torna all’indice del Bollettino 1-2 2014

Adozioni internazionali

Intervista alla presidente della commissione sulle adozioni internazionali Silvia Della Monic 

Riportiamo l’intervista di Mauro Bazzucchi del 17 maggio 2014 tratta da ilVelino/AGV NEWSRoma

Nel 2013 le coppie italiane hanno adottato circa tremila bambini. Se si dovesse stilare una classifica delle nazioni più civili e virtuose, sulla base delle richieste di adozioni internazionali, l’Italia rappresenterebbe di certo un’eccellenza mondiale. Da sempre, infatti, le coppie italiane sono ai primi posti tra i paesi destinati all’accoglienza. Non solo: gli italiani sono il popolo che in questo campo ha maggior spirito di sacrificio, accettando di farsi carico di casi più impegnativi dal punto di vista umano e sanitario, come ad esempio bambini grandi, o con malattie anche gravi. Il nostro governo, per regolamentare il flusso delle adozioni, ha creato una struttura ad hoc, la Commis­sione per le adozioni internazionali, che opera presso la presidenza del Consiglio. Il VELINO ha intervistato la presidente della commissione Silvia Della Monica, per sapere come opera questa struttura e qual è, nel nostro paese, lo stato dell’arte in questo campo.

 

Presidente, forse la commissione per le adozioni internazionali non è conosciuta a sufficienza dall’opinione pubblica. Può dirci qual è la sua funzione specifica e come funziona?

“La nostra Commissione è l’autorità centrale del nostro Paese in materia di adozioni internazionali rispetto al Segretariato de l’Aja, ed è composta dai rappresentanti dei Ministeri interessati, dai rappresentanti degli enti locali, dai rappresentanti delle famiglie e dagli esperti e richiede un coordinamento di competenze e di interventi, che solo la Presidenza del Consiglio è in grado di assicurare. La Convenzione de l’Aja, che l’Italia ha ratificato con la legge 31 dicembre 1998 n. 476, muove dalla fondamentale premessa che la condizione dei bambini che si trovano in situazione di abbandono o di grave carenza economico-sociale va aiutata e migliorata innanzitutto nel loro paese e per questo collega le problematiche relative all’adozione internazionale con l’attività di cooperazione internazionale. Inoltre la Convenzione si fa carico della situazione di debolezza in cui versano molte famiglie nei paesi di origine e della conseguente esposizione al commercio dei bambini e, conseguentemente, stabilisce che nessuna adozione internazionale deve essere consentita, se il minore non sia stato dichiarato adottabile dall’autorità competente del suo Stato e se questa autorità non abbia accertato l’impossibilità del suo affidamento nel paese stesso. La Convenzione esige inoltre che nessuno tragga arricchimenti illeciti di qualsiasi natura da attività svolte in materia di adozione internazionale e impone agli Stati aderenti di apprestare organismi di elevata professionalità, moralità e adesione ai principi della Convenzione stessa”.

 

E in particolare in Italia come funziona?

“Con l’approvazione e l’entrata in vigore nel 1998 della legge di ratifica, il sistema delle adozioni internazionali in Italia è stato completamente ridefinito. La ratifica ha segnato per l’Italia la fine di un sistema improntato al fai da te, fondato sull’iniziativa personale degli aspiranti genitori adottivi e ha delineato un iter ben articolato, che è scandito da fasi ben distinte e che prevede l’intervento e l’interazione di più soggetti specializzati. Noi svolgiamo, quindi, una delicata funzione di controllo e garanzia dell’intera procedura, autorizzando l’’attività degli enti e vigilando sul loro operato”.

 

Quali sono i requisiti per le adozioni internazionali?

“I requisiti per l’adozione internazionale sono gli stessi previsti per l’adozione nazionale, e sono definiti dall’art. 6 della legge 184/83 (come modificata dalla legge 149/2001). La procedura si articola attraverso una serie di passaggi:

  1. a) La presentazione della dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale al Tribu­nale per i minori;
  2. b) L’indagine dei servizi territoriali;
  3. c) Il decreto di idoneità, rilasciato dal Tribunale per i minorenni;
  4. d) L’incarico ad un ente autorizzato, che segue i coniugi, svolge le pratiche necessarie per tutta la complessa procedura e trasmette tutta la documentazione riferita al bambino, insieme al provvedimento del giudice straniero, alla Commissione per le adozioni internazionali in Italia;
  5. e) L’autorizzazione all’ingresso del minore adottato. La Commissione per le adozioni internazionali autorizza l’ingresso del bambino adottato in Italia e la sua permanenza, dopo aver certificato che l’adozione sia conforme alle disposizione della Convenzione de L’Aja;
  6. f) La trascrizione del provvedimento di adozione. La procedura si conclude con l’ordine, da parte del tribunale per i minorenni, di trascrizione del provvedimento di adozione nei registri dello stato civile”.

 

Quali sono gli stati più virtuosi in tema adozioni internazionali? Come colloca l’Italia in un ideale classifica?

