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Bollettino 3-4/2010E' possibile visualizzare il bollettino in formato Acrobat Reader facendo clic qui EditorialeIn data 11 maggio è iniziato l’esame presso le Commissioni Iª (Affari costituzionali) e XIIª (Igiene e Sanità) del Senato, del disegno di legge n. 1012 “Istituzione e disciplina dei punti di accoglienza del neonato” presentato il 9 settembre 2008 dal Sen. Massimo Garavaglia e altri 22 Senatori (1). Si tratta di un disegno di legge, le cui disposizioni sono, a nostro avviso, assolutamente insensate e negative anche in virtù dei messaggi fuorvianti in esso contenuti rispetto alla tutela delle gestanti-madri in difficoltà e dei loro nati. Riportiamo di seguito alcune considerazioni, che condividiamo pienamente, tratte dall’articolo “L’insensato disegno di legge sulle culle/ruote presentato dal Senatore Massimo Garavaglia e le nostre proposte alternative” pubblicato su Prospettive Assistenziali n. 171, alla cui lettura rimandiamo i nostri lettori per un approfondimento più esauriente della tematica e della normativa vigente in materia. Che cosa prevede il disegno di legge n. 1012? L’articolo 1 stabilisce che non vengono considerati gli estremi del reato di abbandono di persone minori o incapaci “se il neonato entro i primi giorni di vita è consegnato a un presidio ospedaliero del Servizio sanitario nazionale o a uno dei punti di accoglienza allo scopo istituiti dai Comuni in collaborazione con le Aziende sanitarie locali” (2). Ai sensi dell’articolo 2 “I comuni, in collaborazione con le Aziende sanitarie locali territorialmente competenti, istituiscono punti di accoglienza del neonato presso i presidi ospedalieri o presso altre strutture accreditate del Servizio sanitario nazionale”. In sostanza viene proposta la posa di culle aventi, come si legge nella relazione del disegno di legge in oggetto, la stessa funzione “di quella che anticamente veniva definita ‘la ruota degli innocenti’”. A sua volta l’articolo 3 prevede che “i punti di accoglienza del neonato sono attivi nell’arco di tutte le ventiquattrore” e che “sono dotati di adeguati dispositivi di rilevazione per la segnalazione tempestiva al responsabile amministrativo (nominato dal Comune, n.d.r.) della presenza di un neonato abbandonato”. Detto responsabile amministrativo “è tenuto ad informare immediatamente del rinvenimento di un neonato abbandonato al più vicino presidio ospedaliero del Servizio sanitario nazionale, che provvede al suo tempestivo ricovero presso le proprie strutture, informandone entro ventiquattro ore il giudice tutelare”. Com’è stabilito dall’articolo 4, il Ministero dell’interno dovrebbe istituire “entro due mesi dall’entrata in vigore della presente legge, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato, un numero verde nazionale attivo nell’arco di tutte le ventiquattro ore, destinato a fornire informazioni sulle localizzazioni e sul funzionamento dei punti di accoglienza del neonato e a ricevere eventuali segnalazioni anonime relative a neonati abbandonati”. Infine (articolo 6) per l’attuazione delle succitate norme è prevista a carico dello Stato, la somma di un milione di euro “ripartita annualmente dal Ministero dell’interno tra i Comuni che provvedono all’istituzione dei punti di accoglienza del neonato”. Ignorata la legislazione vigente, sostanzialmente ancora valida In primo luogo rileviamo che il disegno di legge in oggetto ignora (volutamente?) le fondamentali esigenze specifiche delle gestanti e dei nascituri (come vedremo più dettagliatamente in seguito), nonché tutte le leggi vigenti (alcune approvate da oltre 80 anni) riguardanti le gestanti e le madri in condizioni di disagio socio-economico, i neonati e il segreto del parto (…). Le reali esigenze dei nascituri e dei neonati e la falsa alternativa delle culle/ruote Com’è ovvio, la tutela delle persone dovrebbe scattare al momento della loro nascita. È quindi necessaria la predisposizione di iniziative innanzitutto informative (quelle operative sono presenti e gratuite in tutte le zone del nostro Paese) affinché anche le gestanti in condizioni di disagio socio-economico (a volte si tratta di ragazzine di 13-14 anni) utilizzino per loro stesse e per il nascituro i servizi sanitari in modo da assicurare la massima tutela possibile delle condizioni di salute delle donne e dei futuri bambini. È altresì necessario che i servizi sanitari seguano la gestante e il nascituro con continuità e che il parto avvenga in ospedale, attualmente la struttura che offre le migliori garanzie. È quindi assai preoccupante che i Senatori promotori del disegno di legge n. 1012 non tengano in alcuna considerazione il periodo della gestazione, come se i neonati nascessero dal nulla, mentre è universalmente noto che l’intervento dei servizi sanitari è assolutamente indispensabile per la salute della donna e del nascituro e per evitare danni anche permanenti per i due soggetti. Il messaggio trasmesso dalle culle/ruote nega l’irrinunciabile esigenza delle prestazioni (fra l’altro gratuite) del Servizio sanitario nazionale per cui detto messaggio può essere così sintetizzato: le donne che non intendono riconoscere i loro nati, se vogliono essere sicure che nessuno venga a conoscenza della loro decisione, non prendano alcun contatto con i servizi sanitari e sociali durante tutto il periodo della gravidanza, non partoriscano in un ospedale, ma secondo il metodo “fai da te” e mettano il neonato nella termologica culla/ruota più vicina, magari lontana decine di chilometri dal luogo in cui è avvenuto il parto. L’immorale e pericolosa iniziativa delle culle/ruote non tiene neppure in considerazione il fatto che fra le gestanti in gravi difficoltà vi sono quelle che intendono riconoscere il bambino, quelle che non vogliono riconoscerlo e quelle che sono incerte. Occorre quindi che queste donne non vengano lasciate sole: non devono soltanto essere indirizzate ai servizi sanitari, ma anche aiutate (se necessario mediante accoglienza residenziale) affinché, con la massima responsabilizzazione realizzabile, decidano se riconoscere o non riconoscere i loro nati. A questo proposito ricordiamo… che la Regione Piemonte ha predisposto per le gestanti in gravi difficoltà “specifici sostegni in ordine al riconoscimento o al non riconoscimento dei loro nati e al segreto del parto”, precisando che “gli interventi devono essere erogati sulla base di un progetto individuale che tenga conto delle varie tipologie di donne che si trovano a vivere una gravidanza accidentale, non