Bollettino 2bis 2009

E' possibile visualizzare il bollettino in formato Acrobat Reader facendo clic qui

Editoriale

Il 2 luglio scorso il Senato approvava in via definitiva il DDL 733 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” che ha introdotto nel nostro ordinamento il reato di clandestinità per gli immigrati senza permesso di soggiorno presenti sul nostro territorio..

Forti preoccupazioni in merito ai deleteri effetti che tale normativa produrrà nei confronti di tanti minori figli di clandestini sono state espresse da numerose associazioni (1) in una lettera inviata al presidente Napolitano e che riproduciamo qui di seguito:

“Con la presente lettera desideriamo manife­starLe la nostra profonda preoccupazione rispetto alle conseguenze che il DDL 733 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, approvato al Senato in via definitiva il 2 luglio u.s., avrà sulla vita delle famiglie e dei bambini e dei ragazzi di origine straniera che vivono in Italia.

Le nostre associazioni e organizzazioni, impegnate quotidianamente per la tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, non possono che esprimere il loro profondo disaccordo per una legge che prevede norme che riteniamo non conformi con alcuni fondamentali diritti sanciti dalla Costituzione e dalla Conven­zione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Italia si è impegnata a rispettare.

A nostro avviso, saranno molto gravi gli effetti del previsto reato di clandestinità che spingerà, di fatto, la popolazione straniera, oggetto del provvedimento, a non avere alcun contatto con le istituzioni né con alcun tipo di servizio pubblico, relegando alla marginalità non solo gli adulti ma anche i loro figli, rendendo la loro presenza assolutamente invisibile con conseguenze sociali gravi e difficilmente prevedibili.

La conseguente esclusione dai servizi scolastici e sociali così come dalle prestazioni sanitarie, per il timore di un genitore di essere segnalato all’autorità, viola diritti fondamentali dei bambini e dei ragazzi quali il diritto all’istruzione e alle cure sanitarie. Mentre è obbligo dello Stato - uno Stato responsabile di fronte ai propri doveri - riconoscere a tutti i minorenni pari trattamento senza alcuna discriminazione.

Serissime saranno altresì le conseguenze della mancata registrazione alla nascita dei nati da genitori irregolari, in aperta violazione del diritto fondamentale ad un nome, previsto dalla Convenzione, nonché notevoli gli ostacoli che i minori stranieri non accompagnati arrivati da adolescenti in Italia incontreranno al compimento della maggiore età, non potendo di fatto regolarizzare la loro permanenza nel nostro Paese.

Quanto sopra indicato rappresenta solo alcune delle gravi situazioni che dovranno affrontare, per il semplice fatto di non essere italiani, i minorenni di origine straniera in conseguenza dell’attuazione di queste norme previste a tutela della sicurezza pubblica.

Il perseguimento della ‘sicurezza’, motivo e oggetto della legge, è di fondamentale importanza per la crescita e lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti e soprattutto per essi deve essere strumento di garanzia ai fini dell’esercizio di tutti i diritti che la Convenzione riconosce loro. Occorre però riflettere sull’accezione del termine: sicurezza, per chi lavora per i diritti, significa sicurezza sociale, ottenuta attraverso politiche inclusive e la promozione di una cultura dei diritti umani.

Certi del Suo impegno a favore dei diritti umani, ci appelliamo a Lei affinché siano adeguatamente valutati i profili di legittimità della nuova normativa e di conformità alle norme internazionali nonché i gravi effetti negativi che si produrrebbero sulle famiglie e sui minori di origine straniera presenti in Italia”.

Il presidente Napolitano, pur non ravvisando evidenti elementi di anticostituzionalità tali da impedirgli la promulgazione di questa legge (diventata legge 15 luglio 2009 n. 94), ha voluto accompagnare la sua firma a una lettera in cui esprimeva alcune considerazioni e preoccupazioni proprio in merito ad alcuni dei punti sollevati in questo nostro appello.

Tra le numerose prese di posizioni critiche in merito a questa legge espresse da Associa­zioni e da Organizzazioni del privato sociale, segnaliamo la lettera inviata a firma di 60 associazioni facenti parte del Gruppo CRC di cui l’Anfaa fa parte, che pubblichiamo a pag. 14 di questo bollettino.

A seguito di quanto espresso nella sua lettera di accompagnamento dell’atto di promulgazione della legge 94/2009 dal Presidente della Repubblica e anche delle numerose sollecitazioni ricevute a questo proposito, il Ministero dell’Interno ha emanato il 7 agosto una circolare (c. n.19/2009) in merito alle indicazioni in materia di anagrafe e di stato civile. In questa circolare si chiarisce che, mentre « il matrimonio dello straniero (extracomunitario) è subordinato alla condizione che lo stesso sia regolarmente soggiornante sul territorio nazionale», per quanto riguarda «lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».

Questa circolare fa giustamente chiarezza su questo aspetto così importante. Resta comunque forte la necessità di una campagna informativa capillare presso le comunità degli stranieri, presso le aziende sanitarie e ospedaliere ed i Consultori e presso tutti i punti chiave cui gli stranieri fanno riferimento per evitare il più possibile che gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno, per il timore di essere identificati e perseguiti in base a quanto disposto dalla normativa in merito al reato di clandestinità, evitino di registrare all’anagrafe i loro figli, rendendoli in tal modo “bambini invisibili” privi di ogni diritto di cittadinanza e di tutela sociale.

Onde evitare nella misura del possibile il mancato ricorso alle strutture sanitarie da parte degli immigrati e la non iscrizione scolastica dei loro figli, si rivela di assoluta necessità una corretta informazione circa il fatto che è tutt’ora in vigore quanto previsto all’art. 35 del Testo Unico sull’immigrazione, che al comma 5 recita: “salvo le ipotesi di obbligo di referto, l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero irregolare non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità” e del fatto che i dirigenti scolastici sono stati esentati dal conoscere la situazione di irregolarità del genitore del minore all’atto dell’iscrizione scola­stica.

Il problema centrale che vorremmo evidenziare è la contradditorietà delle norme previste da questa legge: da un lato viene riconfermato quanto stabilito dal suddetto art. 35 comma 5 per quanto riguarda il divieto di segnalazione dei clandestini da parte delle strutture sanitarie, dall’altro si riconferma il reato di clandestinità che comporterebbe di conseguenza l’obbligo per i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio (e quindi anche ad esempio per i medici ospedalieri e delle ASL) di denunciare il clandestino, andando così in conflitto con quanto disposto dall’articolo sopra citato.

Le conseguenze, a nostro avviso, saranno estremamente gravi: i clandestini tenderanno sempre più a nascondersi e a non rivolgersi ai servizi sociali, sanitari, scolastici e assistenziali nel timore di essere denunciati e quindi espulsi.

In particolare temiamo che possa aumentare il numero delle gestanti che non si rivolgeranno all’ospedale per partorire, sia che intendano riconoscere il figlio o meno, con le nefaste conseguenze sulla salute del bambino e della partoriente stessa.

A nostro avviso, inoltre, incrementerà significativamente il numero degli infanticidi e dei casi di abbandono di neonati in cassonetti o in luoghi insicuri, che mettono a forte rischio la loro vita.

A questo proposito vi è un’estrema necessità di una campagna informativa capillare e costante che informi la popolazione, e in particolare gli immigrati clandestini, dei diritti che la nostra legge attribuisce alle donne: il diritto a riconoscere o meno il neonato come figlio, che vale sia per le donne coniugate sia per le donne che hanno un figlio al di fuori del matrimonio. Questo diritto deve essere garantito da tutti i servizi sanitari e sociali coinvolti; nei casi in cui il neonato non venga riconosciuto nel suo atto di nascita (che deve essere redatto entro dieci giorni dal parto) risulta scritto: «figlio di donna che non consente di essere nomi­nata».

L’ufficiale di stato civile – a seguito della dichiarazione della persona (medico, ostetrica, ecc…) che ha assistito al parto – attribuisce al suddetto neonato un nome ed un cognome, procede alla formazione dell’atto di nascita e alla segnalazione alla procura della repubblica presso il tribunale per i minorenni per la sua dichiarazione di adottabilità ai sensi della legge 184/1983 e s.m.. Così, a pochi giorni dalla nascita, il neonato può essere inserito in una famiglia adottiva scelta dallo stesso tribunale per i minorenni.

La legge 184/1983 e s.m. stabilisce inoltre, all’art.11, che il tribunale per i minorenni può disporre la sospensione della stato di adottabilità per un periodo massimo di due mesi, su richiesta di chi afferma di essere uno dei genitori biologici «sempre che nel frattempo il bambino sia assistito dal soggetto di cui sopra o dai suoi parenti fino al quarto grado permanendo comunque un rapporto con il genitore naturale». Se il neonato non può essere riconosciuto perché il o i genitori hanno meno di 16 anni, l’adottabilità può essere rinviata anche d’ufficio dal tribunale per i minorenni fino al compimento dell’età di cui sopra. Un’ulteriore sospensione di due mesi può essere concessa al compimento del 16° anno di età.

