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Bollettino 04/2006 - Ottobre / Dicembre 2006E' possibile visualizzare il bollettino in formato Acrobat Reader facendo clic qui Editoriale1. E’ ENTRATO IN VIGORE IL NUOVO PROCEDIMENTO PER L’ACCERTAMENTO DELLO STATO DI ADOTTABILITÀ
È entrato in vigore il 1° luglio 2007 il nuovo procedimento per l’accertamento dello stato di adottabilità dei minori, previsto dalla legge n. 149/2001 (con cui è stata modificata la legge n. 184/1993). La proroga, tramite decreti legge, per ben sei anni, era stata motivata dall’attesa dell’emanazione di una specifica disciplina sulla difesa di ufficio dei minori nei procedimenti di adottabilità e in quelli relativi alla limitazione o decadenza della potestà parentale (v. art. 336 del Codice civile), disciplina che però non è stata ancora varata. Tutti i rinvii finora approvati non sono quindi serviti a nulla! L’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, ha segnalato in un comunicato del 5 luglio 2007 che la mancanza di questa disciplina specifica mette i Tribunali per i Minorenni in gravi difficoltà ad operare in quanto ora i giudici dei tribunali per i minorenni “non dispongono di strumenti operativi per applicare le citate disposizioni, per quanto concerne la corresponsione degli onorari spettanti ai difensori dei minori ed agli avvocati d’ufficio che non siano stati retribuiti dagli assistiti” e ha sollecitato l’autorevole intervento dell’on.le Ministro della Giustizia “ai fini di una ulteriore indispensabile proroga della legge 149/01, inapplicabile nell’attuale vuoto legislativo, pena la nullità di tutti i procedimenti in materia, mentre auspicano l’urgente introduzione della normativa relativa alla difesa d’ufficio nelle procedure di adottabilità e “de potestate”. La Camera minorile di Milano ha inoltre ricordato che “nel caso di avvocati d’ufficio di imputati minorenni la normativa attuale (art. 11 D.P.R. n.448) prevede che competa al consiglio dell’ordine forense la predisposizione di elenchi degli avvocati che abbiano specifica preparazione minorile” (1) e che “deve pertanto ritenersi acquisito nel nostro ordinamento il principio secondo cui, in ragione della delicatezza delle funzioni da svolgere, la difesa minorile deve essere affidata, sia in materia penale che civile, a professionisti in possesso di competenze altamente qualificate”. Anche la Camera Minorile di Milano ha auspicato che al piu’ presto “vengano emanate norme attuative che tengano in considerazione le lacune sopra evidenziate e che, nelle more di detta emanazione, i competenti Consigli dell’Ordine vogliano predisporre elenchi in conformità e nello spirito degli articoli sopra richiamati”. C’è pertanto il forte rischio che in tutta la procedura per l’accertamento dello stato di adottabilità il minore che è la parte più debole di tutti rimanga senza adeguata difesa e tutela. E’ pertanto indispensabile e urgente l’approvazione della disciplina della difesa d’ufficio Esaminiamo ora, gli altri significativi cambiamenti introdotti dalla normativa ora entrata in vigore. Anzitutto la segnalazione dei minori che potrebbero essere in stato di adottabilità non va più indirizzata al Tribunale per i minorenni che procedeva d’ufficio, se ne ravvisava gli estremi, all’apertura dell’adottabilità (così come prevedeva la legge n. 184/1983) ma al procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, che chiede al Tribunale per i minorenni l’apertura del procedimento di adottabilità quando lo ritiene necessario. È solo il procuratore della Repubblica pertanto che, d’ora in poi, potrà chiedere l’apertura del procedimento al Tribunale per i minorenni. Unica eccezione è quella che riguarda i minori non riconosciuti alla nascita per i quali il Tribunale per i minorenni procede subito alla dichiarazione di adottabilità. Anche gli elenchi dei minori ricoverati negli istituti e nelle comunità non vanno più inviati ai giudici tutelari, ma ai procuratori della Repubblica, che, assunte le necessarie informazioni, possono chiedere al Tribunale per i minorenni di dichiarare adottabili i minori in situazione di abbandono (2). Un aspetto fortemente positivo del nuovo procedimento, così come abbiamo più volte rilevato anche su questo Bollettino di informazione, è lo snellimento della procedura e la definizione di tempi certi per la dichiarazione definitiva dell’adottabilità. È stato infatti eliminato il ricorso presso lo stesso Tribunale per i minorenni che ha pronunciato lo stato di adottabilità, per cui contro il provvedimento del Tribunale (che non è più un decreto, ma una sentenza) l’impugnazione deve essere proposta alla Corte di appello, sezione minorenni, entro trenta giorni dalla notifica. La Corte di appello deve depositare la sentenza entro quindici giorni dalla pronuncia; i ricorsi in Corte di appello e in Cassazione devono essere discussi entro 60 giorni dal deposito degli atti. Fin dall’apertura del procedimento di adottabilità, d’ora in poi il Tribunale per i minorenni dovrà avvertire “i genitori o, in loro mancanza, i parenti entro il quarto grado che abbiano avuto rapporti significativi con il minore” ed invitarli a nominare un difensore che può partecipare a tutti gli accertamenti disposti dallo stesso Tribunale: essi, con l’assistenza del difensore, “possono presentare istanze anche istruttorie e prendere visione ed estrarre copia degli atti contenuti nel fascicolo previa autorizzazione del giudice”. Quindi, come già precisato: “il procedimento di adottabilità deve svolgersi fin dall’inizio con l’assistenza legale del minore e dei genitori o degli altri parenti”. Sarà ora più che mai indispensabile un ulteriore, rinnovato impegno anche da parte dei Servizi socio-assistenziali e sanitari affinché segnalino al più presto ai Procuratori le situazioni personali e familiari dei bambini, che potrebbero essere dichiarati adottabili, inviando relazioni approfondite e documentate, che contengano tutti gli elementi necessari per valutare la reale situazione del minore e adottare sollecitamente i necessari provvedimenti. E’ inoltre necessario – sempre nell’interesse preminente dei minori - che le dichiarazioni dello stato di adottabilità siano ben motivate e documentate (e tempestive!!....) per prevenire, per quanto possibile, impropri ricorsi in Corte d’appello e Cassazione.
Infanzia negata nel carcereRelazione di Maria Cristina Tischer al Convegno “VIVERE E’ ABITARE NEL CUORE DI QUALCUNO” organizzato dalla Sezione ANFAA di Como (dal Periodico della Federazione Italiana Medici Pediatri) La legge prevede la presenza in carcere della madre con uno o più minori fino all’età di 3 anni, senza precisare quale sia il destino di questi minori al compimento del 3° anno di vita. Tale situazione vede infatti un minore di tre anni, che ovviamente non ha alcuna pena da scontare, vivere e maturare in un contesto innaturale, qual è il penitenziario, dove le condizioni igieniche e ambientali ed i ritmi di vita imposti dal carcere sono incompatibili con la permanenza di un bambino. Attualmente, nel totale delle carceri italiane sono presenti circa cinquanta bambini: il fenomeno non ha ampie dimensioni statistiche ed epidemiologiche, ma riveste un aspetto particolarmente rilevante per la società a causa delle ripercussioni imprevedibili sulla popolazione infantile interessata, in cui è coinvolta, disgregata e trasformata negativamente l’unità sociale fondamentale madre-figlio-padre. E’ importante che la medicina, ed in particolar modo la pediatria, si occupi della vita di relazione di questi bambini, del loro sofferto rapporto con la madre e con l’ambiente e del danno psico-fisico che subiscono. Il bambino, costretto a vivere in una dimensione spazio-temporale deprivata e coercitiva, manifesta con la crescita una richiesta sempre più pressante di uscita dal carcere per incontrare altri familiari, altri bambini ed altre situazioni di socialità. La madre, detenuta invece, diviene col tempo sempre più protettiva ed esclusiva: questo atteggiamento, comprensibile in considerazione delle deprivazioni che la madre vive in carcere nel rapporto col figlio per ciò che riguarda pericoli ambientali, scarsa igiene, fornitura e preparazione degli alimenti, nuoce alla conquista dell’autonomia del bambino. Fondamentale è quindi individuare le modalità con cui sostenere la madre nel percorso di una progressiva separazione dal proprio bambino per migliorare la loro particolare condizione di attaccamento. Questo affiancamento alla madre da parte degli educatori, degli psicologi e dei pediatri, operanti nelle carceri, diviene ancora più importante se si considera che, a tre anni di età,il bambino viene allontanato dalla madre in modo poco