desiderata e non desiderabile, e pertanto della casistica degli utenti e di come tali situazioni possono riguardare contesti diversi” e che, “gli interventi devono essere finalizzati ad offrire alle gestanti la possibilità anticipata di riflettere, di verificarsi e di decidere con serenità e autonomia”. Inoltre – aspetto della massima importanza – la Regione Piemonte ha stabilito che i servizi “durante i sessanta giorni successivi al parto” devono essere garantiti “alle donne già assistite come gestanti e ai loro nati gli interventi socio-assistenziali finalizzati a sostenere il loro reinserimento sociale” e che, terminato detto periodo, deve essere assicurata ove necessario, la continuità assistenziale sia alle donne che hanno o non hanno provveduto al riconoscimento, sia ai bambini. Per i bambini non riconosciuti la competenza dei servizi socio-assistenziali termina solamente con la pronuncia della loro adozione. La predisposizione delle culle ruote ignora importanti diritti delle donne La predisposizione delle culle/ruote non tiene in alcuna considerazione il diritto delle gestanti di richiedere un periodo di riflessione dopo il parto allo scopo di decidere in merito al riconoscimento o non riconoscimento del loro nato. Infatti, la legge 184/1983 riguardante l’adozione e l’affidamento educativo dei minori stabilisce quanto segue: • articolo 11 comma 2 “Nel caso in cui non risulti l’esistenza di genitori naturali che abbiano riconosciuto il minore o la cui paternità o maternità sia stata dichiarata giudizialmente, il Tribunale per i minorenni, senza eseguire ulteriori accertamenti, provvede immediatamente alla dichiarazione dello stato di adottabilità a meno che non vi sia richiesta di sospensione della procedura da parte di chi, affermando di essere uno dei genitori naturali, chiede termine per provvedere al riconoscimento. La sospensione può essere disposta dal Tribunale per un periodo massimo di due mesi sempreché nel frattempo il minore sia assistito dal genitore naturale o dai parenti fino al quarto grado o in altro modo conveniente, permanendo comunque un rapporto con il genitore naturale”. • articolo 11, comma 3 “Nel caso di non riconoscibilità per difetto di età del genitore, la procedura è rinviata anche d’ufficio sino al compimento del sedicesimo anno di età del genitore naturale, purché sussistano le condizioni menzionate nel comma precedente. Al compimento del sedicesimo anno, il genitore può chiedere ulteriore sospensione per altri due mesi”. • articolo 14; “Il Tribunale per i minorenni può disporre, prima della dichiarazione di adottabilità, la sospensione del procedimento, quando da particolari circostanze emerse dalle indagini effettuate risulta che la sospensione può riuscire utile nell’interesse del minore, in tal caso la sospensione è disposta con decreto motivato per un periodo non superiore ad un anno, eventualmente prorogabile. La sospensione è comunicata ai servizi locali competenti perchè adottino le iniziative opportune”. (...) Conclusioni L’istituzione delle culle/ruote esige la messa a disposizione di un numero rilevante di persone stipendiate e di volontari, nonché di interventi economici notevoli per una iniziativa non solo assolutamente inutile, ma anche molto negativa per il messaggio gravemente fuorviante – lo ripetiamo – che trasmette dalla loro istituzione. Da parte nostra ricordiamo la necessità assoluta che le gestanti in situazione di disagio socio-economico o comunque in difficoltà siano correttamente informate circa le prestazioni di competenza dei servizi sanitari e socio-assistenziali, siano aiutate, se del caso anche mediante accoglienza residenziale, a decidere con la massima responsabilità possibile, se riconoscere i loro nati. Pertanto auspichiamo che il disegno di legge n. 1012 non venga approvato e sia presa in attenta considerazione la proposta di legge n. 2230 presentata alla Camera dei Deputati il 17 febbraio 2007 dall’unanime decisione del Consiglio regionale del Piemonte (3). Confidiamo inoltre che iniziative specifiche siano assunte dalle forze politiche affinché le Regioni, come ha fatto il Piemonte, approvino i provvedimenti attuativi del quinto comma dell’articolo 8 della legge 328/2000, in modo da adeguare alle odierne esigenze le norme della legge 2838/1929 tuttora in vigore. Note: (1) Glia ltri Senatori presentatori del disegno di legge sono: Irene Aderenti, Lorenzo Bodega, Rossana Boldi, Federico Bricolo, Luciano Cagnin, Sergio Divina, Alberto Filippi, Paolo Franco, Giuseppe Leoni, Angela Maraventano, Rosa Angela Mauro, Sandro Mazzatorta, Enrico Montani, Cesarino Monti, Roberto Mura, Mario Pittoni, Fabio Rizzi, Piergiorgio Stiffoni, Giovanni Torri, Gianvittore Vaccari, Gianpaolo Vallardi e Armando Valli. (2) Si tenga presente che, come vedremo più distesamente in seguito, i neonati partoriti in ospedale e non riconosciuti alla nascita sono ogni anno alcune centinaia e che mai il non riconoscimento è stato considerato (né può esserlo) un reato. (3) Ricordiamo altresì che in data 10 marzo 2010 l’On, Domenico Lucà e altri 49 Parlamentari hanno presentato alla Camera dei Deputati la proposta di legge n. 3303 “Norme riguardanti interventi in favore delle gestanti e delle madri volti a garantire il segreto del parto alle donne che non intendono riconoscere i loro nati”, di cui nel presente numero sono riportati il testo e la relazione. Proposta di legge sulle gestanti e segreto del partotratto da Prospettive assistenziali n. 171 In data 10 marzo 2010 l’On. Lucà e altri 49 Parlamentari (1) hanno presentato alla Camera dei Deputati la proposta di legge n. 3303 “Norme riguardanti interventi in favore delle gestanti e delle madri volte a garantire il segreto del parto alle donne che non intendono riconoscere i loro nati”. Data la notevole importanza sul piano umano e sociale della proposta in oggetto e delle preziose informazioni fornite, pubblichiamo integralmente anche i testo della relazione. Testo della proposta di legge Art. 1. 1. Al fine di garantire una uniforme attuazione in tutto il territorio nazionale delle disposizioni di cui all’articolo 8, comma 5, della legge 8 novembre 2000, n. 328, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano assicurano l’informazione, la consulenza e le prestazioni socio-assistenziali diurne e residenziali occorrenti alle gestanti e alle madri che necessitano di specifici sostegni in ordine al riconoscimento o al non riconoscimento dei loro nati e alla garanzia della segretezza del parto. 