Nel 2007, ultimo dato disponibile, su 1344 minori dichiarati in stato di adottabilità in Italia, 641 sono stati quelli non riconosciuti alla nascita, nel 2006 erano stati 501 su 1254, nel 2005 erano 429 su 1168, mentre nel 2004 erano 410 su 1064; pur non essendoci dati statistici, gli operatori socio sanitari confermano il crescente numero di neonati non riconosciuti nati da donne extracomunitarie prive di permesso di soggiorno.

Vogliamo qui sottolineare l’urgenza di sollecitare l’approvazione da parte del Parlamento della proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati da parte del Consiglio Regionale del Piemonte del corso della XV legislatura, e ripresentata anche nell’attuale legislatura, per assicurare su tutto il territorio nazionale alle gestanti e madri in condizioni di disagio socio-economico i necessari sostegni sociali: si tratta del progetto di legge n. 1266 che, in attuazione del 5° comma dell’articolo 8 della Legge 328/2000, prevede la realizzazione da parte delle Regioni di almeno uno o più servizi altamente specializzati, gestiti dagli enti gestori delle prestazioni socio assistenziali, in grado di fornire alle gestanti, indipendentemente dalla loro residenza anagrafica e cittadinanza, le prestazioni necessarie e i supporti perché possano assumere consapevolmente e libere da condizionamenti sociali e/o familiari le decisioni circa il riconoscimento o il non riconoscimento dei loro nati.

Il Coordinamento Sanità assistenza fra i movimenti di base, cui l’Anfaa aderisce, ha più volte sollecitato l’approvazione di questo progetto di legge, che estenderebbe a tutte le Regioni quanto già previsto dalla legge della Regione Piemonte n. 16/2006 che ha affidato ai Comuni di Novara e di Torino, nonché ai Consorzi intercomunali del Cuneese e dell’Alessandrino le funzioni sopra citate.

La presidente: Donata Nova Micucci

(1) L’appello è stato firmato dalle seguenti associazioni: Ai.Bi. - Associazione Amici dei Bambini; AIMMF - Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia; Alisei, Società Cooperativa Sociale; ANFAA - Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie; Arciragazzi Nazionale; ASGI - Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione; Associazione Antigone onlus; Associazione Culturale Pediatri; Associazione IBFAN Italia Onlus; Associazione Nessun luogo è lontano; Associazione Progetto Diritti; BATYA - Associazione per l’accoglienza, l’affidamento e l’adozione onlus; CGIL; CIAI - Centro Italiano Aiuti all’Infanzia; CIDIS Onlus Centro di Informazione, Documentazione ed Iniziativa per lo Sviluppo; CNCA - Coordinamento nazionale comunità di accoglienza; Coordinamento Italiano per il Diritto degli Stranieri a Vivere in Famiglia onlus; Commissione Minori dell’Associazione Nazionale Magistrati; Defence for Children International Italia; Fondazione Terre des hommes Italia onlus; IFS - Istituto Fernando Santi; La Gabbianella Coordinamento per il Sostegno a distanza onlus; Legambiente; M.A.I.S. - Movimento per l’autosviluppo, l’interscambio e la solidarietà; Save the Children Italia; Servizio Legale Immigrati Onlus; SOS Villaggi dei Bambini - onlus; VIS - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo.

L'adozione internazionale e la deriva razzista della nostra società

Un gruppo di famiglie adottive esprimeva, alla fine di ottobre, la paura e la preoccupazione per i propri figli dal colore diverso, con una lettera alla rubrica “posta, risposta” di Lucia Annunziata sulla Stampa.

Questi genitori scrivevano “molti di noi hanno figli con una pelle di colore diverso dalla maggioranza dei bambini della loro classe. Per dirla con le sottili metafore utilizzate dal nostro popolo… sono negri. O cinesi o marocchini o zingari. Qui si picchiano tutti senza troppe distinzioni. E questo, da genitori, ci fa paura. Stiamo crescendo i nostri figli in una famiglia italiana, pur rispettando le loro origini e le loro storie, e non vorremmo che, una volta riusciti a mitigare il loro dolore per l’abbandono e aiutati a integrarsi nella società, si trovassero a essere fermati da qualche vigile urbano o da qualche naziskin, che li pesta dicendo di tornare al loro Paese, che guarda caso è questo. Scusate la crudezza, ma non ne possiamo più. Siamo frustrati dal fatto che fra noi, in riunioni e forum su Internet, parliamo di quanto sia bello accogliere un bambino, mentre sul treno un signore spiegava a un amico: «E’ meglio che Obama non venga eletto, se no si montano la testa anche i negri che abbiamo qui». Forse questi atteggiamenti sono dettati dalla paura, dovuta anche ad altre incertezze: le banche senza soldi, le case che perdono valore pure dove non vivono gli extracomunitari, le magnifiche sorti dell’alta finanza che ora sembrano non poter proseguire senza il sussidio pubblico, come un capoluogo del Sud. In una situazione così difficile, quando qualcuno se la prende con i negri sarà sicuramente un bullo idiota ma, guarda caso, identifica un «nemico» facilissimo da individuare a occhio nudo. Sarebbe compito della società civile, della stampa e della cultura educare a distinguere fra imbecilli e razzisti, fra clandestini e immigrati regolari. Ma quando si rincorre qualcuno brandendo una spranga, non si sta lì a chiedere il permesso di soggiorno, ed è più facile individuarlo se ha una pelle di colore diverso. E questo è razzismo, che grida ai diversi «torna a casa tua». Per i nostri figli - per tanti figli adottivi negri, gialli - «casa tua» è questo Paese. “

È stato molto triste leggere nella risposta della giornalista che molti lettori le avevano scritto protestando perché avevano giudicato “lagnosi i timori dei genitori adottivi che avevano scritto e mirata a fomentare paure, la scelta della pubblicazione”.

Purtroppo invece le paure di questi e di tanti altri genitori adottivi non sono infondate: gli episodi di razzismo sono sempre più, l’ultimo ( e magari fosse l’ultimo!!) è avvenuto sul treno Pisa-Firenze alla fine di aprile, quando una adolescente di origine cinese, adottata quando aveva pochi mesi, è stata presa a sputi da un gruppo di ventenni, come riportato su Repubblica del 30 aprile.

La giovane con molta sofferenza e grande coraggio ha scelto di scrivere al giornale per esprimere il proprio dispiacere per l’accaduto. Maria Silvia scrive: “Ho sempre desiderato poter essere invisibile. Schioccare le dita e improvvisamente diventare come un filo d’erba in un prato o una goccia d’acqua nel mare: completamente trasparente. Ho 15 anni e sono una normalissima adolescente, che va a scuola,esce con gli amici e litiga con i suoi genitori. Normale. L’unica differenza è che quando avevo appena 6 o 7 mesi sono stata adottata. Per questo la mia pelle ha una sfumatura olivastra, per questo i miei occhi sono a mandorla, così differenti da tutti gli altri. Ed è per questa “diversità” che, al rientro in treno dal mare con alcuni amici, un gruppo di ragazzi di circa vent’anni mi ha insultato e sputato addosso. Inutile descrivere la profonda ferita che ha causato quel gesto, così incivile e irrispettoso, simbolo del grave declino di tutto ciò che è umano. Sputare addosso ad una persona è uno dei gesti più significativi, equivalente ad una coltellata, che affonda nel profondo e che lascia una cicatrice indelebile. Questo è soltanto uno dei molti episodi che continuano a susseguirsi nella mia vita quotidiana, che trascorre tra insulti e umiliazioni. Tra sguardi sprezzanti che fanno spuntare il solito luccichio nei miei occhi, di quelle lacrime che bruciano sia fuori che dentro, nelle viscere, nello stomaco. Così torna il desiderio di essere inghiottita dal terreno solo per sparire davanti all’umiliazione di essere stata privata della mia dignità. Pochissimi di coloro che leggeranno questa lettera capiranno a fondo il peso delle mie parole. Il peso della diffidenza, il peso del sentirsi diversi, il peso della paura di essere sbagliati. Il peso degli insulti: che lasciano un segno incancellabile, ma che ti danno la forza di guardare avanti a testa alta, con lo scopo di poter combattere queste ingiustizie. La più grande vergogna per me, che nonostante la mia “diversità” esteriore mi considero italiana, è sapere che troppe persone, dopo tanti anni di lotte, ancora non riescono a convivere con un qualcosa di leggermente differente. Di credere ancora che io, in quanto essere umano, non abbia diritto al rispetto che mi spetta. E tutti quelli che non combattono contro queste ingiustizie sbagliano quanto coloro che compiono azioni del genere”.