“Il sistema italiano in ambito internazionale viene considerato “un modello” da seguire grazie anche all’attività costante di raccordo e confronto che l’Italia svolge con tutti i Paesi di accoglienza. Con i Paesi di origine (cioè paesi dove l’Italia adotta) esistono ormai rapporti consolidati e di collaborazione. L’Italia si assicura che in tutti gli Stati stranieri in cui opera per le adozioni internazionali le normative e le procedure di adozione siano rispettose dei principi espressi dalla Convenzione dell’Aja in materia di adozione internazionale e che quindi rispondano agli standard di garanzia e trasparenza necessari ad assicurare la tutela del superiore interesse dei minori. Fermo ciò, i vari Stati hanno ognuno procedure e modalità operative spesso profondamente diverse e ciò comporta per la Commissione una delicata, complessa e continua attività di confronto, controllo e verifica per assicurare l’effettivo rispetto sia dei diritti dei minori adottati che degli aspiranti genitori adottivi. A tal fine una delle attività che impegnano particolarmente la Commissione è la negoziazione e la stipula di Accordi bilaterali con i vari paesi di origine atti a facilitare i rapporti tra i due paesi e a rendere il sistema di adozione più sicuro. E’ interessante notare, come per alcuni paesi, come ad esempio la Federazione Russa e il Brasile, l’Italia rappresenta il paese più affidabile nel panorama delle adozioni internazionali, fino al punto di avere rapporti quasi esclusivamente con l’Italia. E’ evidente che essendo spesso i paesi di origine paesi con forti problematiche sociali, economiche e politiche, di volta in volta si possono avere delle “crisi paese” (vedi Ucraina) che si riflettono ineluttabilmente anche sulle adozioni, che pertanto possono subire forti rallentamenti o sospensioni (che incidono quindi qualche volta in maniera determinante sul numero complessivo di adozioni portate a termine – elementi questi importanti da considerare nella lettura dei dati). Si è riscontrato, inoltre, che negli anni il proficuo confronto con i paesi di accoglienza (come è l’Italia) ha consentito nei paesi di origine l’elevarsi della sensibilità politica ed istituzionale che ha portato a sviluppare ed implementare politiche nazionali di maggiore tutela dei diritti dei minori, che hanno determinato, quindi, in quei paesi modifiche normative, che da una parte hanno rallentato le procedure di adozione (anche perciò con un calo del numero dei bambini adottati in quei paesi), ma che, d’altra parte, hanno significato per questi paesi l’elevarsi dello standard qualitativo delle tutele per i minori e quindi una maggiore aderenza alle normative internazionali poste a presidio di tali diritti”.

 

Ci può fornire alcuni dati?

“Nel corso dell’anno 2013 le famiglie italiane hanno realizzato l’adozione internazionale di 2.825 bambini, provenienti da ben 56 diversi Paesi. Il dato raggiunto, considerato il significativo decremento del fenomeno a livello mondiale, ha però registrato un calo inferiore rispetto all’anno precedente (con una flessione delle coppie adottive del 7,2% rispetto al 2012 paragonata al calo del 21,7% del 2012 rispetto al 2011) con margini percentuali più contenuti di quelli emersi in altri Paesi europei o extra-europei. Anche nel 2013 si è quindi registrata una stabilizzazione della disponibilità delle famiglie italiane ad adottare nonostante il continuo cambiamento del contesto internazionale e la crisi economica. Questi dati confermano come l’Italia rappresenti uno dei Paesi di destinazione più attivi nello scenario internazionale, in grado di offrire un’accoglienza che tenga conto delle sempre diverse e particolari esigenze dei bambini stranieri in stato di adottabilità. Le famiglie italiane dimostrano una grande sensibilità alle adozioni, infatti, più che negli altri paesi di accoglienza, sono disponibili ad adottare bambini grandi, che hanno problemi di salute, anche gravi e non reversibili, gruppi di fratrie (e cioè i cd “special needs” secondo i criteri della Convenzione Aja). Se si vuole considerare il fenomeno (o il successo) dell’adozione internazionale tenendo presente solo l’ottica dei numeri, l’Italia, storicamente sempre ai primi posti, per il 2013 si colloca al secondo posto dopo gli Stati Uniti. Preme però mettere in evidenza che una lettura che pone l’attenzione solamente sul dato numerico rischia di falsare l’analisi del fenomeno, poiché sposta l’attenzione dalla qualità alla quantità. E’ assolutamente necessario, invece, valutare il fenomeno sotto il profilo della qualità, e sotto questa ottica il sistema di accoglienza adottiva italiano complessivamente, sia con riguardo alla disponibilità e alle capacità delle coppie adottive, sia con riguardo al sistema istituzionale posto a governo dell’intera procedura, risponde nella maniera più idonea a livello mondiale ai reali e più profondi bisogni dell’infanzia abbandonata”.

Quanto è stato fatto negli ultimi anni e quanto c’è da fare in questo campo?