2. Gli interventi di cui al comma 1, che costituiscono livello essenziale ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, sono promossi dagli enti locali titolari delle funzioni socio-assistenziali di cui alla legge 8 novembre 2000, n. 328, secondo le modalità stabilite dalle leggi regionali e delle Province autonome di Trento e di Bolzano. 3. I soggetti di cui al comma 2 garantiscono, altresì, alle partorienti e ai loro nati i necessari interventi per la continuità socio-assistenziale e per sostenere il loro reinserimento sociale. 4. Gli interventi socio-assistenziali in favore dei neonati non riconosciuti sono garantiti dai soggetti di cui al comma 2 fino all’adozione definitiva. 5. Gli interventi di cui al presente articolo alle gestanti e alle madri sono erogati su semplice richiesta delle donne interessate senza ulteriori formalità, indipendentemente dalla loro residenza anagrafica e dalla loro nazionalità. Testo della relazione Al fine di evitare gli infanticidi e gli abbandoni, che mettono a repentaglio la sopravvivenza dei neonati, le disposizioni di legge vigenti riconoscono alle donne tre importanti diritti: a) il diritto di riconoscere o meno il neonato come figlio, diritto che vale sia per la donna che ha un bambino fuori dal matrimonio che per la donna coniugata: la Corte costituzionale, infatti, con sentenza n. 171 del 5 maggio 1994 ha stabilito che «qualunque donna partoriente, ancorché da elementi informali risulta trattarsi di coniugata, può dichiarare di non volere essere nominata nell’atto di nascita»; b) il diritto alla segretezza del parto, che deve essere garantito da tutti i servizi sanitari e sociali coinvolti, con la previsione che, nei casi in cui il neonato non venga riconosciuto o non sia dichiarato dalla donna come figlio, nell’atto di nascita del bambino, che deve essere redatto entro dieci giorni dal parto, risulti scritto: «figlio di donna che non consente di essere nominata». L’ufficiale di stato civile, a seguito della dichiarazione del personale medico che ha assistito al parto, attribuisce al suddetto neonato un nome e un cognome, procede alla formazione dell’atto di nascita e alla segnalazione alla procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni per la sua dichiarazione di adottabilità ai sensi della legge n. 184 del 1983; c) la sospensione dello stato di adottabilità per un periodo massimo di due mesi, disposta dal tribunale per i minorenni su richiesta di chi afferma di essere uno dei genitori biologici «sempre che nel frattempo il minore sia assistito dal genitore naturale o dai parenti fino al quarto grado o in altro modo conveniente, permanendo comunque un rapporto con il genitore naturale» (articolo 11 della legge n. 184 del 1983). Se il neonato non può essere riconosciuto perché il o i genitori hanno meno di sedici anni, l’adottabilità può essere rinviata anche d’ufficio dal tribunale per i minorenni fino al compimento di tale età. Un’ulteriore sospensione di due mesi può essere concessa al compimento del sedicesimo anno di età. È quindi evidente che i diritti della gestante non si contrappongono ai diritti del bambino che dà alla luce ma sono funzionali all’affermazione dei diritti del neonato a crescere in una famiglia anche diversa da quella di origine e a godere in essa di condizioni adeguate per un armonico sviluppo della personalità, secondo le priorità previste dalla legge n. 184 del 1983 (sostegno del nucleo familiare di origine, affidamento familiare, adozione). Dunque, la scelta di non riconoscere il proprio nato come figlio, nella consapevolezza di non poterlo crescere, non può essere considerata una scelta negativa o riprovevole: molto spesso è una scelta responsabile verso la nuova vita, che può poi svilupparsi in modo idoneo in una famiglia adottiva. Va inoltre segnalato che il non riconoscimento rappresenta anche una concreta possibilità per le donne che non intendono abortire e, nello stesso tempo, non se la sentono di allevare il loro nato. Per quanto riguarda i dati sul fenomeno, si rileva che nel 2007, ultimo dato dell’Istituto nazionale di statistica disponibile, su 1.344 minori adottabili, 641 sono stati quelli non riconosciuti alla nascita. Nel 2006 erano stati 501 su 1.254, nel 2005 erano 429 su 1.168, mentre nel 2004 erano 410 su 1.064. Sulla base delle pluriennali esperienze realizzate nel nostro Paese, va ribadito che è però importante offrire alla gestante la possibilità anticipata di riflettere, di verificarsi e di decidere con serenità e autonomia, con le opportune informazioni sugli aiuti che possono esserle offerti in merito al riconoscimento o al non riconoscimento del loro nato. Occorre quindi che le istituzioni, in ottemperanza della normativa vigente, garantiscano il sostegno di personale preparato (psicologo, assistenti sociali, educatori eccetera) che aiuti la gestante prima, durante e dopo il parto, l’accompagni a decidere responsabilmente se riconoscere o meno il bambino e la sostenga fino a quando è in grado di provvedere autonomamente a se stessa e, se ha riconosciuto il bambino, al proprio figlio. La donna in difficoltà ha diritto a non essere lasciata sola né prima, né durante, né dopo il parto e spesso l’intervento assistenziale di supporto è necessario anche per le gestanti e per le madri coniugate con situazioni personali e familiari difficili. Occorre anche segnalare che molti ritengono che la soluzione di queste complesse situazioni personali e familiari non possa essere individuata nell’istituzione di «culle termiche» recentemente aperte presso alcuni ospedali, finalizzate, nell’intenzione dei loro promotori, a contrastare «l’abbandono dei neonati nei cassonetti». Queste culle, pur se attrezzate secondo le tecniche più moderne, e al di là delle intenzioni dei loro promotori, possono produrre effetti del tutto negativi, in quanto non tengono conto né delle esigenze delle donne in gravi condizioni di disagio e dei loro nati, né delle leggi vigenti e rischiano di incentivare i parti «fai da te» in ambienti inidonei, privi della più elementare assistenza sanitaria, con gravi pericoli per la salute e per la sopravvivenza stessa della donna e del neonato. La gravidanza può innestarsi, come accennato, in una condizione di disagio preesistente delle gestanti, sovente cittadine straniere, a volte molto giovani, che necessitano di supporto di natura socio-assistenziale per decidere consapevolmente in merito al riconoscimento o al non riconoscimento del proprio nato e per acquisire gli strumenti necessari per il proprio reinserimento sociale. Il regio decreto-legge n. 798 del 1927, convertito