graduale e con l’intervento degli agenti di polizia penitenziaria. Se questo distacco è per legge inevitabile, si rende altresì indispensabile che questo momento sia sostenuto da figure professionali diversificate, psicologo, pediatra, neuropsichiatra, opportunamente preparate alla gestione di una situazione vissuta drammaticamente dalla diade madre-bambino. Accanto alle problematiche relazionali con la madre, i bambini in carcere soffrono anche di disturbi comportamentali legati alle loro condizioni di vita: irrequietezza, facilità al pianto, inappetenza, apatia, difficoltà di sonno. In uno studio è stata rilevata un’alterazione del ritmo sonno/veglia con una stretta correlazione al tempo di chiusura delle porte blindate delle celle. La legge 8 marzo del 2001 n. 40, denominata “legge Finocchiaro”, ha tentato di risolvere il drammatico problema dei bambini in carcere con la proposta di istituire sul territorio nazionale alcune “case carcerarie” per madri detenute e bambini.. La “legge Finocchiaro” tutela il rapporto genitore-figlio ed introduce due nuovi istituti: la detenzione domiciliare speciale e l’assistenza all’esterno di figli minori (art.47 quinquies, sexies e art.21 bis O.P.), con lo scopo di dare compiuta attuazione al principio costituzionale di cui l’art. 31, che officia lo Stato a predisporre gli strumenti giuridici e sociali a tutela della maternità e dell’infanzia. La legge precisa che la concessione di tali benefici non è automatica, dovendo essere valutata caso per caso, in quanto subordinata all’assenza di un pericolo concreto di reiterazione del reato commesso. Cionostante, per la Magistratura ordinaria risulta difficile l’applicazione della norma di legge in quanto di difficile interpretazione con conseguente frequente condanna alla reclusione carceraria di madri con bambini. In attesa dell’abolizione dei nidi penitenziari con istituzione di case di detenzione, la legge indica alcuni interventi di carattere provvisorio a riguardo della pena, della strutture e dell’assistenza del minore. Per quanto riguarda l’assistenza al minore: • Applicazione della convenzione per la pediatria come previsto dalla legge 419/98, i bambini in carcere non sono detenuti, • Attivazione e creazione di una rete assistenziale sociale dei Comuni dove risiedono gli istituti penitenziari, • Migliore presa in carico dell’intero problema sul territorio attraverso l’attivazione da parte del Dipartimento Materno Infantile delle ASL dove verranno reintegrati i bambini. La struttura edilizia delle aree nido è attualmente molto variabile: da un unico stanzone camerata a diverse celle singole con due letti; in ogni caso gli standard di igiene sono molto bassi. Assente del tutto la privacy, almeno come la si intende nella condizione di libertà. La legge precisa che le madri detenute ed i loro bambini devono usufruire di tutte le risorse di personale medico infermieristico presenti negli istituti, assicurando loro l’intervento anche di altri operatori sanitari appositamente dedicati: pediatra, ginecologo e psicologo, quest’ultimo possibilmente con competenza in problematiche dell’età evolutiva. Tuttavia per molteplici problemi, soprattutto di natura economica, non è stato possibile dare attuazione a molti dei punti considerati nella “Legge Finocchiaro”. Solo 13 Regioni, delle 20 d’Italia, hanno almeno un istituto di pena con area nido all’interno. In alcune Regioni gli istituti non hanno previsto aree nido. I dati ufficiali più recenti pubblicati dal Ministero dell’Interno indicano che soltanto 11 asili nido, dei 17 nelle carceri previsti sul territorio nazionale, sono funzionanti ed i rimanenti ancora in allestimento. La scarsa importanza data al problema della tutela della salute psicofisica dei bambini in carcere è testimoniata dall’incremento praticamente nullo che hanno avuto queste strutture nel corso degli ultimi tre anni. Una sistemazione detentiva migliore, laddove non fosse applicabile la pena alternativa, sarebbe costituita dalle cosiddette “custodie attenuate”; queste sono istituti o sezioni penitenziarie con norme peculiari e regime di bassa custodia. Ma fino ad oggi nessuna di tali strutture è attrezzata per accogliere bimbi. Altre soluzioni giudiziarie potrebbero essere rappresentate da una più estesa applicazione degli arresti domiciliari e dalla realizzazione di strutture protette al di fuori del carcere. Conclusioni La diffusa conoscenza del problema consentirà di far leva sulle istituzioni perché vengano create aree nido nelle carceri delle Regioni sprovviste, in attesa di far trovare completa attuazione dei propositi della “Legge Finocchiaro” con la realizzazione sul territorio nazionale delle “case carcerarie” per madri detenute e i loro bambini.
Scuola della quantità o della qualità?a cura di Emilia De Rienzo e Costanza Saccoccio Siamo riconoscibili a partire proprio dalla nostra nascita, dalla nostra appartenenza o meno ad un gruppo sociale. Un bambino adottato, lo sappiamo, soprattutto se straniero può dover superare, più di altri, una serie di ostacoli per sentirsi inserito all’interno della propria famiglia e in seguito all’interno del contesto più ampio. Proprio a scuola il bambino si trova a dover affrontare le domande, le curiosità o le richieste degli insegnanti e dei compagni e può trovarsi in difficoltà nel dare una spiegazione della sua situazione: il genitore non è presente ed è lui che deve trovare le parole per rispondere. La sicurezza che pian piano è riuscito a costruirsi nella sua famiglia può a volte vacillare di fronte al non riconoscimento esterno dell’“altro”. Potrà allora avere difficoltà a raccontarsi perché è difficile per i bambini capire che al mondo siamo tutti diversi se non è l’adulto ad insegnarglielo e se non è l’adulto a fargli comprendere che ogni diversità contiene in sé una ricchezza. Se i bambini non sono abituati a capire, ad accettare e valorizzare la diversità, nei momenti di conflitto e non solo, potrebbero stigmatizzerla. Anche se è stato preparato al nuovo ambiente e alle sue regole, gran parte di questo viaggio avviene in solitudine e richiede un grande lavoro interiore. E’ prevedibile che spesso il bambino si troverà smarrito, impaurito e potrà reagire con comportamenti che non sempre sono facili da decifrare (per es. l’isolamento, l’aggressività, l’iperattività, l’accentrare l’attenzione su di sé). Proprio per seguire questo momento delicato sarebbe importante che ci fosse un lavoro coordinato tra servizi, famiglia e scuola. Gli operatori sociali, secondo me, dovrebbero prima di tutto intervenire sulla famiglia stessa che, quando il loro figlio entra a scuola, si deve preparare a fare la sua parte, ad accompagnare in questo percorso il figlio senza inutili apprensioni. E’ importante che i genitori si separino da quell’idea di bambino idealizzato che è dentro di loro per avvicinarsi al bambino reale con la sua storia, i suoi vissuti, le sue precedenti appartenenze. Dovranno imparare a dare risposte alle sue domande e a quelle che potranno fargli nel mondo esterno. Dovranno essere aiutati nella presa di coscienza che essere famiglia adottiva è essere famiglia a tutti gli effetti, a non sentirsi famiglia di serie B e questo è importante per il rapporto con le altre famiglie e con le insegnanti. Molto importante sarà prepararla a non vivere l’insuccesso scolastico con ansia e apprensione. L’equazione riuscita scolastica uguale riuscita dell’adozione è spesso presente nella famiglia adottiva. In altre parole si potrebbe dire che insieme al bambino si sente promossa o bocciata tutta la famiglia. I genitori dovranno prepararsi al fatto che il bambino potrà avere difficoltà di apprendimento, soprattutto se ha un passato difficile. Queste difficoltà molto spesso hanno la loro origine in quella che Bowlby definisce la “fatica di pensare”. Egli, infatti, è impegnato nella fatica di vivere il presente e deve tenere a bada il passato, si deve inserire in un contesto completamente nuovo, ha il desiderio e il timore di allacciare legami, sente la paura di non essere accettato e amato. Elaborare l’appartenenza alla sua famiglia, affrontare contesti tutti nuovi costituirà per lui una grossa fatica. Quando un bambino va in adozione già grandicello non soltanto perde i riferimenti ambientali precedenti, perde spesso anche il proprio nome; perde pure delle relazioni e dei ruoli che aveva nella famiglia o nell’istituzione in cui viveva, i modelli culturali interiorizzati, prima ancora di riuscire a stabilire legami sicuri e affidabili nella realtà di accoglienza. Per lui all’inizio l’adozione è un salto nel buio che non può che essere vissuto con paura e apprensione Non per questo però bisognerà pensare, anche di