Immediate sono state le reazioni da parte delle autorità cittadine che hanno espresso condanna per gli esecutori del gesto e grande stima e solidarietà per la ragazza. Matteo Renzi, presidente della Provincia e neo eletto sindaco di Firenze alle recenti elezioni, ha commentato “ se non ci impegniamo ogni volta di più a fare qualcosa per scongiurare questi comportamenti, è come se fossimo complici di chi li mette in pratica” .

Nonostante la profonda ferita interiore Maria Silvia ha trovato la forza per esprimere il suo disagio, il suo dolore: “Non parlo volentieri di certe cose nemmeno in famiglia, l´ho fatto con quella lettera perché penso possa servire ad altri ragazzi come me ad avere più coraggio davanti alle offese. Magari aiuta anche quei ragazzi che mi hanno offeso a riflettere. Tutti, da una parte o dall´altra, abbiamo bisogno di aiuto. Non è giusto abbassare lo sguardo e poi andare a casa a piangere. Sono nata in Italia, la mia è una famiglia fiorentina. Ho gli occhi a mandorla eppure non sono mai stata in Cina, ma ci andrei volentieri perché mi piace viaggiare e scattare fotografie…..A scuola in questi giorni, i miei compagni mi hanno aiutato e anche la professoressa di inglese quando ha letto la lettera pubblicata sui giornali ha capito quello che mi era successo e ci è rimasta molto male. Vorrei che non si fermasse tutto qui, vorrei che non si leggesse e poi si voltasse pagina come facciamo sempre, quale è la prossima notizia? Vorrei che diventasse un impegno quotidiano quello di accettarsi tutti per come siamo, magri, grassi, dritti, storti, italiani, stranieri, con una pelle pallida o colorata”.

A chiedere perdono a questa ragazza che ha molto da insegnare a tutti noi è stato Gian Franco Casciano, presidente del Tribunale per i minorenni di Firenze, con una lettera pubblicata su Repubblica il 3 maggio.

Maria Silvia, ciao. Perdonami se ti scrivo rendendo pubblica la mia lettera ma proprio tu con la tua forza mi hai dato il coraggio di farlo. Dopo aver letto la notizia di ciò che ti è accaduto avevo pensato di avvicinarti in maniera riservata, per rispettare la tua sensibilità, per avvicinarmi a te e ai tuoi con quel rispetto che dovrebbe esservi sempre nei confronti di coloro che hanno vissuto un’esperienza dolorosa. Non sempre accade: sempre più spesso qualcuno, magari in pubblico, ti domanda: «Cosa provi in questo momento?». Senza rispettare quel diritto a vivere la delusione o il dolore senza intermediazione o condivisione, nell’intimo del proprio animo. Per questo avevo pensato di verificare prima la tua disponibilità a condividere con me la tua delusione, il tuo dolore. La tua lettera, la tua intervista, il tuo impegno, mi permettono adesso di superare le mie remore, anche se certo questo non dovrà impedire (lo spero) che lo sguardo dei tuoi occhi a mandorla possa impreziosire un incontro con noi, noi di quel tribunale che ha sfiorato la tua vita legittimando, ratificando quella accoglienza che tramite i tuoi, i tuoi genitori, la comunità tutta ti ha proposto, ti ha offerto. Ed ora ti accorgi con quanta presunzione! La nostra è una comunità, lo hai vissuto sulla tua pelle, che si dichiara capace (pretende) di educare ed allevare come propri i figli che vengono anche da lontano, mentre non è in grado di allevare ed educare i figli che gli nascono accanto. Te ne sarai accorta, te ne accorgerai, in queste occasioni tutti descrivono (soltanto) come piccoli ignobili quei due o tre piccoli esseri che ti hanno offeso rivelando di essere talmente aridi, nella pochezza dei loro sentimenti, da far pena. Lo fanno tutti, dimenticando che sono figli loro:i genitori,i moralisti di turno, i tuttologi di turno, i politici. Ma tutti, tutti si sentono esentati da quell’esame di coscienza che dovrebbe invece portarli a vedere lampeggiare a lettere cubitali la parola «Dise­ducazione», che dovrebbe portarli a vedere scorrere sotto il titolo «Messaggi trasmessi» le più incaute e sottili e perverse frasi che nell’esaltazione della piccola appartenenza inneggiano alla chiusura, all’ostilità, a quella non accoglienza che non può dirsi estranea alla cultura del fiorentino, del romano, del padano, ma è estranea (deve essere) estranea all’uomo civile se l’uomo vuol trovare un senso alla propria vita (come dice un cantante amato da giovani di più generazioni e che forse tu stessa ami). Ed un senso alla vita non lo dà la solitudine, la solitudine dell’individuo trova soluzione nel raffrontarsi e nell’amare l’altro, la solitudine della comunità che da sola si involve, trova soluzione e motivo di crescita nel raffrontarsi con l’altra comunità, con l’altro di un’altra comunità. È sempre stato così e dovrà essere così, non potrà che essere così: la pochezza di alcuni non potrà (non dovrà) ostacolare quella meravigliosa ineluttabile spontaneità del sentimento che certamente avrà già portato e certamente porterà un giovane, quel giovane (tu forse ne conosci già il nome) a scrivere versi in cui sommessamente confesserà il subito fascino dei tuoi occhi a mandorla. Quando e se ci incontreremo non ti chiederò di perdonare quei miseri ragazzi, ti chiederò di perdonarci tutti, perdonarci perché abbiamo avuto l’ardire di presentarci con un sorriso, magari di farti le coccole, eri piccolina, mentre in realtà non avevamo ancora conquistato (tutti) la necessaria dignità per accoglierti. Credo proprio che perché tu possa perdonarci ci sia bisogno (come si dice in questi casi) di un percorso di crescita, valuta tu se puoi darci una mano, se vuoi affiancarci in quest’opera di (ri) costruzione di una nostra dignità di comunità. Spero proprio che tu voglia farlo, quindi a presto, Maria Silvia, ciao, a presto.

Anche Kishore, figlio adottivo, esprime la sua paura per il dilagare di fenomeni di razzismo e di intolleranza, in una lettera fatta pervenire alla nostra associazione: “Io sono un figlio adottivo di colore e comprendo molto bene quelle paure perché sono le mie paure. Vedere trionfare una non-cultura dell’intolleranza e dell’aggressione verso il diverso, veder emergere nuovamente concetti come quelli di “razza” e “colore della pelle”, che fino poco tempo fa sembravano definitivamente confinati nell’armadio della storia, rappresenta senz’altro un motivo per cui essere molto preoccupati. E, forse ancor più grave delle aggressioni fisiche ai figli adottivi di colore, è quel razzismo inconsapevole, strisciante ed infido che consente che il colore della pelle possa diventare argomento di battute da cabaret, possa essere attuato sistematicamente spesso nelle sue forme più invisibili ma non per questo meno virulente. In altre parole si assiste ad un decadimento culturale della nostra società (di cui le temute e ahimè verificate aggressioni sono l’esempio più visibile, ma non il solo) che legittima le ansie raccolte in quella accorata lettera.

Eppure, di fronte all’apparente incedere della non-cultura della paura del futuro, dobbiamo rispondere in modo altrettanto forte sul piano della cultura della speranza per il futuro. Un futuro in cui la diversità sia una ricchezza e non un fattore di isolamento. Perché solo la speranza così intesa costituisce un anticorpo profondo alle derive razziste di cui sopra.

E, in questo contesto, l’adozione, a mio avviso, rappresenta sempre più un vero e proprio terreno d’avanguardia. Essa, dal punto di vista culturale, rappresenta proprio quell’istituto nel quale le differenze scompaiono senza essere negate. Il figlio viene accolto nella famiglia con la propria storia, con i propri tratti somatici e colore di pelle che, invece di essere elementi differenziali, sono l’espressione tangibile della sua condizione di soggetto voluto, cercato e scelto. In altre parole, si potrebbe dire che un figlio adottivo è amato proprio nella sua diversità.

Vorrei sottolineare l’importanza del fatto che questo processo unificante nella diversità, avviene proprio nella cellula primaria di ogni collettività: la famiglia. La famiglia prima di tutto deve essere il luogo dell’accoglienza, il luogo nel quale il minore forma la propria personalità, il proprio carattere per affrontare a testa alta il contesto esterno. E più il figlio sarà forte ed orgoglioso della sua diversità (anche somatica), perché anche grazie a quella è stato amato scelto e voluto, più sarà in grado di affrontare quel razzismo sia inconsapevole che palese, cui si riferiva il gruppo di famiglie adottive .

Ecco perché, come ho detto prima, ritengo che l’adozione sia un terreno molto fertile, nel quale il seme di una nuova cultura fondata sull’accoglienza e sulla valorizzazione della diversità può attecchire e può sconfiggere la cultura della paura, della violenza.