dalla legge n. 2838 del 1928, concernente l’ordinamento del servizio di assistenza dei fanciulli illegittimi, abbandonati o esposti all’abbandono, ha disposto che siano le amministrazioni provinciali a dover assistere i fanciulli figli di ignoti e i bambini nati fuori dal matrimonio riconosciuti dalla madre e in condizione di disagio socio-economico, a meno che la legislazione regionale abbia attribuito tali compiti ad altri organismi. La legge n. 328 del 2000, recante “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, all’articolo 8, comma 5, ha poi attribuito alle regioni il compito di disciplinare il trasferimento ai comuni o ad altri enti locali delle funzioni di cui al citato regio decreto-legge n. 798 del 1927 e del decreto-legge n. 9 del 1993, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 67 del 1993, concernenti rispettivamente le prestazioni obbligatorie relative alle gestanti e alle madri, ai nati fuori dal matrimonio e ai bambini non riconosciuti. Alle Regioni compete, inoltre, in base alla stessa legge n. 328 del 2000, di definire il passaggio ai comuni o ad altri enti locali delle risorse umane, finanziarie e patrimoniali occorrenti per l’esercizio delle citate funzioni. Purtroppo vi sono regioni che hanno approvato proprie leggi senza tenere conto dell’esigenza delle gestanti che si trovino in gravi difficoltà psico-sociali di essere adeguatamente supportate per quanto riguarda la delicatissima decisione di riconoscere o di non riconoscere il loro nato e di poter partorire in assoluto segreto. Segnaliamo al riguardo, invece, la positiva legge della regione Piemonte n. 16 del 2006, che, modificando l’articolo 9 della legge regionale n. 1 del 2004, ha affidato ai comuni di Novara e di Torino, nonché ai consorzi intercomunali del cuneese e dell’alessandrino, «le funzioni relative agli interventi socio-assistenziali nei confronti delle gestanti che necessitano di specifici sostegni in ordine al riconoscimento o non riconoscimento dei loro nati e al segreto del parto»; gli interventi socio-assistenziali previsti riguardano, quindi, non solo le gestanti che hanno deciso di non riconoscere il loro nato e «sono erogati su richiesta delle donne interessate e senza ulteriore formalità, indipendentemente dalla loro residenza anagrafica», quindi sono rivolti anche alle gestanti senza permesso di soggiorno, che altrimenti non avrebbero accesso ai servizi socio-assistenziali. La stessa legge attribuisce ai comuni singoli o associati la continuità delle prestazioni alle donne che hanno riconosciuto il bambino, ma che si trovano in difficoltà. Va infine segnalato che nel 3° Rapporto supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, pubblicato nel novembre 2009, in cui il Gruppo di lavoro, costituito da oltre settanta organizzazioni e coordinato da “Save the Children Italia”, raccomanda al Parlamento «di approvare una legge che, in attuazione dell’articolo 8 comma 5 della legge n. 328 del 2000, preveda la realizzazione, da parte delle Regioni, di almeno uno o più servizi altamente specializzati, gestiti dagli enti gestori delle prestazioni socio-assistenziali in grado di fornire alle gestanti, indipendentemente dalla loro residenza anagrafica e cittadinanza, le prestazioni necessarie e i supporti perché possano assumere consapevolmente le decisioni circa il riconoscimento o il non riconoscimento dei loro nati». Note: (1) Gli altri Parlamentari presentatori della proposta di legge n. 3303 sono: Lucà Mimmo; Turco Livia; Lenzi Donata; sbrollini Daniela; Castagnetti Pierluigi; Capitanio Santolini Luisa; Calgaro Marco; Argentin Ileana; Barba Vincenzo; Bellanova Teresa; Boccia Francesco; Bordo Michele; Bucchino Gino; Burtone Giovanni Mario Salvino; Carra Marco; Cesaro Luigi; Codurelli Lucia; Concia Anna Paola; D’Antona Olga; Delfino Teresio; Di Stanislao Augusto; D’Incecco Vittoria; Esposito Stefano; Fadda Paolo; Ferrari Pierangelo; Garavini Laura; Giovanelli Oriano; Gnecchi Marialuisa; Gozi Sandro; Jannone Giorgio; Laganà Fortugno Maria Grazia; Laratta Francesco; Merlo Giorgio; Miglioli Ivano; Minardo Antonino; Mogherini Rebesani Federica; Oliverio Nicodemo Nazzareno; Pedoto Luciana; Peluffo Vinicio Giuseppe Guido; Porta Fabio; Rosso Roberto; Rossomando Anna; Rubinato Simonetta; Rugghia Antonio; Sardelli Luciano Mario; Scalera Giuseppe; Schirru Amalia; Servodio Giuseppina; Tidei Pietro; Velo Silvia. Rubrica scuolaPer una cultura dei diritti dei più deboli. Una proposta di teatro-forum (a cura di Emilia De Rienzo e Claudia Saccoccio) Riportiamo in questa rubrica una proposta teatrali che Emilia De Rienzo in collaborazione con le attrici/autrici Adriana Zamboni e Manuela Massarenti hanno elaborato e proposto anche all’interno della scuola. Secondo noi infatti, compito della scuola è anche quello di garantire, attraverso iniziative culturali, una formazione di base sui diritti e su come renderli esigibili, su come ottenerli e farli rispettare (come esempio fra tutti, la legge sulle barriere architettoniche, disattesa dalle amministrazioni pubbliche e dai cittadini). La rappresentazione teatrale è una nuova modalità, per diffondere la cultura dei diritti utilizzando strumenti diversi dai soliti. Cultura dei diritti che deve essere vista, quindi, anche come occasione di educazione permanente per tutti i cittadini, educazione a una cittadinanza solidale e non individualista. Sì, io sono uno scarabocchio, io lo sono, ma lo sei anche tu, e tu, e tu… Con il titolo “Io sono uno scarabocchio e tu?” le due attrici Adriana Zamboni, Manuela Massarenti insieme a Emilia de Rienzo hanno messo in scena una piece teatrale che è stata rappresentata nel coro di Santa Pelagia a Torino grazie all’OMI (Opera munifica Istruzione). In questo lavoro si è voluto raccontare quanto ogni individuo sia paragonabile ad uno “scarabocchio” in quanto traccia significativa, unica ed irripetibile. Uno scarabocchio è composto da tratti geometrici, da colori e linee variamente combinate fra di loro che rendono la complessità e la variabilità che abita ognuno di noi. Lo Scarabocchio “racconta” la complessità di ogni individuo e il suo bisogno di presentarsi all’altro così com’è. Parola e disegno sulla scena si alternano e si intrecciano accompagnati dalla musica. Poi lo “Scarabocchio” si squarcia e il taglio rivela il “volto”, così si dipana la storia. Sono tutti pronti ad ascoltare, l’attenzione di tutti è alta: prendono vita le testimonianze, quelle di ragazzi che hanno trovato nella classe che hanno frequentato uno spazio dove imparare non solo nozioni, ma