“Molto è stato fatto, ma la situazione nazionale e internazionale è mutata e la Commissione deve essere rilanciata sul piano nazionale e internazionale. Sul piano internazionale occorre anzitutto incentivare la collaborazione in materia di adozioni partendo dal presupposto che l’adozione internazionale, svolta secondo i principi della convenzione de l’Aja, è una forma di tutela dei diritti umani e in particolare dei diritti dei minori, quindi occorre intensificare i rapporti con le autorità centrali che si occupano di adozioni internazionali e approfondire legislazioni e procedure giurisdizionali. Penso anche alla rinegoziazione degli accordi in materia di adozioni internazionali con i paesi che non hanno ratificato la convenzione Aja e quelli che l’hanno ratificata (in tal senso anche la raccomandazione del Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza). Ciò è condizione ne­cessaria affinché possano essere garantiti i diritti fondamentali del bambino, primo fra tutti quello dell’accertamento del suo effettivo stato di adottabilità. Dobbiamo infatti porre il principio dell’interesse superiore del bambino come cardine nella legislazione, e nelle procedure che disciplinano l’adozione e garantire, rafforzandolo, un follow-up sistematico sul benessere dei bambini adottati durante gli anni precedenti e sulle cause e le conseguenze dell’interruzione dell’adozione. In Italia c’è da effettuare una verifica degli enti autorizzati, per verificare la loro adeguatezza sotto il profilo delle competenze, delle modalità operative e dei requisiti, nonché verificare e razionalizzare i costi delle adozioni. E, tra le altre cose, ottenere l’incremento delle risorse e in particolare dotare la Com­missione di un apposito fondo per svolgere i complessi compiti in sede nazionale e internazionale”.

 

Sempre in tema di dati: quante sono in Italia le richieste di adozione, e quante, in percentuale, giungono a buon fine?

“La “disponibilità ad adottare” (tecnicamente non esiste la “richiesta di adozione”) in Italia è molto alta. I decreti di idoneità all’adozione di minori stranieri (emessi dai Tribunali per i Minorenni) pervenuti alla Commissione sono numerosi (ad esempio, con riferimento al periodo 2010-2013, abbiamo 4277 decreti nel 2010; 4023 nel 2011, 3893 nell’anno 2012 e 2909 nel 2013). Da sempre, il monitoraggio dei dati ha registrato un fisiologico decremento del numero dei proseguimenti dei percorsi adottivi rispetto ai decreti emessi, in ogni caso nel tempo una lettura complessiva dell’andamento del processo fa registrare un completamento dei percorsi adottivi abbastanza elevato. Bisogna però mettere in evidenza che il percorso adottivo si sviluppa attraverso diverse fasi la cui durata non è sempre identica per molteplici ragioni, ad esempio varia a seconda del paese straniero in cui si decide di adottare e dalla disponibilità della coppia”.

 

Come vede la possibilità di adottare da parte di singles?

“La normativa italiana vigente non prevede la possibilità di adottare da parte dei singles. In ogni caso, va evidenziato che la maggior parte dei paesi di origine, comunque, non consente l’adozione dei propri minori da parte di persone non coniugate”.

 

Quante coppie ricorrono all’affido internazionale temporaneo?

“L’istituto dell’affido internazionale temporaneo non esiste. Se con tale espressione ci si vuole riferire ai cosiddetti “soggiorni terapeutici” o “soggiorni di risanamento” che coinvolgono i bambini provenienti dalle aree limitrofe a Chernobyl, bisogna dire che tali programmi esulano dalle competenze della Commissione. Negli anni, però, i soggiorni di questi bambini in Italia hanno fatto nascere legami affettivi molto forti tra loro e le famiglie che li accolgono, tali da determinare spesso queste famiglie ad intraprendere il percorso per adottarli. Questo ha determinato la necessità di confrontarsi con la Bielorussia (paese di origine della quasi totalità di questi bambini) per trovare modalità legittime e corrette per far sì che tale percorso potesse svolgersi nel pieno rispetto dei diritti dei minori. Infatti, moltis­simi dei bambini bielorussi che beneficiano dei programmi di risanamento non sono adottabili (per intenderci hanno famiglie di origine), e quindi si è dovuto procedere a regolamentare tale fenomeno”.

* * *

Adozione internazionale: una storia di “ordinario orrore”

Abbiamo recentemente raccolto la testimonianza – testimonianza che riportiamo qui a seguito della nostra breve introduzione – dei genitori adottivi di tre minori di 12, 11 e 9 anni provenienti dalla Bulgaria; l’adozione si è conclusa tramite l’Ente Autorizzato AiBi.

Dopo pochi mesi dal loro ingresso in Italia i minori hanno manifestato i primi riferimenti verbali ad episodi di abuso vissuti in istituto, che i genitori hanno prontamente raccolto ……. da questo momento la storia di questa famiglia è profondamente segnata dall’orrore che emerge via via dai racconti dei bambini, racconti che sono stati da subito giudicati “del tutto attendibili e privi di induzione” da parte degli esperti che li stanno accompagnando nella difficile elaborazione dei traumi subiti.