Purtroppo ancora oggi dobbiamo confrontarci con il concetto di “vero figlio/vero genitore” in contrapposizione ai figli e genitori adottivi. Ebbene anche in questa sede, occorre ribadire con forza che, proprio per i motivi cui accennavo prima, e perché il linguaggio è un elemento importante nel rovesciamento di una non-cultura dell’odio, il figlio adottivo è figlio vero! Affettivamente e culturalmente prima che giuridicamente. E tale deve considerarsi ed essere considerato.

Concludo, pertanto, testimoniando la mia sincera solidarietà a quelle famiglie adottive preoccupate per i loro figli , ma vorrei invitar loro a non demordere, a credere ancora con sempre maggior forza che l’intolleranza può essere vinta”.

Claudia Roffino

Rubrica scuola

Aprirsi al dialogo con i ragazzi…

Da un po’ di tempo è all’ordine del giorno la denuncia sui giornali di prevaricazioni, violenze, realizzati da ragazzi che “si sentono forti” su altri più indifesi e fragili. Il fenomeno è stato chiamato “bullismo”.

«Piccoli, cattivi e violenti»: così intitolava un articolo su questo tema un giornale, un titolo che non condivido e trovo demonizzi i ragazzi come se fossero un corpo separato dal resto del mondo e nulla dice su quello che sono le nostre e loro responsabilità, giornali compresi.

Si usa violenza quando non si riesce ad articolare la propria voce, quando non si riesce ad affermare in un modo diverso la propria esistenza ed è così che molti ragazzi si sentono in un mondo dove si dà più valore all’apparenza che ha quello che si è veramente.

E ad essere latitanti siamo proprio noi adulti che siamo molto più bravi a giudicare che ad affiancare per capire e comprendere. Sono fatti isolati? No, non lo sono. L’arroganza, la prevaricazione del più forte sul più debole è continua. Qualcuno dirà che c’è sempre stata. Forse. Qualcuno dirà che il più delle volte sono solo ragazzate. Vero, nel senso che tutto avviene tra ragazzi. Ma quello che è sorprendente è che tutto sembra avvenire in un mondo dove gli adulti non esistono, non hanno o non vogliono avere nessuna voce in capitolo. Sembra che i ragazzi vivano in una sfera di vetro al di fuori della quale noi li guardiamo, li osserviamo, ma non interveniamo se non per ipotizzare punizioni severe. Insomma non siamo dentro, in mezzo a loro dove sarebbe il nostro posto. Non sono “i nostri ragazzi”, sono sempre “i figli degli altri”.

Un giorno ho trovato dei ragazzi che prendevano a calci nei bagni un loro compagno. Li ho fermati e ho chiesto loro cosa aveva fatto quel ragazzo. Niente, mi hanno risposto. Allora perché lo picchiate? Così, per divertirci, scherzavamo. Ma la cosa più triste da vedere è che il ragazzo maltrattato si è alzato e ha confermato la versione dei compagni: stavamo solo giocando, mi ha detto con la tristezza negli occhi.

I ragazzi oggi, sembrano più adulti, perché hanno i desideri dei grandi, ma in realtà sono sempre più immaturi affettivamente, sempre meno sanno decifrare le loro emozioni, sanno parlare dei loro sentimenti e delle loro paure perché sempre meno trovano spazi e situazioni in cui poterlo fare.

Tra di loro non sono abituati ad ascoltarsi, a soccorrersi. Si giudicano per come vestono, per come riescono nei giochi, ma non si conoscono veramente tutti chiusi nei loro «io».

L’aggredire l’altro, a volte, è normale, prenderlo in giro, insultarlo è solo uno «scherzo» e non si ha coscienza di far del male.

Può essere un fatto quotidiano prendere di mira qualcuno e sfotterlo, farlo oggetto di scherzo senza accorgersi quando si supera il limite di sopportazione che l’altro può sostenere.

Ciò che preoccupa non è tanto il singolo atto, la costituzione di un gruppo che tenda ad affermarsi tra i coetanei con la violenza, ma che questo modo di agire e di rapportarsi agli altri sta diventando «cultura» cioè «normale» nel senso che chi agisce non sembra aver la minima coscienza di quello che sta facendo e che da parte di chi subisce si ritiene una situazione irreversibile, un prezzo da pagare per non sentirsi emarginati, diversi.

Ed è inquietante quanto questi atteggiamenti si ritrovano già nei bambini delle elementari.

Non sono tanti quelli che agiscono in modo violento, sono molti quelli che agiscono senza preoccuparsi dell’altro, moltissimi quelli che comunque tacciono. Non sanno dare risposte del loro comportamento, non sanno quindi cosa vuol dire «essere responsabili».

E sono proprio gli adulti ad essere latitanti. I genitori sono sempre più assenti nella vita del ragazzo o perché troppo impegnati nel lavoro o perché in crisi loro stessi. Ma dei vissuti dei ragazzi, di cosa fanno, di come si comportano con gli altri o di cosa subiscono si occupano anche poco gli insegnanti con cui i ragazzi passano molto tempo. Nella scuola, infatti, si dà priorità al ruolo cognitivo piuttosto che a quello educativo e la valutazione legata alla prestazione scolastica mette in secondo luogo la persona.

La classe, in questo senso, non è un luogo dove oltre ad imparare si possa anche esprimersi e comunicare. Si impone una forma impersonale di comunicazione che non acquista senso e significato nella vita personale dell’allievo.

Serve, invece, parlare con i ragazzi non solo per minacciare, ma anche e soprattutto per ascoltare e dialogare con loro per capire, prima di agire.

I ragazzi hanno bisogno di sentire intorno a loro «anime vive», non «anime perfette», che non sbagliano mai, ma che sappiano porsi di fronte all’altro in modo vitale, che sappiano stabilire una relazione senza averne paura e che insegnino ai loro alunni a relazionarsi fra di loro.

Gli adulti si sentono insicuri rispetto al proprio domani, ma ancora più temono per i loro figli in un mondo dove la competizione sembra schiacciare i più deboli, dove il lavoro è sempre più precario. Per questo vogliono vedere i loro figli preparati, all’altezza di un mondo in cui è sempre più difficile inserirsi con profitto. Li spingono ad imparare tante cose e in fretta. Devono essere attrezzati e pronti ad attraversare un mondo pieno di difficoltà. Intanto non si accorgono più che i bambini sono più stressati, più infelici, più nervosi.

«Troppi genitori ripongono sui loro figli aspettative troppo forti, si disperano davanti ai loro minimi insuccessi e li opprimono con responsabilità paralizzanti per dei giovani, invece di aiutarli, in un clima di sicurezza e di distensione a conservare la fiducia in se stessi e la speranza» (1).

La società con i suoi ritmi e i suoi martellamenti quotidiani entra nelle nostre coscienze, forgia la nostra mentalità, ci fa dimenticare i bisogni dei bambini per renderli dei piccoli automi. E in questo modo li perdiamo davvero perché solo qualcuno, non so se dire i più fortunati, ce la fa.

«Nella mente di coloro che vogliono aiutare i giovani domina l’idea di un futuro minaccioso. Ecco che allora chi esercita una responsabilità pedagogica si comporta come se avesse di fronte un pericolo: deve combattere per superarlo e per aiutare il maggior numero di persone a uscirne vittoriose. Così la nostra società diventa sempre più dura: ogni sapere deve essere “utile”, ogni insegnamento deve “servire a qualcosa”» (2).

Ne consegue che «gli sforzi di tutti gli allievi e insegnanti devono essere tesi alla ricerca delle competenze migliori e dei diplomi più qualificati, sola garanzia di sopravvivenza in questo mondo pieno di pericoli e di insicurezza, caratterizzato dalla lotta economica di tutti contro tutti» (3).

Una mattina parlando con i ragazzi li facevo ragionare sul fatto che non si fermavano abbastanza a pensare, a riflettere su ciò che leggevano o studiavano. Una ragazza ha alzato la mano e mi ha detto: Ma io non ho tempo, professoressa. Mi ha elencato tutti i suoi impegni ed in effetti nel tempo che rimaneva non poteva far altro che andare a dormire e sognare. Un altro mi ha detto: A me sembra di vivere sempre in corsa. Gli ho chiesto cosa voleva significare la sua affermazione. Il suo problema è che sua madre lo «prelevava» a scuola per portarlo in piscina, poi doveva andare dai nonni perché i suoi genitori erano impegnati fino ad una certa ora. Dopo cena lo veniva a prendere il padre e, tornato a casa, andava a dormire.

Credo che quando un bambino non ha più tempo per se stesso, per oziare, pensare alla sua giornata, riflettere sui suoi rapporti con gli altri dobbiamo seriamente preoccuparci.

Non è solo il futuro, ma anche il presente ad essere minaccioso…

Al Circolo dei lettori di Torino quest’anno è stata rappresentata la “lettura animata” intitolata “Guarire di bullonite si può” rivolto ai ragazzi della scuola media.