anche a parlare ed ascoltare. Racconti quindi veri a cui la piece teatrale ha voluto restituire la dignità e l’importanza che meritano. Le testimonianze parlano del desiderio di poter mettere “in comune” ciò che caratterizza la storia che ognuno si porta dentro a volte inascoltata ed esprimono il desiderio di costruire attraverso il dialogo un luogo in cui la parola possa trovare il suo spazio. “Solo la narrazione della nostra storia - dice Karen Blixen - può rispondere alla domanda “chi sono io?” Una domanda che secondo la scrittrice sgorga prima o poi dal moto di ogni cuore. L’identità di una persona per essere svelata necessita di una narrazione, si costruisce attraverso la narrazione. L’individuo, per farsi conoscere, racconta se stesso, quello che fa, quello che sente, quello che era o spera di essere e diventare”. “Se perdessimo definitivamente – dice Tabucchi - la capacita di narrare non riusciremmo più a vivere dentro noi stessi, la vita diventerebbe un caos completo, una grande schizofrenia in cui esplodono come in un fuoco d artificio i mille pezzi delle nostre esistenze, perché per ordinare e capire chi noi siamo dobbiamo raccontarci”. Abbiamo bisogno, però, dell’ascolto dell’altro e della narrazione che l’altro fa di noi. La costruzione della propria identità si muove, infatti, su due canali: “come mi sento e che cosa sento all’interno” (quali sensazioni, pensieri, emozioni ho dentro di me), e “come sono visto dal di fuori” (quale immagine ha l’altro di me). “E tu chi sei?” domandò il Bruco. Non era incoraggiante come inizio di una conversazione. Alice rispose, un po’ timidamente: “Io… a questo punto quasi non lo so più, signore… o meglio, so chi ero quando mi sono alzata stamane, ma da allora credo di essere stata cambiata parecchie volte”. Lewis Carrol, Alice nel paese delle meraviglie Il desiderio che anima il narratore è quello di riconoscersi, ma anche quello di veder riconosciuta la propria esistenza da parte del destinatario del suo racconto. Di questo hanno bisogno anche i ragazzi a scuola, che nella classe vorrebbero sentirsi accettati nella propria diversità, qualsiasi storia abbiano alle spalle e così avere la forza di costruire il proprio futuro. La narrazione non incasella, non imprigiona l’individuo nella “definizione”, “rivela il finito nella sua fragile unicità” e la valorizza. La storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi. Intollerabile non è una vita che è sempre stata un “no” ma una vita che risulta insignificante”, una vita che non interessa nessuno. Hanna Arendt Per approfondire questo tema sono state poi previste a questo riguardo due giornate di seminario con educatori ed insegnanti. Chiunque fosse interessato a riproporre questo tipo di iniziativa anche all’interno della scuola può mettersi in contatto con noi. L'affidamento familiare tramite il grande schermoMaria Grazia Breda presidente Fondazione promozione sociale onlus Dal 16 al 18 aprile 2010, presso la sala 3 del cinema Massimo di Torino, si è tenuta per tre giorni una rassegna cinematografica, a ingresso libero, dal titolo “Difendere i diritti dei deboli… al cinema” organizzata dalla Fondazione promozione sociale onlus con il patrocinio della Città di Torino e del Museo nazionale del cinema. L’ Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie) ha collaborato per la realizzazione dell’appuntamento domenicale, con una proposta di film scelti per riflettere sull’affidamento familiare a scopo educativo dei minori con famiglie in difficoltà. Le altre due giornate sono state gestite dalla Fondazione rispettivamente con Aps (Associazione promozione sociale) per la tematica sulle cure domiciliari degli anziani non autosufficienti e con l’Utim (Unione per la tutela degli insufficienti mentali) sulla questione del “durante e dopo di noi”, problema che coinvolge le famiglie che hanno figli con handicap intellettivo. Perché il cinema Si è scelto il cinema per affrontare in modo lieve temi che riguardano percorsi di vita non semplici. L’obiettivo era quello di rinforzare le motivazioni in chi è già sensibile, ma soprattutto di avvicinare chi è totalmente a digiuno dell’esistenza di problematiche, tipo quella dell’affidamento familiare. Abbiamo coinvolto l’assessorato alla cultura della Città di Torino (e non quello all’assistenza), perché “cultura” è anche promuovere l’informazione su questi temi e la conoscenza dei diritti delle persone deboli, che, anche se “improduttive” devono comunque poter contare sullo stanziamento di risorse adeguate al soddisfacimento delle loro esigenze. Le pellicole presentate E’ così che circa trecento persone, ogni giorno della rassegna, in prevalenza sconosciute agli organizzatori, hanno assistito nel corso dei tre giorni alla proiezione di film che le hanno introdotte al tema dell’affidamento familiare, ai problemi che deve affrontare una famiglia con un figlio con handicap intellettivo o di chi vive quello di un genitore anziano cronico non autosufficiente demente. Domenica 18 Aprile 2010, giornata dedicata ai minori in affidamento famigliare, sono stati proiettati i seguenti film: “Il monello”(1921) film muto, di Charlie Chaplin; “La gabbianella e il gatto” (1998) film d’animazione, di Enzo D’Alò; “La guerra di Mario” (2005) di Antonio Captano (1). Il forum sull’affidamento famigliare I film sono stati l’occasione da cui partire per il confronto previsto con un piccolo forum della durata di circa un’ora, tra le 20 e le 21. Per approfondire gli argomenti sono stati distribuiti anche opuscoli informativi gratuiti, contenenti informazioni sul tema, ma anche sui diritti esigibili, come fare per ottenerli e a chi rivolgersi (2). Il momento informativo gestito dall’Anfaa è stato coordinato da Mario Aliberti con il contributo di Franco Garelli sociologo, preside della Facoltà di scienze politiche dell’Università di Torino. Insieme hanno aiutato il pubblico a ripercorrere la storia dell’assistenza ai bambini con famiglie in difficoltà e di come si è passati dal ricovero in istituto – con tutte le nefaste conseguenze sul loro sviluppo – all’affidamento familiare anche di minori con gravi problemi sanitari o handicap. Entrambi hanno sottolineato l’esigenza che le istituzioni (Tribunale per i minorenni ed Enti Locali) stiano dalla parte dei minori e garantiscano, con leggi e delibere, gli interventi indispensabili affinchè possano crescere in primo luogo nella propria famiglia d’origine (quando è idonea), o in una affidataria o in una adottiva, se la famiglia è inidonea sotto il profilo materiale e