Nel novembre 2012 i genitori hanno inviato una lettera indirizzata al Presidente della Commis­sione per le adozioni internazionali, al Presidente della Corte Europea Diritti dell’Uomo, al Vice Presidente della Corte Europea Diritti dell’Uomo, al Cancelliere della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, al Presidente Consiglio dei Ministri, al Ministro della Giustizia e al Ministro del Dipar­timento per le Politiche della Famiglia. In questo documento hanno raccontato i dettagli della loro storia e di quanto subito dai loro bambini, chiedendo “l’intervento delle Autorità in indirizzo affinché si attivino direttamente e sollecitino gli organismi internazionali competenti e/o le autorità nazionali bulgare al fine di far piena luce sulle vicende sopra narrate, per mettere immediatamente fine agli atroci reati commessi nell’istituto lager di (omissis), punendo adeguatamente i colpevoli ad ogni livello di responsabilità. Questo ci spinge a sporgere la presente denuncia, a confidare in un pronto riscontro della presente e nell’immediato intervento dell’Autorità ai fini di punire i colpevoli, ad ogni livello di responsabilità, di tali atroci reati e ancor di più per sottrarre le anime innocenti che giacciono o che ancora sono solo destinate a finire nell’inferno-lager di (omissis), dalle mani del grande Orco” .

Ad oggi (giugno 2014), dopo oltre 1 anno, non hanno avuto nessun riscontro.

Il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti ha raccolto la storia di questi minori attraverso la voce dei loro genitori adottivi e ha scritto due articoli molto aprofonditi, che rappresentano, a nostro avviso, un raro esempio di attenta e corretta informazione su questi temi. Gli articoli sono stati pubblicati su l’Espresso numero 2 del 17 Gennaio 2013 (“Nella tana degli orchi”) e sul numero 32 del 15 Agosto 2013 (“Ora processate quei pedofili“)

In occasione del 6° Congresso indetto dal Cismai che si è svolto a Torino il 12 e 13 dicembre u.s., a cui hanno partecipato oltre 600 operatori, abbiamo presentato e distribuito la testimonianza che questa famiglia ha redatto (in forma anonima), su nostra richiesta e il cui testo integrale riportiamo qui di seguito.

Ringraziamo questi coraggiosi genitori, per la forza con cui tutti i giorni lottano con l’unico obiettivo di far risalire i loro figli dal baratro e per la dignità con cui, con la loro testimonianza, hanno saputo mettere la loro esperienza a disposizione degli operatori e di altre famiglie che potrebbero trovarsi a vivere il loro stesso dramma.

Noi, per conto nostro, siamo al loro fianco per far sì che si faccia chiarezza sulle responsabilità dei vari attori a diverso titolo coinvolti e si richiamino le Istituzioni ai loro compiti di vigilanza e controllo; questo, soprattutto, per evitare che, in futuro, altri minori debbano soffrire pene così atroci mentre, come scrivono i genitori nella loro testimonianza “e le stelle stanno a guardare”.

 

E le stelle stanno a guardare …
(Una storia di adozione e di tanti abbandoni)

 Questa che stiamo per raccontare è la storia di un’adozione particolare. I bambini sono dei piccoli eroi che rivelano cose sconcertanti sul mondo degli adulti e delle organizzazioni che dovevano prendersi cura di loro. La storia dimostra come anche ostacoli apparentemente insormontabili possano essere superati. Se solo ci fosse la volontà del mondo degli adulti …

Il primo viaggio

La nostra storia di adozione è iniziata li, in un orfanotrofio nascosto nella Bulgaria, una tana, praticamente, non lontana da Sofia. Un’attesa durata qualche anno, serena perché il momento magico dell’incontro con i nostri figli è già arrivato. Li attorno la neve era tanta, alta. Il bianco copriva tutto: i tetti delle case, le poche auto, il verde degli alberi, ma anche il nero dell’asfalto. Anche l’orfanotrofio, se lo guardavi da fuori, appariva bianco, candido.

Entriamo. Dopo un po’ ecco che sentiamo le voci: i nostri figli sono arrivati! Quanto son belli!! Anzi, no … sono bellissimi e non solo: sono straordinari. Sono tre piccoli eroi e ci vorrà un po’ di tempo, per noi adulti, per capirlo. Per i genitori adottivi e per i figli il primo incontro è un’emozione indimenticabile. Quando riguardi le foto di quei momenti la gioia la leggi nei tuoi e nei loro occhi. Impossibile descriverla. Li in Bulgaria, il “viaggio di incontro” dura 5 giorni . Solo tre ore al giorno con i nostri figli, in una stanza apposita, dentro l’istituto. Momenti di intensa felicità per tutti noi.