Finalità di questo lavoro teatrale è aiutare i ragazzi tra i 10 e i 14 anni a comprendere che ognuno di loro è una persona con una sua individualissima storia che va accettata e valorizzata nella sua diversità.

Nel portare all’attenzione storie e testimonianze abbiamo voluto far emergere quanto troppo spesso si chieda ai ragazzi di essere “forti”, sempre all’altezza di… senza che essi possano dare mai spazio e voce alle loro difficoltà e valorizzare la loro diversità.

Si è cercato di portare il pubblico a riflettere su come in questo modo si recida ogni legame con le dimensioni della propria fragilità e complessità, che ci abitua a seguire modelli più che a cercare ciò che è proprio della nostra individualità.

Questo fa di loro delle persone “mutilate”, che non imparano a guardarsi dentro, non sanno entrare in dialogo né con se stessi né con gli altri.

La lettura animata cerca di raccontare la diversità che è in ognuno di noi e la necessità di accettare la “fragilità” che ci abita tutti indistintamente. Solo accogliendo questa parte di noi si possono affrontare le difficoltà perché le si può guardare in faccia senza negarle, perché se ne può parlare e ci si può confrontare. Nel riuscire a parlarne si può superare quella solitudine che accompagna tanti ragazzi, ma anche tanti adulti e riscoprire il valore della condivisione e della solidarietà.

Ma speriamo che gli insegnanti dopo lo spettacolo continuino a parlare e discutere con i ragazzi, a farli riflettere su come ognuno può essere tanto importante nella vita dell’altro.

Lo spettacolo è stato possibile costruirlo grazie alla disponibilità di Adriana Zamboni (attrice e regista) e Manuela Massarenti (attrice) che hanno accolto con entusiasmo la proposta e hanno poi concretamente messo in atto lo spettacolo e all’appoggio della Fondazione Promozione Sociale.

(1) Françoise Dolto, Come allevare un bambino felice.
(2) Miguel Benasayag, Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi.
(3) Ibidem.

Testimonianze

Pubblichiamo questa bella ed intensa testimonianza che Giuseppe ha voluto inviarci e rimaniamo in attesa, sperando di ricevere presto il proseguimento della sua storia!

Ciao ANFAA, anche io ho una storia da raccontare. Da qualche tempo mi piacerebbe anche partecipare a qualche incontro per scambi di opinioni ed ho fatto anche dei tentativi che per ora rimangono sulla carta. Chissà..

Tutto comincia con una sirena di ambulanza, o almeno così mi pare che fosse, un letto di ospedale e la fugace visione di una donna che, a posteriori, decido che fosse mia madre, chissà perchè. Tempo dopo scopro che il mio è stato un ricovero per una brutta pertosse, era la seconda metà degli anni ’60.

Passo il resto della mia infanzia in un paio di orfanotrofi, l’ultimo gestito da suore, il collegio xy di B.

A ridosso del mio nono anno di vita vengo adottato dai miei nuovi e fantastici genitori, che cercavano una bimba di pochi mesi e invece trovano me - come dire” gente cha sa quello che vuole” - un maschietto di nove anni rachitico, con la scogliosi, il prognatismo ed un quoziente intellettuale inferiore alla norma, almeno a detta dell’allora psicologa che mi seguiva…(all’alba dei 47 anni mi viene un po’ da sorridere ripensandomi in quel contesto, la vita davvero ti riserva sorprese che non t’aspetti). Il percorso familiare comincia tra mille incognite, ma una sola cosa non è mai stata messa in discussione, io mi sono sentito figlio e fratello subito, e loro (papà mamma e sorelle) mi hanno “sentito” subito, nel senso che la mia invadenza era tale che dovevano amarmi per forza: immagino che sappiate quanto rompe un bambino adottato a nove anni .

Mamma e papà mi “ aggiustano” : ginnastica per la scogliosi, protesi dentaria, istruzione di prima, seconda e terza mentre faccio gli ultimi due anni di scuola elementare, prodigi di una madre insegnante, e così via.

Mi piace raccontarvela così, allegra, del resto anche i miei, ormai pensionati e felici, soffrendo di spaventose amnesie, sostengono che io non fossi poi un ragazzo tanto complicato.

Ve lo assicuro, è tanto complicato, la forza d’animo di due genitori che affrontano la crescita e l’evoluzione di un bambino così è immensa, ma io sono stato baciato dalla fortuna, i miei sono stati tanto amorevoli quanto spietati, la loro unione di intenti e soprattutto l’ambiente familiare sano, allegro e costruttivo mi hanno schiodato da quel triste passato, restituendomi una vita normale, dove fidarsi dei genitori è scontato.

Onestamente non capisco tutti quei figli che in virtù della loro condizione di adottivi, lamentano difficili rapporti e difficili relazioni con la famiglia adottiva e col mondo. Mi dispiace per loro, penso che se potessero rivedere la loro storia, partendo dal presupposto della “ casualità” che bene o male ci coinvolge tutti quanti, a noi come adottivi e agli altri in mille modi diversi, potrebbero fare diventare la loro esperienza un punto di forza, l’elemento determinante per avere una marcia in più “ ..quel che non ti uccide di irrobustisce..”, ed è questo il motivo per cui Vi sto scrivendo.

Troppo spesso chi vive la nostra condizione si abbandona all’autocommiserazione, al vittimismo, specie nell’adolescenza emergono in modo plateale tutte le nostre insicurezze, la scuola diventa un problema troppo grande, occupati come siamo a farci “ voler bene” dagli altri, il nostro inconscio desiderio di essere al centro dell’attenzione ci porta a commettere stupidaggini di varia entità.

Credo però che ci sia ancora molto pregiudizio nei confronti dei figli adottivi, considerati spesso immaturi ed inaffidabili dalla società, così come la stessa pensa che tutti i mussulmani siano integralisti, per fare un esempio.

Bene, così non è e se vogliamo cambiare le cose occorre anzitutto cambiare la mentalità, a cominciare da chi opera nel settore, improntando una politica di informazione che “ positivizzi”, se mi passate il termine, il percorso dell’adozione focalizzando alcuni aspetti nell’ambito educativo che mi pare siano trascurati, partendo dal presupposto che non c’è un “ termine” alla maturazione di un vissuto così difficile da digerire.

Ho fatto di tutto nella mia adolescenza, droga, furti, bugie, perquisizioni, fughe da casa ed anche un giorno di galera con tanto di processo e condanna, non c’era settimana che potesse passare tranquilla, ho persino lanciato dei cachi sulle vetture in sosta al semaforo sotto casa. Questo turbinio di “cazzate” è stato chiaro indice di quanto fossi infantile e facilmente condizionabile, le mie immense insicurezze sono state un formidabile freno alla mia crescita, ma più di tutto gli amici che frequentavo erano la fotocopia di quello che ero io perché istintivamente rifiutavo quelli che davvero avevano qualcosa da fare o da dire di interessante. Quello che mi ha salvato è stata l’unione di intenti dei miei genitori, che mai, neanche per un minuto hanno mollato la presa e che sempre hanno sostenuto tutte le mie iniziative, sperando che finalmente fosse la volta buona, finchè è arrivata… 20 anni dopo!

Della mia famiglia “ biologica” mi è rimasto il dna e spero nessuna malattia ereditaria, provo una gran pena per quella donna che abbandonandomi ha fatto per me la miglior scelta che potesse fare, ripenso a tutte le vicende di soprusi sulle donne che avvengono al mondo ancora adesso, alle mille ipocrisie culturali e religiose che spesso inducono tante donne a fare delle scelte terribili contro i loro figli.

L’adozione è solo un modo diverso di essere figli e genitori, un modo per avere una opportunità in più, ma soprattutto un modo per crescere più consapevoli della “condizione” dell’altro, perché non essendoci il sangue di mezzo, è un legame che si fonda esclusivamente sulla fiducia e sull’amore.

Ancora oggi faccio a pugni ogni tanto col mio passato, ma del resto chi non ha un “mostro” da gestire quando si è stanchi o stressati, quando la vita ti presenta i suoi lati più oscuri.

Ho adottato un bimbo di colore, è nato in Italia ed è fantastico, una storia che magari vi racconto un’altra volta.

Il tribunale di Torino è stato determinante due volte nella mia vita, prima mi ha dato i genitori e poi mi ha dato un figlio.. qualche volta le istituzioni fanno qualcosa di grandioso!

Ciao,
Giuseppe

Lettere

Riportiamo la lettera inviata in data 4 giugno dalla nostra Associazione a Carlo Giovanardi, Sottosegretario di Stato con delega alla famiglia, in merito al sostegno delle adozioni “difficili”.