morale. La testimonianza delle tre famiglie affidatarie dell’Anfaa, molto motivate, ma anche attente al risvolto che l’affidamento familiare assume sul piano delle politiche assistenziali, hanno permesso al pubblico di entrare nel vivo della questione. Le tre giovani signore hanno messo bene in luce gli aspetti solidaristici dell’affidamento familiare, il coinvolgimento che richiede a tutti i livelli sia personali che familiari. Tuttavia, hanno anche evidenziato molto bene quali sono le condizioni imprescindibili, perché l’affidamento familiare possa davvero essere un’opportunità positiva per il minore che deve essere allontanato temporaneamente (ma può anche essere definitivamente) dal proprio nucleo familiare d’origine. In modo semplice, a volte colorato, ma sempre molto chiaro hanno indicato punto per punto le criticità che hanno avuto con i rispettivi Comuni e come, grazie anche al supporto dell’Anfaa, hanno saputo “rivendicare” diritti per sé e/o per le famiglie d’origine nell’interesse prevalente del minore. Senza trionfalismi, perché non hanno mancato di elencare anche i punti ancora critici su cui sarà necessario impegnarsi nel prossimo futuro. Il tutto però con un messaggio di impegno civile, in un clima sereno e propositivo, facendo emergere il “volontariato per i diritti del minore” svolto dalla famiglia affidataria, che ha comunque bisogno della rete di solidarietà della comunità locale in cui è inserita e dell’istituzione, perché da sola non può far fronte ai problemi complessi che l’affidamento familiare pone. Anche se alla fine tutte e tre confermano di essere soddisfatte della loro scelta. Conclusioni Sarebbe quanto mai opportuno che analoghe iniziative culturali (ma possono, come è ovvio, essere utilizzate altre forme di espressione culturale come il teatro, la musica, gli audiovisivi, ecc.) fossero fatte proprie dall’ente pubblico, in modo da assicurare una idonea periodicità ed i relativi stanziamenti la cui entità – per le casse di un Comune – è peraltro assai limitata. Per le singole associazioni, invece, si tratta di impegni notevoli, anche sotto il profilo economico. Ad esempio ricordiamo che gli oneri economici per realizzare l’iniziativa “Difendere i diritti deboli al Cinema” (una spesa complessiva di circa 10mila euro) sono stati sostenuti dalla Fondazione Promozione sociale onlus con un parziale contributo del Comune di Torino e delle associazioni Anfaa e Utim. Fondamentale è stata la collaborazione di numerosi volontari soprattutto per la diffusione degli inviti e delle locandine.
Note: (1) Il programma delle altre due giornate è stato il seguente: - Venerdì 16 aprile 2010, giornata dedicata alle persone con handicap intellettivo o con limitata autonomia sono stati proiettati - Sabato 17 aprile 2010, giornata dedicata agli anziani cronici non autosufficienti e ai malati di Alzheimer. I film sono stati: “Parenti serpenti” (1992) di Mario Monicelli; “Pranzo di Ferragosto” (2008) di Gianni Di Gregorio; “La Famiglia Savage” (2007) di Tamara Jenkins. Intercalato il momento informativo con la dott.ssa Nicoletta Aimonino, medico responsabile del servizio di ospedalizzazione a domicilio dell’ospedale Molinette di Torino e Maria Grazia Breda della Fondazione promozione sociale. È altresì intervenuto il dott. Luigi Pernigotti, responsabile del settore anziani dell’Asl To1. (2) In ciascuna giornata è stata diffusa gratuitamente varia documentazione sulle attività della Fondazione promozione sociale, dell’Utim e dell’Anfaa. In particolare sono stati distribuiti: l’opuscolo informativo “Tutti hanno diritto alla cure sanitarie” sui diritti dei malati cronici non autosufficienti, adulti e anziani, ad essere curati in ospedale o in casa di cura convenzionata, quando non è possibile provvedere al proprio domicilio; la guida “Handicap intellettivo. I diritti esigibili, i diritti da conquistare” libretto di orientamento per genitori, insegnanti, operatori, volontari; “Mi presti la tua famiglia? La mia è un po’ in difficoltà” guida all’affidamento familiare della città di Torino. RobertinoC’era una volta… …un bimbetto di sei anni: Robertino, piccolo e magrolino, con due grossi occhioni blu, nascosti da un paio di occhiali troppo grandi e scuri per il suo faccino. Era un bel bimbo, ma si credeva un mostro e anche gli altri lo vedevano brutto, perché non sorrideva mai e il suo sguardo era di sfida e di rabbia. Viveva in un istituto dove era stato parcheggiato anni prima e poi dimenticato da due genitori troppo presi dai loro problemi personali per potersi occupare di un’altra persona. In quella casa per fanciulli nulla ti apparteneva, tutto era di tutti e bisognava dividere ogni cosa con gli altri: vestiti, giochi, tempo e tutte le attenzioni. A scuola le cose non andavano benissimo: Robertino rompeva le scatole a tutti, era indisponente, dispettoso e faceva molta fatica a stare fermo. Non riusciva a concentrarsi a lungo sulle operazioni, sulle sillabe che compongono le parole, perché la sua mente era piena di mille pensieri: – Perché non sono come tutti i bambini? Perché non ho una mamma a casa ad aspettarmi o un papà con cui giocare al pallone? – Le maestre non sempre e non tutte capivano. Non è facile leggere nel cuore di un bambino, spesso si riesce solo a vedere il monello che disturba la classe o il somaro che non impara le tabelline, senza riconoscere il dolore profondo di una piccola anima. E per un bimbo è assai difficile stare seduto e fermo su di una seggiola quando è affamato di coccole e assetato di carezze. I grandi spesso non comprendono: è come quando senti le parole di un libro scorrere nella testa senza però afferrare il senso di ciò che stai leggendo. Ecco, loro ti guardano, ascoltano ciò che dici, ma non percepiscono le tue emozioni, i tuoi sentimenti. Malgrado tutto ciò, Robertino aveva un asso nella manica, che nessuno conosceva, a parte lui. La sera! Quando tutte le luci nella grande camera si spegnevano ed ogni bimbo era solo nel suo lettino, anziché lottare, come facevano molti dei suoi compagni, contro le proprie paure, lasciava correre liberamente la sua mente verso magiche avventure. Chiudeva gli occhi e immaginava mondi meravigliosi, pieni di amici, giocattoli luccicanti e persone sorridenti. Era come se vivesse una vita parallela, nel “suo” universo, privo di egoismi, con papà forti e grandi, e mamme dolci e carine. La cosa più bella era che non esistevano limiti: là poteva volare, combattere draghi feroci e mostri spaventosi e vincere, vincere sempre, per poi essere portato in trionfo e sentirsi finalmente