Rigidità tanta, te l’aspetti e pertanto non ci fai caso. Pensi: in Bulgaria le regole sono cosi, non ti costa tanto accettarle. Gli altri bambini non li incontri neanche. Anzi solo una volta, per caso, un gruppetto. Ti vengono incontro, ti cercano. Uno ti fa capire che vuole essere preso in braccio, come tuo figlio. Lo faccio senza esitazione, lo porto in alto, più possibile. Ma lo sento tremare. Penso: ha avuto paura, forse. Lo faccio scendere subito, lui resta attaccato alla mia gamba: no, non ha avuto paura. Forse nessuno lo aveva mai preso in braccio … o forse … chissà. E’ davvero difficile andarmene, non devo voltarmi …

Il secondo viaggio

Son passati solo quattro mesi ma sembra un’eternità. Avevamo lasciato i nostri figli, il giorno del commiato, tristi e preoccupati. Loro, di abbandoni, di tradimenti, ne avevano subiti, eccome. Non solo dai loro genitori biologici. Finalmente di nuovo lì, in quella tana, a fugare ogni timore: la famiglia, finalmente, si riunisce definitivamente! E’ una giornata calda e di sole, i bambini sono nel cortile, quasi tutti. I nostri figli si “attaccano” subito a noi, festosi, non ci mollano neanche un attimo. Solo mezz’ora nell’istituto, qualche firma e via, felicissimi stavolta!

Siamo riusciti anche a salutare tutti i bambini. Li prendi un attimo in braccio, uno per uno. Speri che presto qualcuno verrà a togliere anche loro, via di là.

I primi racconti

Tre mesi felici son passati, i nostri figli parlano già l’Italiano. E subito iniziano a raccontare qualcosa della loro storia, ne sentono il bisogno, te ne accorgi. Inizialmente le cose che già ti aspetti che possano succedere, nella situazione in cui si trovavano. Ma i nostri figli sono bambini già costretti ad avere dei “segreti” che pesano come macigni. Li vogliono raccontare ai genitori, trovano il coraggio. E’ agghiacciante: parlano di atroci violenze ed abusi commessi dai bambini più grandi dell’istituto nei confronti dei più piccoli. Di “riti” consolidati. Speri che siano solo il frutto di fantasie, o quantomeno esagerazioni. Ma quanto e come ti raccontano, non lascia spazio ad interpretazioni. Sono momenti difficili, hai il dovere di capire prima possibile. Cosa è successo, soprattutto per curare al meglio ferite così profonde inferte ai tuoi figli. Ci rivolgiamo a nostri amici operanti nel settore ed all’Ente, l’AIBI, che abbiamo scelto per gli ideali dichiarati di matrice Cattolica, che ha mediato l’adozione. Che però non ci aiuta certo a capire, anzi. In un incontro presso la sede le referenti dell’Ente tentano di minimizzare, parlando con noi, quanto accaduto ai nostri figli, utilizzando argomentazioni sconcertanti. Ci troviamo in assoluto disaccordo. E allora ecco che le referenti, senza remora alcuna, passano ad una azione di colpevolizzazione della coppia adottante: siamo noi che stiamo, quantomeno, esagerando!.Purtroppo sappiamo, ora, che questo tipo di atteggiamento è tutt’altro che infrequente. Spesso i genitori adottivi vengono messi in crisi proprio dall’atteggiamento dei soggetti che sono deputati a sostenerli. In genere per incapacità a svolgere opportunamente l’azione di sostegno alle famiglie, magari in qualche circostanza per negare proprie negligenze o responsabilità . Comunque con conseguenze devastanti, per la coppia e, conseguentemente, per i figli adottivi. Per noi, fortunatamente, non è andata così: la vita ci aveva regalato gli anticorpi adeguati per resistere e per combattere. Si, uscivamo da quell’incontro con un senso di impotenza e rabbia, che però abbiamo subito elaborato. E trasformato: dentro di noi il grido di dolore dei nostri figli era troppo alto per lasciare uno spazio, anche minimo, a cedimenti.

L’Ente notizia la direttrice

Nei giorni successivi ci sentiamo telefonicamente, due o tre volte, ancora con il Presidente dell’AIBI.

A tratti irritato, quando riferivamo dei racconti dei nostri figli. Ci faceva presente che l’Ente aveva ben pensato (sic!) di sentire, in merito, la direttrice dell’orfanotrofio in Bulgaria. Che aveva rassicurato riguardo l’inesistenza di ogni forma di violenza ed abuso dentro l’orfanotrofio, “al massimo qualche bacetto affettuoso tra i bambini” avrebbe aggiunto. Il Presidente sosteneva pure che la referente dell’Ente in Bulgaria gli aveva assicurato che quell’istituto fosse uno dei “migliori” di tutta la nazione. Tutto questo destava tante perplessità in noi. Come poteva, un ente così importante e strutturato, pensare di poter ottenere candidamente un’ammissione di siffatte gravissime responsabilità proprio dalla direttrice, persona preposta alla tutela dei bambini dell’orfanotrofio? Possibile che l’Ente non si rendesse conto come, invece, a seguito dei contatti, avrebbe messo sull’avviso le persone interpellate che avrebbero potuto così organizzarsi per occultare le tracce dell’accaduto e delle proprie responsabilità?