Apprendiamo dal decreto di ripartizione del Fondo per le politiche della famiglia, da Lei sottoscritto e pubblicato sulla G.U. del 2 maggio 2009, che sono stati stanziati 25 milioni di euro per il “Fondo bebè” da spendere nel 2009 e 100 milioni di euro per il piano straordinario dei servizi socio-educativi che verranno gestiti dalle regioni. Il fondo per l’anno 2009 ammonta complessivamente a € 186.571.000, di cui € 86,571 milioni per interventi relativi a compiti e ad attività di competenza statale, e € 100 milioni per interventi relativi a compiti ed attività di competenza regionale. Di questi ultimi, ben 25 milioni di euro sono destinati al sostegno delle adozioni internazionali.

Riteniamo positivo l’aver riconosciuto, tramite questo consistente stanziamento, l’importanza di un sostegno istituzionale alle adozioni internazionali che si realizzano nel nostro paese.

Spiace tuttavia dover ancora una volta constatare che nessun stanziamento specifico è stato previsto per il sostegno, anche economico, delle famiglie che hanno adottato o adottano minori ultradodicenni o con handicap accertato, nati in Italia o provenienti da altri Paesi. Questi, i minori grandi e /o handicappati, come Lei ben sa, sono coloro che, a causa delle loro condizioni personali, con grande difficoltà riescono a trovare una famiglia che li accolga.

Il comma 8 dell’’art. 6 della legge 149/2001 recita: «Nel caso di adozione dei minori di età superiore a dodici anni o con handicap accertato ai sensi dell’articolo 4 della legge 5 febbraio 1992 n.104, lo Stato, le Regioni e gli enti locali possono intervenire nell’ambito delle proprie competenze e nei limiti delle disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci, con specifiche misure di carattere economico, eventualmente anche mediante misure di sostegno alla formazione e all’inserimento sociale, fino all’età di diciotto anni degli adottati».

L’inciso “…nei limiti delle disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci” rende questa norma, molto positiva nel suo assunto, non cogente e quindi purtroppo non impegna le istituzioni a fornire i sostegni e gli aiuti previsti in quanto gli stessi sono subordinati alle «disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci».

Come l’Anfaa ha più volte segnalato la Regione Piemonte è fino ad ora l’unica che abbia assunto provvedimenti atti a rendere queste disposizioni un diritto realmente esigibile, erogando, attraverso gli enti gestori degli interventi assistenziali, un contributo spese equiparato alla pensione minima INPS a favore dei genitori adottivi di minori sopra i 12 anni o con handicap accertato, sino alla sua maggiore età.

Le famiglie che adottano questi bambini non devono essere abbandonate a loro stesse!!

La loro disponibilità deve essere accompagnata e sostenuta da tutta la società civile, e, in primo luogo, dalle istituzioni.

Riteniamo pertanto necessario e urgente da parte del Governo - oltre ad un immediato stanziamento adeguato alle necessità, l’emanazione di disposizioni che rendano questo sostegno obbligatorio. Queste disposizioni infatti, trattandosi di materia afferente ai livelli essenziali di assistenza (purtroppo non ancora emanati) ai sensi dell’art. 117 della Costitu­zione, sono tuttora di competenza statale.

La mancanza di un sostegno attivo da parte delle istituzioni è, a nostro avviso, uno se non il principale motivo per cui tanti bambini con handicap, malati o grandicelli – dichiarati adottabili – non trovano una famiglia che li accolga.

A tal proposito alleghiamo il testo del notiziario Anfaa dal titolo “Sono 191 i minori dichia­rati adottabili e dimenticati dalle istituzioni” pubblicato sulla rivista Prospettive Assisten­ziali n. 162 e sul bollettino Anfaa n. 3-4/2008.

Confidando in un positivo riscontro, rimaniamo a disposizione per ogni ulteriore approfondimento e porgiamo i nostri migliori saluti.

Donata Nova Micucci

Presidente Anfaa

 

Questa nostra lettera è stata ripresa il 25 giugno dall’Agenzia d’informazione del Redattore Sociale che ha riportato anche una breve intervista rilasciata dal Sottosegretario:

Per quanto riguarda i disabili e i malati capisco benissimo la richiesta di un aiuto. Sono situazioni che richiedono sostegno e sacrificio economico da parte delle famiglie affidatarie o che adottano, ma per i bambini di 12 anni, anche se adesso mi sfugge la legge, non penso sia discriminante l’età”.

Giovanardi fa sapere che la richiesta verrà valutata ma che, allo stato attuale delle cose, è presto fare previsioni sui tempi e sulle possibili modalità. “Già siamo intervenuti sulle possibilità di credito a sostegno delle famiglie per le malattie rare - spiega il sottosegretario -, per cui abbiamo aggiunto 10 milioni di euro. Il problema oggi è collegato alla crisi economica. Sono tantissime le richieste degne di attenzione”. (ga)

Mentre siamo ancora in attesa di ricevere un riscontro diretto, non possiamo nascondere il nostro sconcerto nel leggere queste brevi dichiarazioni che dimostrano una scarsa conoscenza di una legge di cui il Sottosegretario Giovanardi dovrebbe curare la piena applicazione al fine di garantire il diritto a crescere in una famiglia a tutti i minori (handicappati, malati, grandicelli compresi). Nell’im­putare alla attuale difficile situazione economica la mancata messa a disposizione di finanziamenti per il sostegno di queste adozioni, Giovanardi dimentica tra l’altro che, se questi minori non vengono accolti in una famiglia, i costi che la società deve affrontare per il loro inserimento in strutture residenziali (assistenziali o sanitarie) sono ben più alti.

Riportiamo la lettera inviata il 22 luglio a Repubblica da Fabrizio Papini, già vice-presidente dell’Anfaa in merito alle dichiarazioni rilasciate il 18 luglio a questo giornale da parte del senatore Ignazio Marino

Il Sen. Ignazio Marino, in corsa per la segreteria del PD, ha sfidato Franceschini e Bersani, ad inserire nei loro programmi congressuali, l’adozione da parte di singoli, coppie di fatto, comprese quelle omosessuali (La Repubblica 18 Luglio, pag. 14).

Il Sen. Marino è un bravo chirurgo ma non sembra molto preparato sul terreno dell’adozione.

In Italia i minori dichiarati in stato di adottabilità sono, ogni anno, circa mille, le domande giacenti, presentate dai coniugi aspiranti genitori adottivi, sono viceversa ventimila.

Analoghi problemi esistono nel settore dell’adozione internazionale: la maggior parte dei coniugi ai quali i tribunali per i minorenni rilasciano l’autorizzazione per l’adozione all’estero, non riesce ad ottenere l’affidamento di un minore. Nei paesi di origine dei bambini si stanno realizzando politiche più adeguate di sostegno alle famiglie e il numero delle adozioni internazionali va inevitabilmente (e grazie a Dio) diminuendo. Stante ciò, non ha senso ampliare la platea delle persone che desiderano adottare, consentendo l’adozione alle persone singole, alle coppie conviventi non sposate, ai coniugi attempati, agli omosessuali.

I minori adottabili hanno spesso alle spalle drammatiche esperienze di istituto e sono segnati da carenze affettive. Essi hanno bisogno di una famiglia stabile costituita da due figure genitoriali, femminile e maschile, provviste di adeguate capacità educative, possibilmente giovani. La giovinezza dei coniugi garantisce un sostegno più duraturo al figlio adottato, anche attraverso una rete di parenti e amici attivi, e diminuisce per lui l’eventualità di rimanere orfano.

Quando si toccano questi temi bisogna interrogarsi sullo scopo fondamentale dell’adozione. Se si pensa che essa serva a colmare un vuoto o a compiere un’opera buona, siamo all’interno di una logica adultista o compassionevole. L’adozione, viceversa, è lo strumento per rendere effettivo il diritto del minore a crescere in una famiglia. Nella relazione fra genitori e minori adottati c’è un’iniziale situazione di asimmetria. Il minore ha diritto a una famiglia: Non esiste correlativamente il diritto degli adulti ad avere un figlio. Di nessun adulto. Omosessuale e no.

Grato per la pubblicazione della presente.

Fabrizio Papini

Notizie

Riceviamo da Arci ragazzi il seguente comunicato del 29 giugno 2009 che ben volentieri pubblichiamo.

BAMBINI, GIOCATE IN SILENZIO!
“Un giudice di pace di Stradella - Provincia di Pavia - ha imposto ai bimbi di un nido di non disturbare i vicini. Gli insegnanti obbligati a vigilare”

Nell’Italia ormai, sembra, irrimediabilmente cattiva si registra la perdita non solo del Buon Senso, ma anche della storia e dell’umanità. Non già della “storia” con la “S” o l’umanità con la “U” maiuscole, ma della storia e dell’umanità di ciascuno e ciascuna di noi, giovane, adulto, anziano.