fronte a grosse difficoltà, che non ce la può fare, che sia un bambino segnato per sempre. L’esperienza ci ha invece insegnato che i bambini hanno grandi risorse, risorse insperate che aspettano solo di essere attivate. Hanno però bisogno di tempi a volte lunghi e interventi appropriati. Bisogna aiutarlo a capire che apprendere è un’esperienza positiva, e per questo è importante aiutarlo nei suoi momenti di scoraggiamento con la comprensione, e stimolarlo a superare le difficoltà passo per passo. Non deve, invece, sentire l’adulto impaurito o arrabbiato di fronte ai suoi insuccessi, ma deve, invece, percepire la sua fiducia in lui per quello che lui è in grado di dare in quel momento. Il bambino ha prima di tutto bisogno della serenità, dell’ottimismo di chi è accanto a lui, deve sentirli vicini, attenti, e soprattutto fiduciosi. Bisogna che si senta riconosciuta la sua fatica e che sia rafforzato nel continuo pensiero che ce la potrà fare. Soprattutto la scuola non deve rubare spazi alla relazione affettiva tra genitori e bambini, spazi per parlare, dialogare, stare insieme. Alla luce poi dei cambiamenti della composizione familiare bisogna sollecitare gli insegnanti all’attenzione nell’affrontare l’argomento nascita e famiglia. I programmi, gli argomenti da svolgere dovrebbero tener conto degli alunni e della loro storia, della loro sensibilità e delle loro difficoltà. Bisogna accostarsi in punta di piedi alla storia del bambino ed evitare di fare richieste inopportune come quella di portare fotografie, ricordi del proprio passato per ricostruire la propria storia. La gestione dell’accoglienza implica all’interno dell’istituto un lavoro costante di formazione del personale, attraverso gli strumenti che la scuola nella sua autonomia può adottare. Potrebbe essere utile, come risulta da molte esperienze, una commissione di lavoro formata da un gruppo di docenti che preveda dei momenti di confronto con gli operatori del territorio. Insomma la scuola deve diventare accogliente e non fare solo accoglienza i primi giorni di scuola. Anche negli spazi dovrà essere visibile il clima e l’attenzione con cui si lavora. Troppe scuole, soprattutto a partire dalla scuola media, sono anonime, fredde, senza anima. I muri devono parlare, come si vede in molte scuole materne ed elementari. Ci dovrebbero essere spazi al di là delle aule e dei laboratori. Spazi per incontrarsi, per ricevere i genitori… Scritte in tutte le lingue… L’ideazione, la creazione e la gestione di alcuni spazi dovrebbero a mio avviso essere progettati e condivisi dagli allievi e dai loro genitori perché siano percepiti da tutti come luoghi comuni di cui tutti fanno parte e sono responsabili. Questo aiuterebbe tutti i bambini indistintamente, perché l’accoglienza deve diventare una cultura, non solo qualcosa che si fa ogni tanto, ma qualcosa che si è. Ogni bambino anche quello con più difficoltà, con una storia alle spalle più problematica dovrà capire che il posto, dove è entrato, è un posto speciale dove anche lui, che si sente a volte triste, arrabbiato, solo, senza spesso neanche capire fino in fondo perché, troverà un luogo caldo e disponibile ad ascoltarlo, ad ascoltare non solo quello che sa, ma anche quello che sente. Ogni famiglia dovrà percepire che il luogo, dove è entrato suo figlio, è un posto dove si può parlare, affrontare insieme i problemi che via via si presentano. Prima accoglienza Un bambino adottato può arrivare ad anno iniziato. Più è grande più diventa problematico l’inserimento. Del resto capita sempre più spesso che nella scuola arrivino bambini da paesi stranieri. La scuola in quanto tale deve essere preparata a questo tipo di evento. • Il primo problema che si pone è quando inserirlo. Qualcuno dice che può essere utile che per un po’ di tempo il bambino adottato rimanga nella sua famiglia per cominciare ad adattarsi al nuovo ambiente, per poter creare i primi legami con i suoi genitori, la famiglia allargata, la cerchia di amici. Può essere opportuno che non sia sottoposto a troppi stimoli e a troppe fatiche. Altri, invece, sostengono che la scuola sia un luogo importante per aiutarlo ad integrarsi meglio da subito nella società di appartenenza. Non ci sono regole precise, dipende dai casi che vanno valutati nella loro individualità e particolarità • Il secondo è in quale classe. E’ anche qui difficile dare una risposta precisa. Non deve essere solo la mancata conoscenza della lingua a costituire il problema. Dipende dal grado di maturità del bambino, dalla scuola che ha frequentato precedentemente, dalle competenze che ha acquisito… Può prevalere l’idea che il bambino abbia bisogno di confrontarsi con bambini della sua età. Del resto nella scuola sono già presenti bambini di diversi livelli e la prassi dovrebbe essere quella di saper condurre un lavoro di tipo individualizzato. • Quando il bambino arriva sarebbe opportuno fermare le lezioni e mettersi in cerchio per presentarsi inventando modi per farsi capire, per iniziare a parlarsi anche senza conoscere la lingua dell’altro. E’ la fantasia, la creatività dei bambini stessi a mettersi in moto, là dove però c’è già il desiderio di conoscersi perché già sperimentato nella classe. • Alcuni psicologi affermano che può essere utile, in certi casi, un intervento della famiglia all’interno della classe e suggeriscono la costruzione di un cartellone che racconti la storia della loro famiglia, come cioè i genitori siano arrivati all’adozione, i vari passaggi, l’incontro col bambino etc. Io credo che questo tipo di intervento debba essere ben vagliato, perché può anche essere controproducente. Ciò che però è fondamentale è il tipo di atteggiamento e di lavoro che assumerà l’insegnante nei momenti successivi. Su questo deve concentrarsi la formazione e una ricerca condivisa. Gli strumenti non vanno confusi con la soluzione dei problemi. I problemi si esprimono in tutta la loro complessità e richiedono di essere affrontati come tali nella quotidianità. Ma soprattutto bisogna aver chiaro che non è sufficiente fare “informazione. L ’informazione è necessaria in quanto può contribuire a cambiare mentalità, modi di pensare la realtà. Informare è però molto differente da “sensibilizzare”, cioè rendere sensibili ai problemi. E su questo sarebbe opportuno che si continuasse a lavorare insieme: scuola, famiglia, servizi. L’informazione ha un inizio e una fine. La sensibilizzazione è un processo, è un modo di porsi, di vivere la relazione con l’altro; è un processo che continua nel tempo e che attiva le nostre menti e i nostri cuori, che fa nascere quella che la filosofa Zambrano chiama l’intelligenza del cuore o come lo definisce Flaubert il cuore intelligente. Scintilla d'amoreA una cena di raccolta fondi per una scuola che serve i disabili mentali, il padre di uno degli studenti fece un discorso che nessuno di coloro che partecipavano avrebbe mai dimenticato. Dopo aver lodato la scuola e il personale dedito, fece una domanda: “Quando influenze esterne non interferiscono dall’esterno, la natura di tutti è perfetta. Mio figlio Shay, tuttavia, non può imparare le cose che imparano gli altri. Non può capire le cose come gli altri. Dov’è l’ordine naturale delle cose, in mio figlio?” Il pubblico fu zittito dalla domanda. Il padre continuò. “Io ritengo che, quando un bambino come Shay, fisicamente e mentalmente handicappato viene al mondo, si presenta un’opportunità di realizzare la vera natura umana, ed essa si presenta nel modo in cui le altre persone trattano quel bambino”. Poi raccontò la storia che segue: Shay e suo padre stavano camminando vicino a un parco, dove c’erano alcuni ragazzi che Shay conosceva che giocavano a baseball. Shay chiese: “Credi che mi lascerebbero giocare?” Il padre di Shay sapeva che la maggior parte dei ragazzi non volevano un ragazzo come lui nella squadra, ma comprendeva anche che se al figlio fosse stato permesso giocare, la cosa gli avrebbe dato un senso di appartenenza di cui aveva molto bisogno, e un po’ di fiducia nell’essere accettato dagli altri, nonostante i suoi handicap. Il padre di Shay si avvicinò a uno dei ragazzi sul campo e chiese se Shay poteva giocare, non aspettandosi un granché in riposta. Il ragazzo si guardò attorno, in cerca di consiglio e disse: “Siamo sotto di sei e il gioco è all’ottavo inning. Immagino che possa stare con noi e noi cercheremo di farlo battere all’ultimo inning”. Shay si avvicinò faticosamente alla panchina della squadra, indossò una maglietta della squadra con un ampio sorriso e suo padre si sentì le lacrime negli occhi e una sensazione di tepore al cuore. Il ragazzo vide la gioia di suo padre per essere stato accettato. In fondo all’ottavo inning, la squadra di Shay