un eroe. Si addormentava ogni sera cullato da questi felici pensieri e l’ultima cosa che vedeva, prima di abbandonarsi al sonno, erano tante piccole stelline colorate. Una vera boccata di ossigeno per lui che viveva costantemente in apnea. Al mattino, invece, era una grande fatica trovare il coraggio per affrontare una nuova giornata. Che barba svegliarsi, vestirsi e avere a che fare con educatrici, maestre, compagni di scuola e di istituto, assistenti sociali ….. Tant’é che Robertino si alzava furioso e svogliato e per questo riceveva di solito la sua prima sgridata quotidiana, che innescava in lui una voglia tremenda di dare una spinta o un pizzicotto a qualcuno. Almeno, pensava, non sarò il solo a soffrire, ed entrava così nella spirale che lo trascinava sempre più in basso e lo faceva sentire sempre più solo. Un giorno finalmente arrivò una coppia che non aveva figli e ne desiderava uno. Erano in possesso di un documento del Giudice ed avevano già parlato con l’assistente sociale: Robertino non capì bene come andarono le cose, ma tra tutti i bimbi, fu proprio lui a partire con loro. Certo, non erano esattamente come lui li aveva immaginati: il papà era piccolo e pelato, e la mamma un po’ strabica, ma avevano una casa fantastica, con un bel giardino ed un cane tutto marrone. Il bimbo pensò: - Beh, meglio che niente! E poi se ci sta bene il cane qui, allora forse starò bene anch’io.- La prima sera era così agitato che non riuscì neppure a chiudere gli occhi per abbandonarsi alle sue avventure immaginarie. Quei due fetentoni si chiusero solo quando il sonno riuscì ad acciuffare Robertino, sfinito e stremato. Non vide neppure le sue stelline, che tanto lo rasserenavano nei momenti più difficili. Cambiò paese, scuola, compagni e maestre e non si trovava male con loro. I cambiamenti però – si sa – non sono mai facili e l’agitazione gioca brutti scherzi. Così il piccolo, anziché sentirsi felice, come tutti si aspettavano e come lui stesso credeva di doversi sentire, aveva dentro un peso enorme, proprio nel mezzo della pancia: come se avesse mangiato un sasso e non riuscisse a digerirlo. Continuava a fare dispetti a tutti, anche a quello stupido cane che, al contrario di lui, era sempre fastidiosamente felice e scodinzolante e riusciva così a farsi accarezzare da tutti. E poi pensava: - Ma cosa vogliono da me questi due? Non sono poi così speciali e io sono un bambino cattivo, un giorno anche loro, come tutti, se ne accorgeranno e mi lasceranno. Non gli voglio bene, non posso volergli bene e non mi fido di loro. Perché dovrei fidarmi? E poi non sopporto che mi dicano sempre cosa posso o non posso fare. – I due genitori vivevano lo stesso problema: avevano desiderato tanto un figlio, ma quel bimbetto alto un metro e una banana, sempre sulle difensive, che li metteva costantemente in discussione, davvero li spiazzava. -Perché è così aggressivo? – si domandavano – E’ così faticoso stargli vicino e anche volergli bene non è facile. Cosa c’è che non va in noi? Forse non siamo dei bravi genitori… - e così via. Era una tortura in quella casa: tutti vivevano la frustrazione di una sconfitta annunciata. Un giorno la famiglia decise di fare un pic-nic. Era una giornata bellissima, calda e serena. Giocarono al pallone : la mamma in porta, Roby e papà in attacco. Poi mangiarono i panini che avevano portato e si scolarono una bottiglia intera di tè freddo. Stavano lanciando sassi nel laghetto quando il bimbo all’improvviso si bloccò e chiese a bruciapelo: “Perché mi avete voluto?” Il papà e la mamma si guardarono un attimo e spontanea venne loro la risposta: “Perché abbiamo bisogno del tuo amore. E se ti fa piacere vorremmo provare a darti tutto il nostro. Non sarà sempre facile, come non lo è ora, forse dovremo prima imparare a conoscerci e a volerci bene!” “OK…”, rispose Robertino “…proviamoci!” Chiuse gli occhi e per un attimo vide le sue stelline colorate. Era decisamente un buon segno, forse ci si poteva fidare di quei due e tutto sommato valeva la pena provarci almeno. Tornarono a casa mano nella mano tutte e tre, con una serenità nuova. “Che ne pensate se nella mia cameretta dipingessimo tante piccole stelline?”, chiese il piccolo timidamente. “Grande idea!”, risposero loro. “E poi le coloriamo?” – Che forti i miei genitori! – pensò Robertino. Maria Giuliana Saletta (1)
Note: (1) Socia ANFAA da molti anni, ha lavorato nella scuola e realizzato laboratori sui temi della natura e delle emozioni ed è feconda scrittrice di racconti e fiabe. Ha pubblicato con mammeonline libri illustrati per bambini e ragazzi tra i quali: “La Mucca Guendalina” – la storia di una mucca infelice perché diversa da tutte le altre. “Abracadabra Lucertolina” – fiabe sui disturbi specifici dell’apprendimento. “Sogni senza capo né coda” – imparare a comprendere le proprie emozioni osservando quelle delle persone care. E con Verdone editore ha pubblicato: “Viola, lo Sgrunfolo e il Palio dei tritoni” - un’avventura ambientata nel Parco Veglia Devero. Collabora con l’ANFAA per la realizzazione di racconti sull’adozione e sull’affidamento familiare. Recensioni“BAMBINI NEL BOSCO” di Beatrice Masini (1) C’è un campo, la Base, dove crescono i bambini senza ricordi o memoria. Tra loro c’è un gruppo più vivace, composto da Hana, capo del Guscio, dura e metodica, Dudu, sempre attento e guardingo, Glor, grande e goffo, Cranach, il più lento di tutti, Orla, la più piccola, e infine ZeroSette, l’ultimo arrivato. C’è anche Tom, ma lui appare diverso: si perde in mille pensieri e a volte sente riaffiorare un Coccio, un frammento di vita passata. Un giorno convince i ragazzi a spingersi nel bosco per esplorare il mondo di fuori. Porta con sé un libro di fiabe appena ritrovato, che comincia a leggere ad alta voce suscitando emozioni e curiosità. Ma ben presto nel gruppo si alterneranno rivalità e gelosie, scoperte e amori: tutto seguito da lontano da Jonas, addetto al sistema di controllo del campo, che in realtà ha programmato una fuga. Così, quasi per incanto, quel libro e quella lettura doneranno a ognuno di loro un filo di speranza e gioia. Una storia sospesa in un limbo spaziale e temporale, poetica, dolente, che scava negli animi dei ragazzi, esplorandone i sentimenti. Età di lettura: da 12 anni Commento Credo sia un compito molto impegnativo da parte di un autore, e soprattutto di un autore per bambini, scrivere dei bambini stessi, raccontando storie difficili, dolorose, e tenendo aperta e possibile la speranza di un futuro migliore. Allo stesso modo, oggi è sicuramente importante