Tutti infatti siamo stati bambini, inevitabilmente. Tutti abbiamo giocato, senza distinzioni! Tutti sappiamo, se ci fermiamo a ricordarlo, come si gioca, e quale era il divertimento del correre, del rincorrere, del tornare, del fare rumore, del ridere, del saltare, del fare cose “senza senso” (per chi guardava, poveretto, da fuori e non giocava!). Il gioco è così intimamente collegato alla nostra storia e alla nostra Specie, quella dei Mammiferi, che veramente non possiamo non avere tenerezza e dispiacere, sincero dispiacere, per quel Giudice di Stradella – e per coloro che hanno intentato una causa al quale il Giudice ha risposto, perché i giudici emettono decisioni sulla base di stimoli esterni, quindi qualcuno deve essersi lamentato e deve aver richiesto un così alto intervento – che non solo ha preso una decisione sbagliata ma eminentemente inumana. E’ come se quel Giudice avesse deliberato la secessione dal Genere Umano. Niente di più e niente di meno.

Si può affermare certo che la decisione è sbagliata giuridicamente, perché è contraria all’articolo 31 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, appunto il Diritto al Gioco, Convenzione che compie nel 2009 20 anni e che l’Italia ha ratificato il 27 maggio 1991.

Si può affermare, e già hanno cominciato a fare, che il gioco dal punto di vista educativo è una strategia per la crescita, che non si può che giocare così, che la Pedagogia e la Psicologia dimostrano come questa decisione sia fuori luogo, antiscientifica, antieducativa.

Si può affermare il gioco è “finzione condivisa”, “rappresentazione”, “teatro” (in inglese il Play), “divertimento” e, come “diversione” dalla realtà, unico modo per sperimentare la realtà e quindi prefigurare il nuovo, evolvere, crescere, imparare a socializzare.

Si può ricordare come ogni Dittatura sia contraria al gioco libero e alla parola libera.

Si può ricordare il “lieto romore” dei bambini che giocano del Sabato del Villaggio.

Si può ricordare che non c’è gioco senza “rumore”, perché si gioca così, e basta.

Si può fare tutto questo, e lo faremo, lo faremo eccome.

Ma prima di tutto questo rimane lo stupore.

Stupore per questa indecente proposta di secessione dal Genere Umano; stupore per l’abisso di ignoranza e di tristezza che sta alla base di questa decisione e di qualunque processo l’abbia scatenato. Stupore per la perdita di Umanità che essa propone a noi e ai bambini.

Stupore per chi, immaginandosi responsabile e adulto, crede appunto – e anzi impone - che i bambini debbano stare zitti quando giocano. Stupore per tutti quegli adulti, anche purtroppo genitori e tutti immemori di essere stati bambini, che pensano che “il gioco disturba”.

A tutti costoro, e a tutti – troppi – che dispongono “divieti al gioco”, sempre severi, sempre tassativi, nei cortili, nei parchi, nei condomini, nelle spiagge - proponiamo di prendere per mano alcuni bambini e giocare con loro. Impareranno, anzi, “ricorderanno” – nelle braccia e nelle gambe, nella pancia, negli occhi, nella testa – come si gioca!

Per riportare il Gioco, e quindi i bambini, nelle nostre vite e nelle nostre città si ripropone una iniziativa Arciragazzi attiva sin dal 2004:

“VIETATO VIETARE IL GIOCO!”
CAMPAGNA ARCIRAGAZZI PER LA CITTA’ AMICA DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE

Una città amica dei bambini e delle bambine è una città in cui gli adulti prestano attenzione ai più piccoli cittadini, affinché essi “siano di casa”, abitanti e cittadini a tutti gli effetti e non solo “ospiti”, per quanto graditi. Una città amica dei bambini e delle bambine fa loro spazio, concede tempo, si fa più bella, più pulita, più gentile.

L’attenzione che una città amica dei bambini presta loro non è legata solo alle emergenze, al disagio e ai problemi, ma è quotidiana, permanente, in tutte le cose, grandi e piccole, che riguardano direttamente e indirettamente bambini e ragazzi.

Molti sono i modi in cui questa attenzione si può manifestare. Uno di questi, quello che permette di fare più cose e “cambiare punto di vista” è quello del gioco. Promuovere il gioco, libero, all’aperto, dei bambini; promuovere l’incontro, l’aggregazione fra coetanei, senza adulti “a controllare”; promuovere gli spazi gioco e lasciare il tempo per io gioco; promuovere “il baccano” dei bambini che giocano, quel “lieto romore di bambini in festa” di cui parla Leopardi nel suo Sabato del Villaggio. Queste semplici azioni mettono in discussione l’attuale stile di vita e di educazione, fatto di agende piene di impegni dei bambini, di giochi solitari davanti al computer, di tanti corsi di questo e quello in cui i bambini vedono solo adulti “che fanno fare loro qualcosa”, di tanti divieti al gioco (nelle piazze, nelle vie, nei parchi) (1).

Il tempo libero è sparito! Una città amica dei bambini e delle bambine lo ritrova!

Decalogo Arciragazzi per la città amica delle bambine e dei bambini (e dei ragazzi e delle ragazze)

1) Vietato vietare il gioco: eliminare tutti i cartelli del divieto al gioco; promuovere il cambiamento dei regolamenti condominiali; regolamentare il gioco se serve, mai proibirlo! I bambini devono essere messi in grado di giocare di più, senza adulti, all’aperto …

2) Libera il gioco, libera la piazza, liberi tutti: ogni anno, in ciascuna Circoscrizione, “liberare” una piazza, via, giardino per renderlo più adatto al gioco, libero e gratuito.

3) Cambiare i Regolamenti sul gioco: nella città il gioco è fortemente limitato dal regolamento di polizia municipale; molti Comuni, tra cui quello di Roma, lo hanno già cambiato. Questo vale anche per i regolamenti condominali, che “normalmente” proibiscono il gioco; si potrebbero “premiare” quelli che cambiano que­sti regolamenti (con verde, panchine, sconti…

4) Istituire la Giornata Comunale del Diritto al Gioco, in cui tutta la città, dalle scuole alle piazze, “si mette in gioco”. Nel mese di maggio (anche per celebrare la Convenzione ONU sui Diritti dei Bambini) sono sempre più numerose le città che organizzano la giornata del gioco.

5) Istituire a scuola – ufficialmente – il 20 novembre: giorno dei diritti dei bambini: a scuola si celebra di tutto, anche ricorrenze solo commerciali. Il 20 novembre è la giornata mondiale dei diritti dei bambini e dei ragazzi. Perché non “metterla a calendario” anche a fini didattici e nel programma? Un modo per promuovere, con il gioco, anche tutti gli altri Diritti.

6) Bambini a piedi: promuovere i percorsi e le strade amiche dei bambini, in modo che possano andare a scuola, in biblioteca, ai giardinetti da soli, sin dall’età delle elementari; per le scuole, ad esempio, promuovere i “pedibus”2, come sperimentato in alcuni comuni italiani, grandi e piccoli.

7) Più Spazi, più spazio: migliorare gli spazi gioco (anche senza giochi costosi, basta tenerli puliti e illuminati!) e il verde pubblico, limitare e/o calmierare il traffico.

8) Più tempo, meno compiti, meno impegni ! i bambini hanno troppi compiti da scuola e troppi impegni “in agenda”. Più tempo libero, meno “organizzazione”, più tempo per loro!

9) Bilancio Comunale per i bambini: ogni anno, il 20 novembre (giornata dei diritti dei bambini) il Sindaco comunica ai bambini e ai ragazzi, anche tramite adeguati strumenti “leggibili” da loro, quanto la città fa per l’Infanzia e l’Adolescenza (fondi, attività, occasioni).

10) Ascoltare i bambini e i ragazzi: in tutte le cose che li riguardano (gioco, scuola, vita nei quartieri, sicurezza, ecc.) chiedere sempre l’opinione dei bambini e dei ragazzi. La loro competenza sarà sorprendente!

Queste sono semplici azioni, a costo quasi zero, che da sole possono dare il segno di una città che pensa ai bambini e ai ragazzi nelle “cose di tutti i giorni”.

UNA CITTA’ AMICA DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE, DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE E’ UNA CITTA’ MIGLIORE PER TUTTI!

(1) Il gioco dei bambini non può essere proibito, per legge. L’Italia ha infatti ratificato la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, nel 1991 (legge n. 176 del 27 maggio 1991). L’articolo 31 della Convenzione ONU, che è quindi legge italiana da 15 anni, afferma che i bambini hanno il diritto inalienabile al gioco, allo svago e al riposo.

Notiziario dalla Sede nazionale

LE INIZIATIVE DELLA RAI SVILISCONO
IL VALORE DELL’ADOZIONE

E' stato necessario l’intervento di un avvocato per bloccare la ripetuta violazione della privacy di Maria (nome di fantasia), figlia adottiva adulta, importunata a più riprese da un giornalista della trasmissione “Festa italiana” (Rai 1, pomeriggio) che voleva convincerla a partecipare a questa trasmissione per incontrare la sua “vera madre”. Nella diffida inviata dall’avvocato ai dirigenti della Rai e della stessa trasmissione sono riassunti i fatti: ne riportiamo un ampio stralcio, segnalando che alcune modifiche sono state apportate per rispettare la riservatezza dovuta alla signora Maria.