ottenne un paio di basi, ma era ancora indietro di tre. Al culmine del nono e ultimo inning, Shay si mise il guantone e giocò nel campo giusto. Anche se dalla sua parte non arrivarono dei lanci, era ovviamente in estasi solo per essere nel gioco e in campo, con un sorriso che gli arrivava da un orecchio all’altro, mentre suo padre lo salutava dalle gradinate. Alla fine del nono inning, la squadra di Shay segnò ancora. Ora, con due fuori e le basi occupate, avevano l’opportunità di segnare la battuta vincente e Shay era il prossimo, al turno di battuta. A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay e perso l’opportunità di far vincere la squadra? Sorprendentemente, a Shay fu assegnato il turno di battuta. Tutti sapevano che gli era impossibile colpire la palla, perché Shay non sapeva neppure tenere bene la mazza, per non dire cogliere la palla. Comunque, mentre Shay andava alla battuta, il lanciatore, capendo che l’altra squadra stava mettendo da parte la vincita per far sì che Shay avesse questo momento, nella sua vita, si spostò di alcuni passi per lanciare la palla morbidamente, così che Shay potesse almeno riuscire a toccarla con la mazza. Arrivò il primo lancio e Shay girò la mazza a vuoto. Il lanciatore fece ancora un paio di passi avanti e gettò di nuovo lentamente la palla verso Shay. Mentre la palla era in arrivo, Shay girò goffamente la mazza, la colpì e la spedì lentamente sul terreno, dritta verso il lanciatore. Il gioco avrebbe dovuto finire, a quel punto, ma il lanciatore raccolse la palla e avrebbe potuto facilmente lanciarla al primo che copriva la base e squalificare il battitore. Shay sarebbe stato fuori e questo avrebbe segnato la fine della partita. Invece, il lanciatore raccolse la palla e la lanciò proprio al di là della testa del primo in base, fuori dalla portata dei compagni di squadra. Tutti quelli che si trovavano sugli spalti e i giocatori cominciarono a gridare: “Shay, corri in prima base! Corri in prima!” Shay non aveva mai corso in vita sua così lontano, ma riuscì ad arrivare in prima base. Corse lungo la linea, con gli occhi spalancati e pieno di meraviglia. Tutti gli gridarono: “Corri alla seconda, alla seconda, ora!” Trattenendo il fiato, Shay corse ancor più goffamente verso la seconda, ansimando e sforzandosi di raggiungerla. Quando Shay curvò verso la seconda base, la palla era fra le mani del giocatore giusto, un piccoletto, che ora aveva la possibilità per la prima volta di essere lui l’eroe della propria squadra. Avrebbe potuto lanciarla alla seconda base per squalificare il battitore, ma comprese le intenzioni del lanciatore e anche lui gettò intenzionalmente la palla in alto, ben oltre la portata della terza base. Shay corse verso la terza base in delirio, mentre gli altri si spostavano per andare alla casa base. Tutti gridavano: “Shay, Shay, Shay, vai Shay”. Shay raggiunse la terza base, quello opposto a lui corse per aiutarlo e voltarlo nella direzione giusta, e gridò: “Shay, corri in terza! Corri in terza!” Mentre Shy girava per la terza base, i ragazzi di entrambe le squadre e quelli che guardavano erano tutti in piedi e strillavano: “Shay, corri alla base! Corri alla base, sali sul piatto!” Shay corse, salì sul piatto e fu acclamato come l’eroe che aveva segnato un ‘grand slam’ e fatto vincere la sua squadra. Quel giorno - disse il padre a bassa voce e con le lacrime che ora gli rigavano la faccia - i ragazzi di entrambe le squadre aiutarono a portare in questo mondo un pezzo di vero amore e umanità. Shay non superò l’estate e morì in inverno, senza mai scordare di essere stato l’eroe e di aver reso suo padre così felice, e di essere tornato a casa fra il tenero abbraccio di sua madre per il piccolo eroe del giorno! Il diritto alla segretezza del parto come prevenzione dell'abbandono e dell'infanticidioI mezzi di informazione continuano a segnalare con preoccupante frequenza casi di infanticidi e di abbandoni di neonati, sovente strettamente collegati a tristissime storie di donne, spesso giovanissime. Oggi è riportata la notizia di un neonato ritrovato morto a Bergamo. Tutti noi siamo rattristati e giustamente indignati per questi fatti. Dobbiamo ora però anche chiederci: quelle partorienti disperate potevano essere aiutate? Sapevano di poter mettere al mondo il loro nato in assoluto segreto? Su quali sostegni dopo il parto avrebbero poi potuto contare? Vogliamo ricordare che le donne che non intendono riconoscere il proprio nato hanno diritto di partorire in assoluta segretezza negli Ospedali e nelle altre strutture sanitarie e di essere, quindi, seguite dal punto di vista medico-infermieristico come tutte le altre partorienti assicurando inoltre al neonato, l’assistenza sanitaria e le cure di cui necessita. In questi casi l’atto di nascita del neonato è redatto con la dizione “nato da donna che non consente di essere nominata” e l’Ufficiale di Stato Civile, dopo aver attribuito al neonato un nome ed un cognome, procede entro 10 giorni dalla formazione dell’atto alla segnalazione al Tribunale per i Minorenni per la dichiarazione di adottabilità ai sensi della Legge 4 maggio 1983, n. 184 e successive modifiche. Così, a pochi giorni dalla nascita, il piccolo viene inserito in una famiglia adottiva scelta dal Tribunale fra quelle che hanno presentato domanda di adozione al Tribunale stesso. Nel 2003, ultimo dato disponibile, su 978 minori dichiarati in stato di adottabilità ben 446 erano quelli non riconosciuti. La donna che decide di non riconoscere il proprio nato compie una scelta “responsabile” che merita il rispetto di tutti: quel piccolo non è abbandonato, ma viene affidato alle istituzioni perché possa trovare al più presto un papà e una mamma. Occorre che le istituzioni garantiscano il sostegno di personale preparato (psicologi, assistenti sociali, educatori, ecc.) che aiuti la gestante a decidere responsabilmente se riconoscere o meno il proprio nato e poi la sostenga fino a quando è in grado di provvedere autonomamente a se stessa e, se ha riconosciuto il bambino, al proprio figlio. Spesso l’intervento assistenziale di supporto è necessario anche per le gestanti e madri coniugate con situazioni personali e familiari difficili. Dal 1927 le Province e la Regione Autonoma della Valle d’Aosta sono obbligate ad assistere a livello sociale le gestanti in difficoltà, assicurando i necessari interventi prima, durante e dopo il parto, a meno che la legislazione regionale abbia attribuito detti compiti ad altri organismi. La Regione Lombardia con legge n. 34/2004 ha trasferito le competenze delle Province in materia di gestanti e madri in difficoltà ai Comuni. Ma i Comuni di piccole dimensioni non sono in grado di fornire i servizi altamente specializzati che queste situazioni richiedono: è quindi necessario individuare Comuni capofila (cinque), come l’Anfaa ha già richiesto nella petizione a suo tempo inviata alla Regione Lombardia, corredata da circa cinquemila firme. Positiva invece la legge della Regione Piemonte n. 16/2006 che ha affidato ai Comuni di Novara e di Torino, nonché ai Consorzi intercomunali del Cuneese e dell’Alessandrino “le funzioni relative agli interventi socio-assistenziali nei confronti delle gestanti che necessitano di specifici sostegni in ordine al riconoscimento o non riconoscimento dei loro nati e al segreto del parto”. Le “ruote”- sostenute anche recentemente dai Ministri Bindi e Turco e di cui una è stata recentemente inaugurata proprio a Bergamo - non rispondono per nulla alle esigenze, spesso drammatiche ed urgenti, delle donne in gravi difficoltà socio-economiche e non rappresentano nemmeno una iniziativa volta a prevenire gli infanticidi e glI abbandoni per le strade o nei cassonetti dei bambini. Per assicurare i necessari interventi alle gestanti e alle madri, le On. Katia Zanotti e Marisa Nicchi hanno presentato in data 3 ottobre 2006 alla Camera dei Deputati la proposta di legge n. 1754 che prevede il riordino delle norme riguardanti il sostegno alle gestanti e madri in condizioni di disagio socio-economico, nonché le disposizioni volte a garantire il segreto del parto alle donne che non intendono riconoscere i loro nati. Lanciamo un appello affinché le persone e le organizzazioni sensibili alle esigenze delle gestanti, delle madri e dei loro nati intervengano sul Presidente e sui Componenti della Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati affinché la suddetta proposta di legge venga sollecitamente esaminata e approvata.
LettereRiportiamo qui di seguito due lettere inviate al Direttore di “La Repubblica” a commento dell’articolo del 4 gennaio u.s. che riportava la notizia della tragica morte per suicidio di una ragazzina di quindici anni.
