del convegno.

E’ intervenuto poi Luciano Tosco (dirigente delle politiche socio-sanitarie del Comune di Torino), il quale ha messo in evidenza come «la povertà materiale, culturale e relazionale colpisca prevalentemente le donne madri, per cui quelle in difficoltà sono sempre di più e sempre più sole e lo saranno sempre di più per i tagli degli stanziamenti dovuti al risanamento dei bilanci e il rilancio dello sviluppo dei mercati finanziari». Luciano Tosco ha successivamente ripreso sinteticamente i contenuti della legge del Piemonte (n. 16 del 2006), la quale prevede che la Giunta regionale individui, tra i diversi soggetti gestori delle funzioni socio-assistenziali, quelli a cui affidare gli interventi socio-assistenziali nei confronti delle gestanti che necessitino di specifici sostegni in ordine al riconoscimento o meno dei loro nati e al segreto del parto. È altresì previsto che gli interventi siano erogati, su richiesta della donna interessata, indipendentemente dal reddito e dalla residenza anagrafica o dalla dimora e siano garantiti per il periodo della gravidanza e per i 60 giorni successivi al parto (tempo che la legge consente alla donna per decidere, previa istanza al Tribunale per i Minorenni da parte della stessa). Ha precisato che, con deliberazione del dicembre 2006, la Giunta regionale ha successivamente individuato i Comuni di Torino e di Novara, nonché i Consorzi intercomunali aventi sede ad Alessandria e a Cuneo quali poli per gli interventi di cui alla legge 16/2006 ed ha definito criteri, procedure e modalità degli interventi di sostegno. Tosco segnala quindi che dal 2007 la Città di Torino ha costituito una équipe specifica, a livello cittadino, formata da personale del Settore minori che opera a tempo parziale, composta da una assistente sociale, una educatrice e un educatore per l’individuazione del bisogno e l’eventuale inserimento della gestante in strutture di accoglienza.

Ha inoltre ricordato che è attivo un numero verde Sos Donna, in precedenza gestito dalla Provincia di Torino e ha infine anticipato alcuni aspetti di un progetto che il Comune di Torino sta elaborando, che consiste: nella pubblicizzazione delle attività del servizio attraverso la realizzazione e la diffusione di locandine e opuscoli da distribuire negli altri servizi e nei punti strategici della Città, da realizzare di concerto con gli altri Enti gestori interessati e la Regione; nell’individuazione di almeno una seconda struttura di accoglienza per le gestanti; nella sperimentazione di affidamenti familiari per gestanti nonché l’attivazione di rapporti sistematici e formalizzati con le Aziende sanitarie sia locali che ospedaliere per il percorso di sostegno e accompagnamento socio-psico-ginecologico-ostetrico.

Aldo Forte (Assessore alle politiche sociali e alla famiglia della Regione Lazio), impossibilitato a partecipare, è stato rappresentato da un funzionario il quale ha letto la relazione redatta dallo stesso Assessore segnalando che nel 2007, ultimo dato disponibile, su 1.344 minori adottabili, 641 non erano stati riconosciuti alla nascita, mentre nel 2006 erano stati 501 su 1.254, nel 2005 429 su 1.168, nel 2004 410 su 1.064 solo a Roma i minori non riconosciuti, nell’ultimo anno preso in esame, sono aumentati del 20%. Pertanto la possibilità di avvalersi della segretezza del parto si dimostra essere un fattore fondamentale che ha consentito a centinaia di bambini di nascere. Il problema non riguarda solo donne immigrate, nel 55% dei casi si tratta di donne sole. «È indubbio», ha affermato il rappresentante dell’assessore, «che di fronte a uno scenario di questo tipo siano necessari adeguati interventi normativi e una programmazione delle azioni aderente ai bisogni». Ha quindi ricordato l’esperienza della Regione Marche che nel suo Piano sociale ha inserito un’analisi dettagliata e aggiornata delle condizioni e dei bisogni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Ha quindi analizzato la situazione del Lazio, Regione impegnata «in una riforma complessiva del sistema sociale. Nel testo della proposta di legge con cui intendiamo realizzare tale innovazione abbiamo inserito uno specifico articolo dal titolo “Azioni in favore delle persone vittime di violenza e delle donne gestanti o madri in situazione di disagio sociale”». Tra le azioni che sono indicate viene evidenziata la necessità di fornire sostegno materiale, psicologico, legale ed abitativo di emergenza alle gestanti in difficoltà, anche con la realizzazione di strutture e percorsi personalizzati.