Diversi comportamenti assunti dall’Ente ci lasciano perplessi. Ci accorgiamo anche che le cose che diciamo loro sono oggetto di mistificazioni. Scegliamo pertanto di gestire i rapporti attraverso la comunicazione scritta. Scripta manent, dicevano gli antichi.

La terapia per i nostri figli

Sono passati solo pochissimi giorni dai primi racconti, ora è necessario concentrarsi immediatamente sui bisogni dei nostri figli. Per curare le loro ferite occorre anche capire bene cosa è successo in quell’inferno. Abbiamo assoluto bisogno di aiuti adeguati. Siamo fortunati: amici esperti del settore ci segnalano il miglior centro specializzato esistente nella nostra area. Ci prestano molta attenzione, ci ricevono immediatamente. Purtrop­po riceviamo subito conferma della gravità della situazione: quanto riferito dai nostri figli è drammaticamente vero ed ancora non sappiamo che solo una parte di quello che è accaduto loro. I nostri figli possono comunque farcela, ad avere una loro vita, serena, seppur segnata da certi ricordi. Hanno avuto il coraggio di parlare, di “buttare fuori”, come dicono loro, e questo li aiuterà, tanto. Ecco la notizia che aspettavamo. Ci guardiamo: per noi genitori la loro serenità, il loro benessere è già tutto …

Il Grande Orco

Con l’ausilio della “terapia” i nostri figli vogliono, ancora di più, liberarsi del peso dei ricordi. Iniziano a raccontare abusi raccapriccianti subiti da adulti, nell’indifferenza colpevole degli uomini, delle organizzazioni e delle istituzioni che li avrebbero dovuti proteggere. Hanno davvero tanto coraggio a raccontarle. Il loro non è solo un grido di dolore, è una richiesta di aiuto per le anime innocenti che si trovano ancora li, nelle grinfie degli orchi. Ecco perché sono piccoli eroi. Gli volevano imporre di non parlare. Loro invece avevano già chiesto aiuto lì, invano, anche alla direttrice. Forse a chi era complice del turpe giro esistente. Diversi, fra quelli che dovevano assisterli, erano i loro carnefici. La polizia comunque era andata, chissà con quali intenzioni, in più di una circostanza. Ma non aveva fatto niente, mai .…

Il dolore nei racconti

E’ passato solo un mese dai primi racconti e siamo fuori casa per una vacanza. L’ultima notte in albergo sono solo con uno dei miei figli. E’ ora di dormire, ma la televisione è ancora accesa. Mio figlio già coricato, si muove sul letto, non dorme, appare agitato. Adesso si alza, si siede sul materasso, accanto a me, vuole parlarmi. Riprendono i racconti . La parte più dolorosa, una parte degli abusi più turpi subiti dagli adulti. I nomi di alcuni degli abusanti, uomini e donne, i luoghi, le azioni subite, descritte come delle immagini che si susseguono nella sua mente, con un italiano incerto ma amaramente comprensibile. Tante lunghe pause, il respiro accelerato. Quando si ferma si pizzica forte, con l’una e l’altra mano, sul costato e la schiena, saltando velocemente da un punto all’altro come a chiudere delle ferite che si susseguono ad aprirsi incessantemente su diversi punti del suo esile corpo. E’ straziante per me vederlo così e pensare a quello che ha subito. Ma devo ascoltarlo e cercare di non far trasparire la portata di quello che sto provando . Credo che parlarne gli potrà fare bene. Aspetto che sia lui a fermarsi. Non ho contezza del tempo, forse è passata un’ora forse di più … finalmente la stanchezza ha il sopravvento. Mi dice che ha altre cose, più dolorose, da raccontarmi, continuerà un’altra volta. Adesso si corica sul fianco, si addormenta quasi subito. Tiene le mani unite tra il cuscino e la guancia, l’accarezzo, ora mi sembra sereno . La luce della tv lo illumina tutta la notte, non lo disturba, continua a dormire. Lo guardo, sembra un angioletto …

Non si può tacere

Nei giorni successivi, sempre di più, l’orfanotrofio assume le sembianze di un inferno degli innocenti nei racconti dei nostri figli. Si loro hanno il nostro amore e sono seguiti dai migliori specialisti e questo ci sta aiutando, tanto … Non si può tacere, però. Dobbiamo dare voce ai nostri piccoli eroi.. Anche per loro, oltre che per la nostra coscienza, il nostro silenzio sarebbe l’ennesimo tradimento subito dai bambini di quell’istituto, da tutti i bambini abusati negli orfanotrofi della Bulgaria e non solo.