“Ragazzina adottata si impicca a 15 anni” Così recitava ieri la locandina del vostro giornale! Ancora una volta ! Ancora una volta il termine “adottato” è stato usato per discriminare, per fare notizia, come se la morte per suicidio di una ragazza di 15 anni non bastasse più a risvegliare i nostri animi, adagiati nell’indifferenza verso questo dramma! Forse se non fosse stata “adottata” non si sarebbe suicidata? Oppure lo status di adottato serve a definire un’etnia diversa, come quando, ormai troppo spesso, definiamo i “diversi” come neri, cinesi, pakistani, albanesi… Io ho due figlie, Signori miei, e grazie a Voi scopro che esse sono di etnia “adottate”! Il loro paese d’origine allora è l’Adottonia e questi “adottati” hanno anche il brutto vizio di emigrare nel nostro paese, invece che rimanersene al calduccio nel “loro” istituto, là, nella “loro patria”! NO! Non ne posso più di chi usa il termine Adozione (che legittima, per legge, una persona ad essere definita solo e soltanto Figlio) per discriminare!. L’Adozione, per legge e per amore, rende Figli e da quel momento in poi un Figlio ha diritto ad essere definito figlio e basta! Piangiamo quindi questa Figlia, figlia e basta, siamo vicini ai suoi Genitori, genitori e basta! Mirko Landi Anfaa – Sezione Toscana
“Ragazzina adottata si impicca all’età di quindici anni”. E’ il titolo dell’articolo e della civetta esposta nei pressi delle edicole. Una sassata, un pugno nello stomaco, non si può essere indifferenti. Non si può non comprare il giornale. Mettiamo da parte l’ultima affermazione che porterebbe a tristi riflessioni sulla mercificazione del dolore e sullo sciacallagio che si opera sui sentimenti delle persone e poniamo alla sua attenzione la sottolineatura dell’aggettivo “adottata” Siamo un coordinamento regionale toscano di associazioni che si occupano di tutela e promozione dei diritti dei bambini. Il nome che il coordinamento si è dato, parafrasando il motto latino “ubi maior minor cessat”, vuole proporre un ribaltamento di prospettiva in materia di tutela dei diritti dell’infanzia, e significare che il diritto dell’adulto deve cedere, comunque, il passo di fronte al preminente interesse del bambino. Vuole anche indicare che, laddove vi è un minore in difficoltà, è necessario che si investano risorse e si sviluppi un coordinamento di interventi a sua difesa: ubi minor ibi tutor. Nel caso del figlio adottivo noi pensiamo che, dal momento in cui questi diventa figlio ed è amato come figlio, non debba poi essere descritto con aggettivi come naturale, legittimo, adottivo. Alla storia privata di ciascuno è dovuto grande rispetto ed ogni fatto che lo coinvolga e che abbia una rilevanza per la comunità deve essere trattato con la dovuta correttezza e delicatezza. La titolazione su menzionata sembra veicolare l’idea che adottivo è associato a uno stereotipo negativo, come se l’adozione fosse causa o concausa di comportamenti censurabili. Fa pensare alla cultura che distingue figli di serie B, cui qualche volenteroso tenta di “far del bene”. I figli non si distinguono per serie, si amano ciascuno col proprio nome e possiamo solo sperare che, nello spazio di libertà in cui ciascuno gioca la propria vita, ogni figlio costruisca il massimo di bene per sé e per gli altri. Difficile sapere dove affonda le sue radici il disagio di un adolescente, chiunque esso sia, che abbia vissuto in una famiglia tranquilla senza traumi o abbia dovuto affrontare situazioni più o meno problematiche; quali “no” remoti ha dato al processo di crescita, di chi sono le responsabilità del buio che lo porta a tragiche conclusioni. In ogni caso la tragica morte della ragazzina interpella le istituzioni, la scuola, i servizi sociali, la società civile, “mass-media compresi”, invitando tutti a riflettere su quanto è ancora necessario fare per favorire l’integrazione e per contrastare preoccupanti tendenze razziste che affiorano nel paese. Annamaria Columbu Portavoce di Ubi Minor
Qui di seguito riportiamo la lettera a firma di Fabrizio Papini, Anfaa – Sezione Toscana pubblicata su “Toscana Oggi” del 15 ottobre 2006 e la risposta di Claudio Turrini, Direttore della Rivista in merito alla vicenda di “Maria”, la bimba bielorussa trattenuta in Italia dai coniugi Giusto che l’avevano ospitata per un soggiorno climatico temporaneo e poi ritornata in Bielorussia dietro richiesta delle autorità di quel paese
Abbiamo molto apprezzato la risposta che Claudio Turrini ha dato a un lettore (“La margheritina bielorussa” – Toscana Oggi 24 settembre 2006) L’adozione ha bisogno di regole. Per quanto riguarda l’adozione internazionale, la legislazione si fonda sulla Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993, ratificata dall’Italia con legge 476/1998. La Convenzione ha stabilito percorsi trasparenti e controllati, eliminando il “fai da te” e le “adozioni selvagge” che caratterizzavano il passato. Spesso, nella vicenda dolorosa della piccola bielorussa, la tenerezza ha fatto velo alla correttezza dell’informazione. Su alcuni giornali si sono confusi i soggiorni climatici temporanei con l’adozione internazionale, si sono qualificati “genitori adottivi” i coniugi ospitanti, si è creato lo “status” fantasioso del “nonno adottivo”. Non si trovano parole per esprimere l’orrore e l’indignazione per le violenze che si consumano negli istituti. Ma è anche motivo di grave preoccupazione che qualcuno, dietro l’alibi umanitario, pensi di utilizzare l’accoglienza sanitaria “reiterata” poer aggirare i giusti controlli che la legge prescrive. Spesso si tratta di persone che non hanno i requisiti per poter adottare o che cercano una scorciatoia per l’adozione. E’ utile ricordare che questi requisiti sono stati stabiliti nell’interesse prioritario del minore, non dell’adulto.
Quando si affrontano temi così delicati – come le adozioni - sulla base delle emozioni (o della politica) si rischia di fare molta confusione. Una cosa sono le adozioni, altra cosa gli affidi temporanei, altra ancora i soggiorni climatici: in quest’ultimo caso la famiglia che ospita temporaneamente un minore – e in questi anni ne sono arrivati 30mila dalla Bielorussia,, dopo l’incidente di Chernobyul – non deve mai confondere il suo ruolo con quello della famiglia naturale, anche quando- come nel caso di Maria, che viveva in un orfanotrofio – quest’ultima purtroppo è assente. Il fatto che abitualmente chiamasse “babbo” e “mamma” i coniugi Giusto dimostra l’ambiguità del rapporto instaurato. Non voglio giudicare questa coppia, perché ho rispetto per i loro sentimenti, ma credo che, pur animati dalle migliori intenzioni, abbiano anche sbagliato a nascondere per settimane la piccola. Tanto di cappello a chi si mette in gioco per il bene degli altri, ma tutto quello che potevano ottenere era che la bambina fosse tolta dall’orfanotrofio dove aveva subito delle violenze a che fosse seguita da un equipe di medici e psicologi come aveva stabilito il Tribunale dei minori. Pensare di “rapirla” foss’anche a fin di bene, era sbagliato. Quanti bambini abbandonati ci sono nel mondo? Potremmo permettere ad una coppia di portarseli a casa di nascosto, senza il permesso delle autorità di quel Paese e senza l’idoneità necessaria ad adottare? NotizieNo alla richiesta del Comune di Torino di aprire nel Cottolengo di Torino un reparto per bambini con handicap gravissimi e rilevanti esigenze sanitarie. Su La Stampa del 22 agosto 2006 è apparsa la notizia che il “il Cottolengo di Torino, su richiesta del Comune, ha accettato di allestire un reparto apposito” destinato ai bambini colpiti da gravi handicap e con rilevanti esigenze sanitarie. Attualmente questi fanciulli sono ricoverati a Tortona, creando notevoli problemi ai loro genitori che, per poter stare vicino ai loro figli, devono spostarsi da Torino. Numerose sono state le prese di posizione contrarie all’istituzione da parte del Cottolengo del reparto di cui sopra. Tra gli altri sono intervenuti: il Csa (Coordinamento sanità e assistenza tra i movimenti di base) Roberto Tarditi (presidente dell’Associazione “Mai più istituti” e un gruppo di genitori adottivi e affidatari dell’Anfaa (lettera che riportiamo qui di seguito). L’Assessore ai servizi sociali del Comune di Torino, Marco Borgione, nella lettera pubblicata su La Repubblica del 24 settembre 2006 ha rilanciato “il progetto proposto alla Piccola Casa della Provvidenza di Torino” All’Assessore Borgione ha replicato Vincenzo Bozza , Presidente dell’Utim con la seguente lettera: “Ringrazio l’Assessore ai servizi sociali del Comune di Torino per l’apprezzamento rivolto alle famiglie e alle associazioni che promuovono i diritti dei disabili. Ma è proprio sui diritti che non siamo d’accordo con lui. L’Assessore infatti mette in risalto con la sua lettera le numerose iniziative del Comune di Torino quali gli assegni di cura, gli affidi diurni, i sostegni educativi specialistici e altro, ma dimentica di dire però che il suo Assessorato non ha mai promosso una delibera comunale con la quale riconoscere il diritto esigibile delle persone disabili ai servizi di cui parla. “La legge regionale n. 1/2004 che sancisce una serie di diritti per queste persone resta di difficile utilizzazione se poi