Sottolinea poi che un punto determinante e dolente della questione a livello nazionale è il problema delle risorse. Infatti il Fondo per le politiche sociali è passato dai circa 825 milioni del 2006 ai 380 del 2010, fino ai 218 milioni del 2011, cifra che calerà ancora per il 2012 (70 milioni) e per il 2013 (circa 45 milioni). Hanno subito una riduzione consistente anche il Fondo famiglia e il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, mentre il Fondo per i servizi all’infanzia, per cui sono stati stanziati 100 milioni di euro negli anni 2008 e 2009, dal 2010 è stato del tutto azzerato!!

Ha successivamente messo in evidenza che «se è vero che lo Stato anche su questa materia ha demandato alle Regioni e agli enti locali le competenze, è altrettanto vero che in qualsiasi processo di devoluzione lo Stato deve garantire che le autorità locali abbiano le risorse finanziarie necessarie per adempiere efficacemente alle responsabilità sociali, che nel caso specifico consistono nell’uniforme godimento dei diritti da parte di tutti i bambini e le bambine sul territorio nazionale, con particolare attenzione a coloro che appartengono ai gruppi più vulnerabili», aggiungendo che «andrebbero definiti pertanto i Livelli essenziali delle prestazioni sociali, problema sul quale la Conferenza delle Regioni sta conducendo una vera e propria battaglia» e che «per quanto riguarda la prevenzione degli abbandoni bisogna innanzitutto rafforzare il ruolo dei soggetti coinvolti con particolare attenzione alle associazioni perché spesso vengono per prime a contatto con il disagio».

Ha quindi preso la parola Melita Cavallo (presidente del Tribunale per i minorenni di Roma) che ha evidenziato come i tagli dei finanziamenti pregiudichino in maniera preoccupante la possibilità di agire concretamente in aiuto alle famiglie in difficoltà, in particolare delle gestanti e madri. Ha sostenuto che «la femminilizzazione della povertà è una caratteristica oggi dominante: donne sole, donne che si sono dovute separare da conviventi violenti. Nel nostro tribunale abbiamo aperto un servizio che fornisce informazioni corrette e invia immediatamente la donna ai centri antiviolenza, attivando già un contatto e orientandola verso una determinata persona: a volte è già colui o colei che gestisce la casa-famiglia, altre volte l’avvocato che la può aiutare». Iniziativa assunta in seguito ad istanze di aiuto presentate al Tribunale per i minorenni da donne in gravidanza e sole cacciate dal proprio convivente da casa.

Ha inoltre precisato: «Anche se non è competenza del Tribunale per i minorenni abbiamo ritenuto che c’era un bisogno cui abbiamo dato una risposta, cioè protezione e tutela. Per quel che riguarda in particolare le donne straniere e in particolare quelle sole e senza permesso di soggiorno è evidente che la situazione è molto grave. Il tema che l’Anfaa ha sollevato e portato all’attenzione nazionale è sicuramente urgente e rilevante a cui occorrerebbe dare immediate risposte. Ma da parte di chi? Non certo dal settore giudiziario, che può segnalare, sostenere, denunciare ma non ha altra possibilità di intervenire, né può attivare il privato sociale. Le donne sicuramente, come ha detto Tosco, sono lasciate sole in questa città, naturalmente non per cattiva volontà, perché il Lazio fornisce alle donne non residenti solo le prestazioni sanitarie e non quelle sociali, perché in base alle leggi vigenti se la donna non ha permesso di soggiorno nulla le è dovuto da parte dei servizi socio-assistenziali. Di conseguenza c’è stato un periodo di alcuni mesi in cui non sono più nati bambini partoriti da donne straniere prive di permesso di soggiorno. Ho avuto molte denunce, che ho provveduto a trasmettere a chi di dovere: questi bambini non venivano più partoriti nelle strutture pubbliche, ma non si sapeva dove nascessero».

Ha puntualizzato che «il tema sollecitato dall’Anfaa è di rilevanza sociale e costituzionale perché a ogni persona presente sul nostro territorio deve essere riconosciuto il suo diritto alla vita e al lavoro». nel Lazio, ha aggiunto la Presidente del Tribunale per i minorenni di Roma, «l’affidamento familiare non funziona anche se ne fanno tanti, ma sono “affibbiamenti”, di veri affidi ne ho visti pochi in due anni e mezzo». Ha, in chiusura, segnalato che è in atto un dibattito sulla possibilità o meno del ragazzo adottato, non riconosciuto alla nascita, di avere accesso ai dati della donna che ha partorito in anonimato.