Troppo difficile, però, ci appare indurre la Bulgaria ad adottare provvedimenti nei confronti dei criminali per pensare di agire da soli. Che fare? A chi chiedere aiuto?Chi coinvolgere? L’Ente? I presupposti non lasciavano certo ben sperare, ma comunque confidavamo ancora in un ravvedimento, magari dovuto solo a ragioni di opportunità, ma utile comunque. Per questo decidiamo di tenerlo informato tramite amici comuni, continuando anche a sollecitare il Presidente scrivendogli.

Telefono Azzurro e le denunce

Subito dopo i primi racconti ci eravamo rivolti a un’organizzazione che ha lo scopo di difendere i diritti dell’infanzia. Un grande aiuto, morale innanzitutto. Si aprono alcune strade. L’organizzazione presenta una denuncia presso la Procura della Repubblica in Italia, contatta inoltre l’Agenzia di Stato per la protezione dell’infanzia in Bulgaria. Concordiamo di trasmettere anche noi a tale Agenzia una richiesta scritta, chiedendo di entrare in contatto con un responsabile per denunciare nei particolari gli abusi subiti dai bambini. Scriviamo in inglese, firmandoci, ci rispondono dopo una settimana in cirillico, con una mail in un formato neanche traducibile con google traduttore! Inutile insistere, nessuna risposta. Contemporaneamente presentiamo una denuncia alla C.A.I., ai ministeri competenti, a diverse autorità italiane ed estere. Dall’Italia, sembrava, si potesse fare poco. I reati sono commessi all’estero, deve essere la Bulgaria a perseguirli.

Dai racconti dei nostri figli emergono ancora ulteriori raccapriccianti particolari sulle violenze subite. Video-riprese degli abusi, uso di armi per intimorire i bambini e per rendere più morbosamente interessanti le scene agli orchi. I racconti dei nostri figli fanno pensare ad un’organizzazione criminale estesa e consolidata, con diverse ramificazioni. Eppure nulla si muove; capiamo che ben difficilmente la Bulgaria farà qualcosa per far emergere la verità, anzi.

L’inchiesta del giornalista

Cosa resta da fare? Quando prendi il telefono per chiamare la direzione del settimanale “L’Espresso” non speri più di tanto di riuscire a fare qualcosa. Ma ecco che chi ti risponde ti ascolta con tanta attenzione, te ne accorgi subito. E’ una madre adottiva! Il giornalista che poi si fa carico dell’inchiesta, Fabrizio Gatti, prende tanto a cuore la situazione. Rischiando, tanto, si reca per una settimana in Bulgaria, lì proprio “Nella Tana degli Orchi”. Individua anche la “discoteca” , situata in un albergo dove i bambini venivano (e vengono ancora!) portati in “vacanze premio” organizzate e sostenute economicamente da un’associazione di volontariato, di matrice cattolica, religione professata solo da una piccola minoranza in Bulgaria. Raccoglie fondi su un conto corrente intestato alla Conferenza Episcopale del luogo.

Anche lì, nella discoteca, le anime innocenti, venivano abusate dagli orchi. Quanta infamità …

L’Agenzia di Stato Bulgara

Già il giorno dopo la pubblicazione dell’inchiesta sul settimanale, l’Agenzia di Stato Bulgara per la tutela dell’infanzia individua l’orfanotrofio ( tanto tempestiva quanto strana questa individuazione, dato che né il nome dell’istituto né la località erano citati nell’articolo) ed organizza una “parata” iniziata e conclusa in stile “vecchio” regime. Una verifica lampo durata una giornata, interrogando proprio gli operatori dell’orfanotrofio (sic!) con tanto di televisioni di stato schierate all’esterno ed all’interno dell’istituto, porta l’Agenzia bulgara ad escludere l’esistenza di ogni abuso. Avrà inventato tutto il giornalista, o forse i genitori per disfarsi di uno dei figli, la replica all’articolo di Fabrizio Gatti da parte dell’Agenzia di Stato.

Le altre reazioni

In Bulgaria i mass media si dividono in due opposti schieramenti. Molti sembra vogliano ritenere che nella nazione determinate cose non possano succedere e che certe notizie siano frutto dell’avversione nutrita dagli altri paesi nei confronti della propria patria. Ma altri, tanti, ben comprendono quanto sia censurabile il comportamento del sistema, quali nefandezze si vadano a coprire. Stefan Stoianov, ad esempio, uno dei maggiori esperti di diritti umani operante in organizzazioni internazionali, si chiede come mai la Bulgaria ha ignorato le denunce dei genitori per tanto tempo, sostenendo falsamente di non essere riusciti, prima, ad individuare l’istituto e solo dopo la pubblicazione ha, con una tempestività che desta tanti sospetti, individuato l’orfanotrofio degli orrori. L’Agenzia di Stato per la protezione (sic!) dell’infanzia sostiene, con una tesi del tutto inverosimile, di avere impiegato il tempo trascorso ad individuare l’istituto. Eppure la nostra lettera di segnalazione era firmata, sarebbe bastato chiedercelo, o anche solo verificare il cognome attraverso l’elenco dei bambini adottati dall’Italia, per identificare l’istituto di provenienza.. Singolare coincidenza averlo trovato il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo che, invece, non faceva riferimento né ai nomi dei bambini né rendeva identificabile l’istituto . Aggiunge Stefan Stojanov: “in questa storia , così drammatica, non c’è certo spazio per l’umorismo … ma qui il comportamento dell’Agenzia di Stato è ridicolo, è come se la polizia, appreso di un giro di pedofili, si recasse nelle loro case per chiedere: scusate sapete se qui abitano dei pedofili? Gentilmente, ripassiamo tra qualche giorno, se trovate qualche prova, consegnatecela!”