i Comuni o i Consorzi di Comuni non assumono con deliberazioni proprie, come ha fatto ad esempio il Consorzio o i Consorzi di Collegno-Grugliasco(To), l’obbligo di fornire i servizi alle persone in difficoltà che ne fanno richiesta. Ancora oggi, ad esempio, non è affatto garantito in città un posto in comunità alloggio ad un disabile intellettivo grave di cui la sua famiglia non è più in grado di occuparsi. “Sono stati molto numerosi nell’ultimo anno e in quello in corso i ricoveri effettuati lontano da Torino e dalle famiglie, in strutture ubicate in provincia di Alessandria, Biella ed altre che peraltro non sono nemmeno simili ad una comunità alloggio, ma sono la riedizione moderna dei vecchi istituti. “Anche il progetto proposto dall’Assessore ai servizi sociali Marco Borgione alla Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino ci vede nettamente contrari. Già la signora Marina Cometto, Presidente dell’Associazione per disabili gravissimi “Claudia Bottigelli”, il 3 settembre scorso ha evidenziato serie perplessità nel merito e proposto in alternativa piccole strutture di tipo familiare dove ospitare i minori in stato di abbandono. Io voglio aggiungere che le persone di cui si parla sono bambini che hanno gravi malformazioni e gravi problemi sanitari, Necessitano perciò, in primo luogo, di interventi di tipo sanitario. Se il Servizio sanitario regionale riversa sulle famiglie il carico di queste persone, ad avviso dell’Utim, l’Assessore invece di sostituirsi alle manchevolezze della sanità, dovrebbe affiancarsi loro ed aiutarle a rivendicare il diritto alle cure sanitarie che, ricordiamolo, sono obbligatorie come precisano la Costituzione e le leggi nazionali, al contrario dell’assistenza che, seppure è riconosciuta come un diritto dalla Costituzione, finora nessuna legge ordinaria l’ho resa esigibile. Così come del resto non ha fatto finora nemmeno il Comune di Torino” Lettera aperta al sindaco di Torino, all’Assessore ai servizi sociali del comune di Torino, al direttori delle Asl di Torino, alla Presidente della IV Commissione consiliare, all’Assessore al welfare della Regione Piemonte, all’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, al Presidente del Tribunale per i minorenni del Piemonte-Valle d’Aosta, al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni. Siamo amareggiati ed arrabbiati. Ci sembra che tutto il lavoro e l’impegno che abbiamo messo per inserire nella nostra famiglia bambini in condizioni analoghe, che tutta l’esperienza che abbiamo accumulato, che tutti i risultati positivi che abbiamo ottenuto, non abbiano trovato né ascolto né attenzione. Il Comune vuole voltare pagina ed invece di lavorare per fare uscire dagli istituti quei bambini che ancora vi si trovano (pensiamo ad esempio ai 40 ancora ricoverati al Piccolo Cottolengo Don Orione di Tortona….) torna a lavorare per la loro segregazione. Noi come famiglie affidatarie e adottive abbiamo sempre creduto che ogni minore abbia diritto di vivere nella propria famiglia d’origine e, in assenza di questa, in una sostitutiva, affidataria o adottiva. Se proprio si rende necessario un ricovero, questo deve essere effettuato in una piccola comunità, di tipo familiare, non certo in un istituto o in una RSA. Il superamento del ricovero in istituto vale anche per loro! Se si tratta poi di bimbi con problemi prevalentemente sanitari, la gestione deve essere di competenza sanitaria per assicurare loro tutte le cure di cui necessitano, sull’esempio positivo delle comunità aperte dall’ASL 3. Tutti hanno diritto a essere amati e accuditi per poter crescere, e questo vale anche e soprattutto per i minori portatori di handicap o affetti da malattie che condizionano le loro possibilità di vita. Le nostre esperienze ci hanno insegnato che bisogna superare il pregiudizio che porta a definire un bambino “incurabile” in base al quale si stabilisce un limite di tempo oltre cui non sarebbe più possibile ottenere risultati positivi. Uno degli stereotipi da combattere è l’eterno ritornello “a questo punto, per lui, non c’è più nulla da fare” Non esiste nessun limite se non nell’idea di chi non sa come affrontare i problemi o di chi crede di non poter fare di più. Non vogliamo certamente negare né l’esistenza di limiti oggettivi nello sviluppo di determinati bambini né le difficoltà conseguenti: intendiamo piuttosto affermare che qualcosa si può sempre fare per spostare tali limiti, ma che questo è possibile farlo solo se i bambini possono essere inseriti in un ambiente normale, famigliare, che li stimoli, li affianchi, regali loro il calore necessario perché si possa mettere in moto la voglia di provare. Molti genitori di bambini handicappati sono oggi attivi, hanno imparato a vivere la nascita di un figlio handicappato non come una sconfitta ma come una sfida, e lottano per affermare i diritti dei più deboli a vivere una vita degna di questo nome. Questi genitori si sono ribellati all’”inevitabile”, hanno cercato percorsi nuovi mai battuti prima: hanno lottato per una reale integrazione scolastica, per un lavoro, per dare, insomma, ai loro figli una vita il più possibile normale e hanno ottenuto risultati spesso insperati. In questa direzione si sono mossi anche genitori come noi che hanno adottato o preso in affidamento un bambino handicappato o malato, spinti dal desiderio di un concreto, quotidiano impegno nella consapevolezza che lottare per questo figlio “diverso”, vuol dire dare un contributo alla realizzazione di un mondo più giusto, più umano per tutti!. Ci aspettavamo e ci aspettiamo più aiuti dalle istituzioni, più impegno perché molti diritti affermati sulla carta diventino finalmente esigibili; interventi concreti e mirati per sostenere a domicilio le famiglie d’origine, adottive o affidatarie, sia a livello sociale che sanitario; più ascolto e attenzione dal mondo della scuola, nella direzione dell’integrazione piuttosto che in quella della segregazione, l’abolizione delle barriere architettoniche che ancora esistono senza che nessun se ne preoccupi…. Il diritto alla vita tanto declamato in questi ultimi tempi dovrebbe voler dire dare il diritto a tutti i bambini non solo di nascere, ma anche di vivere una vita non priva di quegli affetti e di quel calore che solo una famiglia può dare. Un bambino per quanto menomato sente, soffre, si emoziona come o molto di più dei bambini cosiddetti normali!. Certo le famiglie lasciate sole possono arrivare alla disperazione e chiedere di poter ricoverare il proprio figlio, sopraffatte anche dalle quotidiane difficoltà materiali e psicologiche, Bene, piuttosto, lavoriamo perché le famiglie possano non sentirsi più abbandonate e possano affrontare con serenità le difficoltà che man mano si presentano, lavoriamo per accogliere i bambini soli. Crediamo che nessuno possa considerare la vita in istituto una soluzione e di sicuro nessuno la desidera per il proprio figlio, al massimo può sceglierla perché disperato e solo. Perché allora la si vuole offrire a chi ha già avuto così poco? Chi ha una responsabilità politica quando sceglie una soluzione piuttosto che un’altra rivolta a minori o comunque a persone deboli, forse dovrebbe chiedersi se è quello che vorrebbe per il proprio figlio. Se impariamo a sentirci un po’ genitori di tutti i figli della nostra generazione forse siamo più attenti a trovare delle soluzioni giuste e siamo più in grado di trovare le risorse necessarie per concretizzare quei diritti che nessuno nega siano di tutti. E’ questo il secondo ritocco che l’Ordine nazionale dei giornalisti e la Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana) fanno alla prima stesura del 1990, visto che un primo restyling c’era stato già nel 1995 con la pubblicazione di un’integrazione, cioè il “Vademecum Treviso ‘95”. Il documento rappresenta un’ulteriore passo in avanti verso la più profonda tutela dei diritti di anonimato e riservatezza dei bambini e dei ragazzi protagonisti o semplici testimoni di fatti di cronaca. Esso è stato approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine nella seduta del 30 marzo 2006, tenendo anche conto delle osservazioni e delle indicazioni formulate dal Garante, soprattutto per quello che concerne il mondo di Internet e dei nuovi media. Infatti, il nuovo testo prevede che le norme devono essere applicate “anche al giornalismo on-line, multimediale e ad altre forme di comunicazione giornalistica che utilizzino innovativi strumenti tecnologici per i quali dovrà essere tenuta in considerazione la loro prolungata disponibilità nel tempo”. Tutto questo, come viene sottolineato nella nuova carta di Treviso, fermo restando il diritto di cronaca in ordine ai fatti e alle responsabilità, ma ricercando “un equilibrio con il diritto del minore ad una specifica e superiore tutela della sua integrità psico-fisica, affettiva e di vita di relazione”. Nella carta, infine, si legge che l’Ordine dei giornalisti e Fnsi si impegnano pure a richiamare i responsabili delle reti radiotelevisive, i provider e gli operatori di ogni forma di multimedialità ad una particolare attenzione ai diritti del minore, anche nelle trasmissioni di intrattenimento, pubblicitarie e nei contenuti dei siti Internet.