«Il giorno ..., al mattino, un signore, qualificatosi come giornalista Rai, chiamando al numero di telefono di casa della signora Maria (intestato peraltro al marito), le annunciava, senza alcuna prudenza o rispetto per la sua sconosciuta interlocutrice, che alcune persone la stavano cercando: si sarebbe trattato di una signora e del di lei figlio, che affermerebbero di avere una parente, nella fattispecie loro figlia e sorella, che “mancava all’appello”.

«La mia cliente a fronte di tale inaspettata quanto inopportuna rivelazione domandava scocciatissima se si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto.

«Il giornalista resosi probabilmente conto dello sconcerto provocato e non pago del danno creato, dichiarava alla mia cliente che la “madre” naturale ed il “fratello” la stavano cercando affermando che “avrebbe dovuto esserne contenta”. Di fronte alla reazione comprensibilmente attonita della mia cliente che chiedeva comunque maggiori informazioni soprattutto su come fosse stata rintracciata il giornalista, affermando di “non avere la scheda davanti”, proponeva di richiamarla nel pomeriggio. La mia cliente annotava quindi il numero telefonico dicendo che semmai avrebbe richiamato lei. Ciò nonostante nel pomeriggio dello stesso giorno, e sempre al numero di casa, la stessa veniva richiamata altre due volte dal giornalista che voleva sapere se fosse serena e stesse bene (!) e raccomandarle di seguire la trasmissione il giorno seguente ove sarebbe stato trattato “un caso simile”.

«Nel corso di queste tre telefonate il giornalista proponeva alla mia cliente dapprima di recarsi a Roma il giorno successivo ad un incontro con la redazione per ascoltare l’appello registrato in video della signora X per poi, il giorno successivo, incontrare la stessa ed il di lei figlio e quindi, nel pomeriggio medesimo, registrare la puntata, che sarebbe stata mandata in onda. La mia cliente veniva richiamata alle ore 19 dello stesso giorno: in questa quarta telefonata le veniva letta la sua “scheda” contenente, a dire del conduttore, la sua vera storia – ovviamente narrata dalla sua supposta madre naturale – con le ragioni e le circostanze del suo abbandono.

«In sostanza la signora in questione avrebbe riferito che, a causa di sue temporanee difficoltà, la bambina sarebbe stata in un primo tempo collocata in un istituto di una città del Nord Italia e poi le sarebbe stata portata via, con l’inganno, da una famiglia benestante che si era offerta di mantenerla. Al termine della lettura della scheda la mia cliente, comprensibilmente confusa, faceva presente di avere necessità di tempo per pensare circa quanto riferitole e consultarsi con i familiari e chiedeva al suo interlocutore di lasciarle semmai il numero di cellulare ma di non richiamarla più. Ciò nonostante il giorno successivo la mia cliente veniva nuovamente contattata dal sedicente giornalista che si informava se avesse visto la trasmissione del giorno precedente come da lui suggerito. A quel punto la mia cliente chiedeva di non essere più disturbata.

«Dalla narrativa di cui sopra emergono fatti costituenti reato e gravi violazioni della privacy. A norma dell’articolo art. 36 della legge 149/2001 che ha riprodotto l’articolo 73 della legge 184 del 1983 infatti “chiunque essendone a conoscenza in ragione del proprio ufficio fornisce qualsiasi notizia atta a rintracciare un minore nei cui confronti sia stata pronunciata adozione o rivela in qualsiasi modo notizie circa lo stato di figlio legittimo per adozione è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da lire 200.000 a lire 2.000.000”.

«La mia cliente in tale senso procederà a dare notizia all’autorità giudiziaria penale di quanto sopra, al fine dell’accertamento delle responsabilità penali connesse alla violazione ed al concorso nella violazione dell’articolo 36 di cui sopra, dando contestualmente avviso al Garante della privacy relativamente alla violazione delle norme poste a tutela della mia cliente. Tutto ciò premesso, Vi invito e diffido a cessare immediatamente la condotta lesiva, e dunque a contattare la mia cliente nuovamente nonché a comunicare alla famiglia X ed a chiunque le nuove generalità della mia assistita, il suo indirizzo telefonico, ecc. con riserva di chiedere il risarcimento dei danni esistenziali derivati e derivandi dalla Vostra assai inopportuna iniziativa».

Dopo l’invio della diffida la signora Maria non è più stata importunata.

Ci chiediamo però quante altre persone prese alla sprovvista e intimoriti da un forte pressing telefonico e mediatico si sono lasciate o si lasceranno convincere, senza pensarci troppo, sottovalutando le conseguenze di questi “rintracci” sulla loro vita futura. Di questo i redattori sembrano proprio non preoccuparsi, l’importante è mandare in onda le interviste.

Alla redazione di “Festa italiana” aveva  scritto nel gennaio scorso anche il sociologo Domenico Pagliara richiamandola a valutare attentamente le conseguenze giuridiche e morali degli appelli lanciati nel corso della trasmissione da parte di donne che cercavano di rintracciare i loro nati, che erano stati adottati decenni prima, anche perché «la ripresa dei rapporti fra adottati e procreatori hanno avuto il più delle volte conseguenze negative e spesso devastanti». Si augurava inoltre che «nel trattare un argomento così delicato prevalgano le ragioni del buon senso e anche il senso di responsabilità tenuto conto che i giornalisti devono anche rispondere al “Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica” come previsto dall’art. 2 della legge 675 del 31 dicembre 1996 che garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali nonché della dignità delle persone fisiche con particolare riferimento alla riservatezza e all’identità personale».

La redazione della trasmissione non ha risposto a questa lettera, ma ha continuato purtroppo a mandare in onda queste interviste.

Su questi temi va ancora  segnalata la deleteria campagna portata avanti in diverse puntate dalla trasmissione “Ricomincio da qui” con obiettivi analoghi a quelli di “Festa italiana”, entrambe impegnate, in nome della presunta indissolubilità del legame di sangue, a presentare ai telespettatori i procreatori dei minori dichiarati adottabili quali “veri” genitori, e come loro “surrogati” invece quelli che sono diventati genitori attraverso l’affetto e l’amore con cui hanno allevato i figli che hanno adot­tato.

 Vengono poi ospitati in questa trasmissione anche figli adottivi che ricercano le donne che li hanno partoriti e che, avvalendosi del diritto alla segretezza del parto, hanno deciso alla loro nascita di non riconoscerli; viene sovente anche invitata in studio la presidente dell’associazione Faegn (Figli adottivi e genitori naturali) che sostiene queste richieste.

è necessario al riguardo ricordare che ai sensi dell’articolo 93 del decreto legislativo 30 giugno 2003 n. 196 “Codice in materia di protezione dei dati personali” il certificato di assistenza al parto e la cartella clinica in cui sono contenuti dati personali che rendono identificabile la donna che non ha riconosciuto il proprio nato possono essere rilasciati in copia integrale a chi vi ha interesse decorsi cento anni dalla formazione del documento.

Alla Tv di Stato chiediamo non solo di rispettare la normativa vigente in materia di adozione, ma anche di attivarsi per prevenire gli abbandoni e gli infanticidi, promuovendo campagne informative e servizi giornalistici che informino sul diritto alla segretezza del parto e valorizzino l’adozione .

Nonostante le leggi 431/1967 e 184/1983 abbiano dato un salutare scossone alla ormai obsoleta cultura incentrata sulla filiazione quale atto preminentemente biologico, moltissimo resta ancora da fare per ottenere il riconoscimento che l’adozione di un bambino è equiparabile all’innesto di un pesco su un susino o su un mandorlo. I frutti, belli o brutti, buoni o cattivi, sono sempre e solo pesche, allo stesso modo di quel che avviene quando le radici sono di pesco. Non si tratta di una concezione nuova. Già Fedro e S. Giovanni Crisostomo, ad esempio, mettevano in evidenza secoli fa l’apporto determinante della relazione affettiva-formativa fra genitori (biologici o adottivi) ed i propri figli.

L’adozione dei minori in situazione di privazione di cure materiali e morali da parte dei genitori va, pertanto, considerata una seconda nascita che non annulla la prima, ma non ne conserva alcun legame giuridico. Come abbiamo visto, i frutti non sono più susine o mandorle, ma sempre e solo pesche. Non si tratta, inoltre, di cancellare i ricordi relativi alla loro storia personale. Occorre, invece, aiutare questi minori, soprattutto se adottati grandicelli, a rimarginare le ferite subite, quasi sempre assai gravi.