Al riguardo Frida Tonizzo ha replicato sostenendo che «la discussione su questo tema così delicato richiederebbe molto tempo e, forse, un altro convegno». Ha poi precisato: «Riteniamo ci sia da fare ancora un grosso lavoro sul piano culturale e nei confronti dei mezzi di informazione perché non si possono continuare a definire “abbandonati” i bambini non riconosciuti alla nascita» aggiungendo che «le risonanze negative che il termine “abbandonato” ha sulla vita degli adottati non riconosciuti possono essere una delle ragioni per cui alcuni di loro sperano di trovare nel rintraccio della persona che li ha generati una risposta alle difficoltà personali e/o esistenziali che hanno vissuto o stanno vivendo» e che «non è dal rintraccio che può arrivare una risposta, bensì da una accettazione della propria condizione, che deve basarsi su una valutazione anche positiva della decisione che ha determinato la loro adozione».

È seguito l’intervento dell’on. Lucà, presentatore della proposta di legge n. 3303 “Norme riguardanti interventi in favore delle gestanti e delle madri volti a garantire il segreto del parto alle donne che non intendono riconoscere i loro nati” il cui testo è stato predisposto con la collaborazione delle associazioni promotrici del Convegno, mettendo in evidenza che affinché i diritti siano veramente esigibili occorre che siano previsti i necessari finanziamenti.

L’On. Lucà ha evidenziato come la proposta di legge non dovrebbe sollecitare alcuna opposizione. «Anzi», ha precisato, «dovremmo ottenere la discussione in Commissione in sede legislativa; non c’è conflitto tra maggioranza e opposizione, non credo ci sia neanche conflitto di attribuzione con riferimento all’articolo 117, 2° comma con le Regioni poiché in materia di livelli essenziali delle prestazioni lo Stato ha competenza esclusiva. Ne consegue che il Parlamento può legiferare, anche perché il testo della proposta di legge non entra nel merito dell’organizzazione dei servizi, materia spettante alle Regioni e alle Province di Trento e Bolzano».

Ha poi concluso richiamando la necessità di una concertazione con la Conferenza delle Re­gio­ni ed ha ribadito l’auspicio che venga avviato il percorso diretto ad ottenere l’approvazione in sede legislativa da parte della Commissione Affari sociali.

Ha infine preso la parola l’on. Luisa Capitanio Santolini, che ha manifestato il suo profondo interesse, per la tematica affrontata che l’ha portata a dare la sua convinta adesione al disegno di legge presentato dall’on. Lucà e che l’impegna a promuoverne la rapida approvazione per poter arrivare a dare risposte certe alle gestanti e alle mamme in gravi difficoltà familiari, nonché ai loro nati.

Frida Tonizzo, dopo aver affermato che le organizzazioni promotrici del convegno seguiranno attentamente i lavori parlamentari e aver chiesto al funzionario della Regione Lazio di intervenire presso la Conferenza delle Regioni, ha informato i congressisti che era stata caldeggiata la presenza del Sottosegretario Giovanardi, anche perché il suo Dipartimento aveva erogato un milione di euro affidando alcune attività riguardanti le madri e i bambini al consorzio “Preferire la vita”, formato dal Movimento per la vita e dalle Associazione AiBi e Papa Giovanni XXIII.

L’Anfaa aveva chiesto, senza avere avuto riscontri, al sottosegretario Giovanardi di poter conoscere e verificare come venivano spesi questi fondi pubblici.

In riferimento al progetto di un incontro sui tagli alla spesa sociale, prospettato dalla presidente Cavallo, fra magistrati minorili e assessori regionali ai Servizi sociali, Tonizzo ha confermato la disponibilità a partecipare non solo dei promotori del Convegno, ma anche delle Associazioni intervenute al convegno che quotidianamente si confrontano con questa realtà, di modo che ognuno possa dare il proprio contributo per raggiungere l’obiettivo comune di migliorare le condizioni di vita delle donne e dei bambini di cui si è parlato oggi e che certamente non possono trovare risposte nelle culle, anche se termiche, che continuano ad essere proposte.

Va ricordato infine che l’Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie ha attivato una rilevazione in merito alla normativa regionale, in materia di diritti delle gestanti e madri con gravi difficoltà personali e familiari e dei loro nati, assunta ai sensi dell’ art. 8, comma 5 della legge 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, la quale attribuisce alle regioni il compito di disciplinare il trasferimento ai comuni o ad altri enti locali delle funzioni di cui alla legge 6 dicembre 1928 n. 2838 concernente le prestazioni obbligatorie relative alle gestanti e madri, ai nati fuori dal matrimonio, ai bambini non riconosciuti.

I risultati di tale ricerca sono in fase di ultimazione e saranno riportati su un prossimo numero del Bollettino.

 

(1) La sintesi dei lavori della mattinata è stata pubblicata sul n. 4/2011 del bollettino: una sintesi più ampia e articolata dei lavori di tutta la giornata inoltre, sarà pubblicata su un prossimo numero della Rivista Prospettive Assistenziali.

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