Tratto da il Redattore Sociale La storia del regno incantatoCome raccontare a dei bambini gli avvenimenti importanti della vita entrando nel mondo fantastico della loro mente e incontrare il simbolismo della fantasia? Come parlare a dei genitori adottivi della storia del loro bambino lasciando una traccia di un passato, che è solo suo, ma che loro possono custodire? Ecco da dove nasce la mia esperienza degli ultimi anni: sono diventata una narratrice di storie vere raccontate attraverso il simbolismo di una fiaba. Vivendo per tanti anni insieme a bambini molto piccoli che condividono con al mia famiglia l’esperienza della nostra casa-famiglia, ho capito l’importanza che i primi anni di vita hanno nella costruzione di un rapporto futuro. Io e mio marito, negli ultimi undici anni siamo diventati custodi di tante vite incontrate, condivise e accompagnate nel passaggio verso una nuova famiglia: la famiglia adottiva. Il 6 gennaio del 96 abbiamo fondato la casa-famiglia “La Tenda” a Roma. Abbiamo pensato che per un bambino piccolo, allontanato dalla sua realtà familiare, fosse fondamentale vivere, anche se per un periodo, con un’altra famiglia. La scelta di fondare una casa-famiglia nasceva da una spinta vocazionale ma anche dalla convinzione che troppo spesso i bambini “allontanati” vengono ancora inseriti in tali strutture. Perché allora non mettere la famiglia dentro la struttura? Ed ecco la nostra casa-famiglia dove viviamo io, mio marito, le nostre tre figlie, una bambina in affidamento familiare ed altri sette bambini dell’età compresa tra i 0 e i 6 anni. Naturalmente siamo coadiuvati nel lavoro da educatori e psicologi e dai volontari che ci supportano, sia single che famiglie. In questi undici anni sono passati 57 bambini, metà dei quali sono andati in adozione. L’esperienza con le nostre figlie ci ha fatto capire quanto sia importante conoscere gli avvenimenti e le tappe dei primi anni di vita, per esempio: quando è spuntato il primo dentino, oppure quando si è cominciato a camminare, quando si è mangiato la prima pappa e così via. Noi raccogliamo tutti questi passaggi in una storia, raccontata con i simboli che il bambino impara a conoscere attraverso la narrazione quotidiana delle favole. Qualche anno fa qualcuno mi sollecitò a raccontare anche la nostra storia sotto forma di fiaba. Cominciai il racconto a partire dal nostro primo affidamento familiare, un bambino stupendo che illuminò il nostro cammino di coppia e la nostra ricerca vocazionale. Non abbiamo avuto figli biologici ma abbiamo incontrato sulla strada le nostre tre figlie che sono per noi delle perle preziose. Per ognuna di loro quindi una storia speciale raccontata nel libro attraverso la simbologia che le contraddistingue. La nostra vita è stata segnata anche da momenti duri e difficili che abbiamo affrontato e superato. Nel libro diventano montagne da scalare con uccelli rapaci che insidiano il passaggio e sabbie mobili che fanno affondare; oppure saette e fulmini che rischiano di distruggere ciò che si cerca di costruire. Spesso però, con l’aiuto di qualcuno, si riescono ad accendere luci che, attraverso il passato, possono illuminare il presente e dare l’energia per proiettarsi verso il futuro. La quarta pietra preziosa è la bambina che abbiamo ora in affidamento familiare. Ecco poi il senso della casa-famiglia, il Castello del libro. Con il linguaggio delle favole viene narrato il percorso che il bambino deve attraversare quando arriva nella struttura. Esiste un “Tempio-Tribunale per i Minorenni” dove le “Fate protettrici-Giudici” leggono e ascoltano i “messaggi-relazioni” dei bambini, inviate dalle “Dame del Regno-Assistenti Sociali” che vivono nei “Boschi-Municipi/Città/Paesi”. In questi Boschi vivono “animali-famiglie” di tutti i tipi, alcuni possono spaventare i bambini che quindi devono essere necessariamente protetti. Quando un bambino riceve la “pergamena-decreto” può recarsi al Castello accompagnato dalla sua Dama. Qui incontra “Re, Regina e Principessine-nostra famiglia”, la “Fatine dei fiori-educatrici” ed i “Giullari di corte-volontari”, con loro comincia un percorso di crescita e di elaborazione del suo vissuto. Quando arriva, il bambino è spesso impaurito e addolorato ed ha bisogno di tempo e di uno spazio dove riversare la sua paura. Il Pozzo magico, metaforicamente, è quel luogo dove i piccoli possono gridare sapendo che il ritorno che ne viene è una magica sensazione di benessere. Nel periodo in cui vive al Castello, il bambino impara a ricostruire il mosaico della sua vita, riscopre piano piano i vari pezzetti che sono dentro la sua “sacca-storia personale” anche attraverso lo specchietto magico regalatogli dalla “Veggente-psicologa” del Regno incantato. Quando il mosaico della sua vita è ricomposto, a partire dall’immagine recuperata dal “bosco-luogo d’origine”, il bambino può intraprendere una nuova avventura. La “Fata protettice-Giudice” emette un “mandato-decreto” ed il bambino può lasciare il Castello. Certamente questo è il momento più toccante della vita del Castello: al bambino vengono offerti vari doni, raccolti nell’Album della Vita dove, tutti coloro che hanno condiviso con lui quel pezzetto di strada, raccontano i momenti più belli vissuti insieme. Infine il bambino sale sulla carrozza dove lo accolgono coloro che lo aspettavano da tempo: famiglia biologica oppure famiglia adottiva o famiglia affidataria, ed il saluto, accompagnato dallo sguardo intenso che lo segue fino a che scompare all’orizzonte, è ricco e denso di tutte quelle emozioni che hanno reso unico l’incontro tra noi e lui. Quante volte abbiamo vissuto questo momento così delicato e così toccante! Ognuno di questi saluti è diventato una perla inserita nel filo della nostra vita ed ogni volto ha arricchito l’albero genealogico della nostra famiglia. E quale gioia riincontrare questi bambini nei momenti di festa comunitaria! Vederli cresciuti e ormai pienamente inseriti nella loro famiglia, ma che serbano nel cuore il ricordo intenso del Castello, vissuto quindi non più come luogo di abbandono, ma come esperienza di accoglienza e di crescita. Questa è la storia che noi viviamo quotidianamente, è sicuramente un’esperienza emozionante e coinvolgente, anche se con le sue fatiche ed i momenti difficili. Tante volte ci viene chiesto se capita di dire “chi ce l’ha fatto fare”, sicuramente sentiamo che un’esperienza così totalizzante può imbrigliare il nostro vissuto di famiglia, qualche volta la voglia di respirare “aria fresca” diventa vitale, però sentiamo che la ricchezza di questa esperienza forgia e tocca profondamente il nostro essere, mette in gioco delle emozioni così forti da diventare linfa che passa dentro l’intimità, dandoci la capacità di intessere relazioni familiari più ricche e più stimolanti. Per questo motivo vale la pena di giocarsela fino in fondo. Maria Grazia Viganò Notiziario dalle sezioniSezione di Como “Vivere è abitare nel cuore di qualcuno” è il titolo di due serate organizzate dalla Sezione Anfaa di Como presso la Biblioteca Comunale per ribadire il diritto di ogni bambino, fin dalla nascita, a vivere in una famiglia. I temi affrontati sono stati i seguenti: il 1° dicembre 2006“ Dicembre 2006: chiudono gli istituti per minori, apriamo le famiglie” e “L’infanzia negata nel carcere” con Maria Cristina Tischer, pediatra presso la Casa Circondariale Bassone di Como (vedi articolo in altra parte del Notiziario) e il 5 dicembre la psicologa Donatella Fiocchi ha parlato su “L’affido dei neonati e dei bambini piccolissimi. Come attuarlo?” Dalla prima legge di riforma del sistema penitenziario italiano, n. 354 del 1975, sono state approvate una serie di altre leggi fino ad arrivare alla cosiddetta legge Finocchiaro, 8 marzo 2001 n. 40, che istituisce la “detenzione domiciliare speciale, di cui possono usufruire le condannate a pena uguale o superiore a 4 anni e madri di prole non superiore a 10 anni”. Questo per evitare che a “detenute madri si aggiungano detenuti bambini”. Questa legge è perlopiù disattesa e praticamente in Italia sono circa 50 i minori che vivono con le madri in carcere, in un ambiente assolutamente inadeguato per una crescita sana ed equilibrata del bambino. Alle serate è stata abbinata un’interessante Mostra d’Arte, che si è aperta con un ricco buffet e la presenza del critico d’arte Luigi Cavadini. La Mostra ha visto la partecipazione di 17 pittori con uno o più quadri a testa, che sono rimasti esposti nella Sala della Biblioteca Comunale per una settimana. Progetti presentati nell’ambito della Legge Regionale 23/99 dalla Sezione Lombarda sul tema dell’adozione – anni 2005/2006 “Adozione: per non viverla da soli”, sette incontri a Milano, da gennaio a giugno 2006, presso il Salone Clerici delle Acli, con l’obiettivo dichiarato di dare risposta agli interrogativi dei genitori adottivi, che si trovano spesso impreparati di fronte ai loro figli che, prima di essere adottati, hanno sofferto molto e a lungo. Abbiamo voluto dimostrare che la scelta di diventare genitore di un bambino nato da altri, richiede oggi un sostegno, che si può realizzare attraverso gruppi di auto aiuto. Il progetto ha visto una serie di relatori esperti, che hanno affrontato diversi argomenti nel corso delle serate, e ha avuto un’ottima risposta di pubblico; è stato realizzato in collaborazione con l’Associazione di famiglie adottive “Il filo d’Arianna” e l’Ente autorizzato AMI (Amici Missioni Indiane) “Nel cuore dell’adozione” a Brescia presso l’Auditorium dell’Istituto Pasquali Agazzi è stato realizzato in collaborazione con le realtà che fanno parte del Tavolo Operativo Locale, istituito -secondo la Delibera della Regione Lombardia dell’8 agosto 2003 - dal Dipartimento ASSI dell’Azienda Sanitaria Locale di Brescia e cioè l’Associazione Omnibus e l’Ente autorizzato La Primogenita International Adoption. Il progetto si è sviluppato nell’arco di sette serate da novembre 2005 a maggio 2006 ed era rivolto in particolare alle coppie che stanno facendo un percorso per diventare genitori adottivi, ma anche ai genitori che sono già adottivi. A Brescia mancava un programma di incontri su questo argomento; tutte le sere era presente un pubblico numeroso e attento. Al termine dei sette incontri abbiamo organizzato un gruppo di una ventina di famiglie adottive, che abbiamo riunito per due volte al sabato pomeriggio nel settembre del 2006, con una psicologa e un’assistente sociale dell’ASL di Brescia, mentre i bambini erano seguiti da una pedagogista e da un’educatrice . L’esperienza relativamente nuova di organizzare il gruppo dei genitori e dei bambini per valutare la relazione che si instaura in questa nuova dimensione è stata nel complesso positiva e abbiamo programmato di ripeterla nel 2007 se ci saranno le condizioni favorevoli. Notiziario sede nazionaleUN PIANO STRAORDINARIO PER IL SUPERAMENTO DEL RICOVERO IN ISTITUTO DEI MINORI