Anche in Italia, (solo) dopo la pubblicazione dell’articolo, qualche reazione c’è. E in qualche aspetto non dissimile da quella della Bulgaria . Da AIBI “replicano” al giornalista, soprattutto per “giustificare” i propri silenzi. Negano di essere stati a conoscenza degli abusi commessi da parte di adulti, sostengono di conoscere “solo il racconto riferito di comportamenti sessualizzati fra i minori”. Rileviamo, con molta amarezza, l’uso dell’avverbio “solo”, come se abusi fra bambini, avvenuti in un’istituzione che dovrebbe proteggerli, possano essere considerati accettabili e non l’indice di comportamenti deviati acquisiti in seguito agli abusi subiti dagli adulti.

I bambini adottati in Italia

Adesso sappiamo anche, per averlo appreso attraverso i forum sull’adozione, che i bambini provenienti da quell’istituto, ora adottati in Italia, hanno manifestato diverse devastanti conseguenze causate dagli abusi subiti.

I loro genitori adottivi non hanno ricevuto, neanche dopo le nostre segnalazioni, per quanto a nostra conoscenza, nessuna comunicazione, né tanto meno sostegno da parte di AIBI, dell’accaduto nell’istituto. Chi l’ha appreso ha potuto farlo solo attraverso i forum e la pubblicazione dell’inchiesta. Alcuni genitori riferiscono anche di essere stati colpevolizzati dopo aver chiesto spiegazioni riguardo la manifestazioni di certi sintomi da parte dei figli adottati. Con il risultato di mettere anche a repentaglio il proseguimento dell’adozione. Come si è già verificato. Eppure anche situazioni molto difficili possono essere risolte, se ben sostenute.

Mentre scrivo, adesso, sento i miei figli, sono nell’altra stanza. Fatti i compiti, sono andati a fare allenamento con la squadra di pallacanestro in cui si sono molto bene inseriti. Sono tornati da poco a casa . Li sento giocare, felici … ci penso. Ecco: una famiglia felice. Una vita serena per i nostri figli …. Da tanto tempo, subito dopo i “racconti” liberatori, anche i disturbi del sonno sono scomparsi: l’enuresi, il digrignare i denti, quei movimenti rotatori ed alternati del corpo sul letto, con le braccia vaganti protese verso l’alto come a scacciare il tormento, ormai sono solo un brutto ricordo.

Sono disturbi tipici dell’istituzionalizzazione, ci avevano detto … nulla di che … .

Le organizzazioni criminali e gli orfanotrofi lager

Sì certo, purtroppo lì in Bulgaria, ma non solo, il triste fenomeno degli abusi sugli orfani è purtroppo capillarmente diffuso. Sostiene l’avvocato Marin Markovski, il penalista più quotato in Bulgaria, “esiste un’organizzazione criminale che sfrutta gli orfanotrofi per fornire i bambini ai pedofili … dovrebbe essere l’antimafia (recentemente istituita in Bulgaria) ad indagare su questa organizzazione”.

Certo è che se aberranti sono i crimini commessi dai pedofili, molte responsabilità gravano sulle organizzazioni, pubbliche e private, che operano nel settore della tutela dell’infanzia e delle adozioni, che guardano e, chissà perché, sembrano non vedere. Forse anche per gli orchi può esistere qualche attenuante. Anzi, in molti casi, esiste. Magari da piccoli hanno subito, magari alcuni hanno appreso certi comportamenti subendoli proprio lì, nell’orfanotrofio … Magari sono rimasti nella “Tana degli Orchi” fino a diciotto anni. Vittime, quasi certamente senza aiuto alcuno, che si trasformano in carnefici. Per le organizzazioni che dovrebbero tutelare i bambini, attenuanti non ve ne sono. Li hanno traditi e basta. Chissà perché.

Dopo la pubblicazione dell’articolo su “L’Espresso”, scrive Maya Marinova, una delle giornaliste di inchiesta più intraprendenti della Bulgaria: “l’unica buona notizia sarebbe che gli orfanotrofi venis­sero chiusi al più presto. Quando sarà passe­ranno alla storia alla stregua di Dachau, Salaspils, Auschwitz …”. Sì a coprire, anche lì, ad Auschwitz c’era la neve … Come lì, nella Tana degli Orchi.

Quante stelle stanno a guardare…