Il 12 settembre scorso la Presidente dell’Anfaa Donata Nova Micucci ha inviato una lettera aperta a Linda Lanzillotta, Ministro per gli affari regionali e le autonomie locali; Cecilia Donaggio, Sottosegretario Ministero per la solidarietà sociale; Vasco Errani, Presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano; Giancarlo Galan, Reggente del Coordinamento interregionale degli Assessori regionali alle politiche sociali chiedendo che non venisse rinviata, come alcuni mezzi di informazione avevano ipotizzato, la scadenza del 31 dicembre 2006 per il superamento del ricovero dei minori in istituto e che fosse nel contempo approvato un piano straordinario per il diritto di ogni minore a crescere in famiglia, di cui riportiamo il testo, inviato in occasione della riunione della Conferenza Stato/Regioni del 13 settembre 2006. Con vivo disappunto abbiamo appreso nei giorni scorsi dal Sottosegretario per la solidarietà sociale Cecilia Donaggio che il nuovo Governo – anche a fronte delle gravi inadempienze del Parlamento e del Governo precedenti, nonché di buona parte delle Regioni – valuterà la possibilità di una proroga in merito alla scadenza stabilita per il superamento del ricovero dei minori in istituto entro il 31 dicembre 2006 previsto dal secondo comma dell’articolo 2 della legge 149/2001. In questi ultimi anni l’Anfaa ha ripetutamente denunciato quanto poco stessero facendo le istituzioni preposte per concretizzare questo obiettivo, mettendo in evidenza il rischio reale che il superamento degli istituti entro il 2006 si realizzasse attraverso una semplice riorganizzazione interna degli stessi e non attraverso l’attivazione degli interventi alternativi previsti dalla suddetta legge (sostegno alle famiglie d’origine, affidamento familiare, adozione e comunità di tipo familiare). Va infatti rilevato che, come anche sottolineato nel II Rapporto di aggiornamento 2005-2006 sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, elaborato dal Gruppo di lavoro per la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, cui aderiscono oltre 40 organizzazioni operanti nel settore minorile (fra cui l’Anfaa), “il diritto del minore a crescere in famiglia non è un diritto esigibile, in quanto la realizzazione degli interventi previsti dalla legge 149/2001 (quali, ad esempio, il sostegno alle famiglie d’origine, agli affidamenti e alle adozioni di minori ultradodicenni o con disabilità accertata, ecc.) è condizionata dalla disponibilità delle risorse dello Stato, delle Regioni e degli enti locali e quindi le suddette istituzioni non hanno l’obbligo di fornire gli aiuti previsti, che rimangono subordinati alle disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci. Va inoltre precisato che né la legge 149/2001, né la legge 328/2000 prevedono norme che consentano agli utenti e alle associazioni di tutela dei diritti la possibilità di far rispettare dagli enti locali la priorità degli interventi alternativi al ricovero. L’attuazione della legge 149/2001 è ulteriormente complicata dal fatto che, con la legge 328/2000 e la modifica del titolo V della Costituzione, la competenza per le politiche sociali è esclusiva delle Regioni per quanto riguarda i poteri di programmazione e legislativi, e degli enti locali per quanto riguarda la gestione degli interventi. Lo Stato, come già ricordato, ha invece il compito di definire i Liveas”, cioè i livelli essenziali di assistenza sociale indispensabili per arrivare ad uniformare le prestazioni nei confronti degli assistiti su tutto il territorio nazionale. Inoltre, com’è noto, purtroppo, la Conferenza permanente per i rapporti fra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, cui era demandata l’individuazione dei criteri in base ai quali le Regioni dovevano provvedere alla definizione degli standard minimi delle comunità di tipo familiare e degli istituti (articolo 2, comma 5 della legge 149/2001), ha deliberato in data 28 febbraio 2002 che i criteri erano quelli previsti dal decreto ministeriale 21 maggio 2001, n. 308 riguardante i requisiti delle strutture assistenziali diurne e residenziali, già emanato a norma dell’articolo 1 della legge 328/2000. Questo decreto si è limitato a prevedere per i minori comunità di tipo familiare e gruppi appartamento, inseriti nelle normali case di abitazione, con un numero di utenti che non può essere superiore a sei (articolo 3) e strutture a carattere comunitario con un massimo di dieci posti letto più due per le eventuali emergenze (articolo 7). Non ha precisato nient’altro, neppure che queste strutture non debbono essere accorpate tra di loro per evitare, come avviene ad esempio, nella Regione Lombardia, che strutture quali i Villaggi Sos siano classificate come “comunità” oppure possano sopravvivere istituti come l’istituto Mamma Rita di Monza che è organizzato in tanti gruppi appartamento e che ora ospita una settantina di minori! A fronte di quanto brevemente esposto, l’Anfaa ripropone al Parlamento, al Governo e alla Conferenza Stato-Regioni e al Coordinamento interregionale degli Assessori regionali alle Politiche sociali, l’approvazione di un piano straordinario per il diritto di ogni minore alla famiglia e per il superamento del ricovero in istituto che, anche attraverso stanziamenti mirati nella prossima legge finanziaria, preveda la definizione da parte del Parlamento dei Liveas, previsti dalla legge n. 328/2000 sopra richiamati affinché le Regioni garantiscano: a) l’esigibilità del diritto del minore a crescere in famiglia, attraverso la previsione di adeguati sostegni economico-sociali ai nuclei familiari di origine e il supporto degli affidamenti familiari e delle adozioni, con particolare attenzione a quelle dei minori ultradodicenni o con disabilità accertate o gravi patologie; b) l’individuazione delle caratteristiche essenziali delle strutture residenziali, che dovrebbero essere recepite dalle Regioni, dai Comuni e dalle Asl, nell’ambito delle rispettive competenze e che dovrebbero comprendere anche le disposizioni relative all’autorizzazione e alla vigilanza e al controllo delle strutture stesse; queste ultime funzioni dovrebbero essere attribuite alle Province per evitare che sia lo stesso ente che gestisce gli interventi a svolgere anche la funzione di verifica sugli stessi; c) l’attivazione di un’anagrafe, periodicamente aggiornata sulla situazione personale e familiare dei minori ricoverati nelle strutture residenziali, realizzata con standard di riferimento comuni al fine di consentire il monitoraggio degli interventi cui hanno diritto, sopra richiamati al punto a). Queste richieste sui Liveas sono a nostro parere riconducibili alle “prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” così come previste dall’articolo 117 della Costituzione. Detto piano straordinario dovrebbe anche prevedere l’attivazione da parte del Ministero di giustizia della Banca dati dei minori dichiarati adottabili e degli aspiranti genitori adottivi, prevista dall’articolo 40, terzo comma della legge n. 149/2001 (avrebbe dovuto essere realizzata entro il dicembre 2001!). La sua entrata in funzione consentirà di conoscere la reale situazione dei minori dichiarati adottabili, che non sono stati adottati, e di operare per assicurare al più presto il loro diritto ad una famiglia. Dalla lettura dei dati forniti dal Ministero di giustizia, Divisione per i minorenni, relativi all’attuazione della legge 184/83, risulta che il numero dei minori italiani dichiarati adottabili è, ogni anno, nettamente superiore al numero di quelli che vengono adottati con adozione legittimante (secondo gli ultimi dati disponibili nel triennio dal 2000 al 2002 i minori dichiarati adottabili sono stati 3.197 e gli affidamenti preadottivi solo 2.910). Questa Banca consentirebbe anche di verificare i motivi del crescente e preoccupante aumento delle adozioni ”nei casi particolari”. L’Anfaa chiede altresì che venga verificata la possibilità che nella realizzazione del piano straordinario vengano coinvolte le Procure della Repubblica presso i Tribunali per i minorenni, tenuto conto che in base alla legge n. 184/1983 gli istituti di assistenza pubblici e privati e le comunità di tipo familiare devono trasmettere semestralmente al Procuratore della Repubblica del luogo ove hanno sede “l’elenco di tutti i minori collocati presso di loro con l’indicazione specifica, per ciascuno di essi, della località di residenza dei genitori, dei rapporti con la famiglia e delle condizioni psicofisiche del minore stesso” (articolo 9, comma 2). Inoltre, lo stesso Procuratore “ogni sei mesi effettua o dispone ispezioni negli istituti di assistenza pubblici o privati” e “può procedere a ispezioni straordinarie in ogni tempo” (articolo 9, comma 3). |
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