affrontare da educatori (nella scuola, ma anche come genitori) problematiche complesse come il senso della famiglia e degli affetti, pensando a chi una famiglia non ce l’ha e gli affetti non li ha mai sperimentati. E’ come riconoscere che l’infanzia non è sempre e per tutti l’età dell’oro, dove accoglienza, amore, protezione, accompagnano le condizioni normali di vita. Spesso noi educatori ci facciamo mancare le parole per dirlo, e ricorriamo a formule magiche, a personaggi sospesi tra il tempo e lo spazio, a simbolismi presi in prestito dal mondo animale, per raccontare storie difficili di bambini, cercando di far prevalere l’ottimismo che porta ad un lieto fine. Ho trovato il romanzo “Bambini nel bosco” un eccezionale strumento educativo di mediazione: i protagonisti sono bambini con storie “particolari”, che stanno sopportando esperienze terribili di solitudine e negazione della loro esistenza, ma nonostante ciò trovano in uno di loro, poi nel gruppo, e infine in se stessi, il coraggio e la determinazione di venire riconosciuti e dare un senso alla propria vita. Mi ha colpito in particolare la forza del gruppo dei pari, con le sue normali dinamiche, di conflitti, protezione, delega; un gruppo unito nelle difficoltà, che cresce nel corso della storia e diventa adulto nel modo di pensare, di affrontare e risolvere i problemi. Così ognuno, piano piano, supportato da un leader positivo, trova il proprio spazio, prova ad assumere un ruolo unico ed importante. Molto belle sono le figure degli adulti “ buoni “, che passano dall’indifferenza alla comprensione e alla solidarietà, e alla fine mettono in gioco se stessi e trovano il modo di offrire ai bambini una seconda, nuova vita. I bambini di questa storia, infatti, si salvano, con la forza dell’ottimismo, della volontà, dell’incoscienza; quindi il messaggio di speranza è prima di tutto rivolto a chi si ritrova in storie “spezzate” simili a queste, poi a chi se la sente di riflettere ed emozionarsi. Da insegnante, penso che questo sia un racconto molto utilizzabile anche a scuola, come strumento di lavoro per tutto il gruppo classe, soprattutto nell’età della prima adolescenza, dove il “romanzo familiare”, il senso di solitudine, di lontananza dagli adulti, di ricerca del sé, sono tappe fondamentali e normali di elaborazione mentale. E’ necessaria però, in questo contesto, la mediazione di un adulto, che sappia spiegare, contenere le emozioni e le domande suscitate dal racconto, accompagnare i ragazzi in un percorso personale e collettivo di crescita. Per crescere intendo infatti fare esperienze di apertura dei propri orizzonti mentali, mostrare attenzione ed accorgersi della fatica necessaria per il raggiungimento di nuovi e migliori obiettivi, da parte di ciascuno e degli altri. a cura di Giuse Tiraboschi - pedagogista, insegnante Beatrice Masini è nata a Milano, dove vive e lavora. Giornalista, traduttrice (tra i suoi lavori i libri della saga di Harry Potter), editor, scrive storie e romanzi per bambini e ragazzi. I suoi libri sono stati tradotti in quindici Paesi. Ha vinto nel 1999 il Premio Castello di Sanguinetto con il romanzo La casa delle bambole non si tocca (Salani), e nel 2004 il Premio Pippi con Signore e signorine – Corale greca (Einaudi Ragazzi), il Premio Elsa Morante con La spada e il cuore – Donne della Bibbia (Edizioni EL) e il Premio Andersen come miglior autrice. (1) ediz. Fanucci (collana Tweens) - euro 11,90 Notiziario dalle sezioniSezione di Lecce COUNSELING E ADOZIONE Nel dicembre 2009 ho concluso un Masters di durata triennale in “Gestalt Counseling – Agevolatore nella relazione di aiuto” presso la sede territoriale di Brindisi dell’ASPIC Counseling e Cultura, discutendo una tesi dal titolo: Counseling e adozione. La scelta di riflettere su counseling e adozione nasce da motivi professionali e personali: sono un’insegnante che spesso si è trovata dinanzi a casi di alunni adottivi, e, come socia attiva dell’A.n.f.a.a. (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie), mi occupo di promuovere e difendere il diritto del bambino ad avere una famiglia mediante la diffusione della cultura dell’adozione e dell’affidamento e, inoltre, cosa molto più significativa, sono una mamma adottiva. Si è verificata dunque la combinazione di vivere una situazione per la quale dispongo di conoscenze specifiche e che per questo qualcuno potrebbe considerare particolarmente fruttuosa. Personalmente ritengo, con cognizione di causa, che per essere buoni genitori non sia sufficiente essere preparatissimi sul piano psico-pedagogico e che sia molto più importante avere la disponibilità al cambiamento, l’intima e profonda convinzione di poter maturare sul piano personale per rispondere ai bisogni reali del figlio. Pertanto più efficace degli studi è la riflessione, eventualmente accompagnata e seguita da un lavoro di crescita personale per capire cosa sta succedendo in generale e cosa mi sta succedendo. I genitori adottivi, infatti, hanno bisogno di avvantaggiarsi di un sostegno valido lungo tutto il cammino dell’adozione e il counseling, a mio avviso, costituisce la risposta a questo bisogno. In sintesi cos’è il counseling? Premesso che il counseling agisce a diversi livelli (individuale, di coppia, di gruppo) e in molteplici ambiti (sanitario, aziendale, scolastico ecc.), possiamo definirlo una relazione di aiuto che ha come scopo quello di aiutare il cliente in difficoltà. Nella relazione il counselor stabilisce con il cliente un’interazione tra pari, nel senso che l’obiettivo comune è quello di giungere ad una maggiore indipendenza e integrazione dell’individuo per imparare ad affrontare le situazioni problematiche senza confusione, con maggiore organizzazione, indipendenza e responsabilità. Il counselor, infatti, è un esperto che mette le proprie conoscenze al servizio del cliente agevolandone l’autoesplorazione, la comprensione di se stesso e il riconoscimento delle proprie risorse. Il counselor quindi aiuta il cliente ad aiutarsi cioè a sviluppare la propria autopercezione, l’autodeterminazione, l’autocontrollo. Queste sono caratteristiche che tutti noi possediamo, ma a volte le perdiamo temporaneamente, quando siamo in crisi, ossia a causa di conflitti, di turbamenti emotivi dovuti a stress nei vari ambiti di vita. L’adozione, in quanto esperienza di accoglienza di un figlio non procreato, è un atto psicologicamente complesso che richiede alla coppia un profondo lavoro di riflessione sul significato dell’essere genitore non biologico. Anche per l’adozione, infatti, si può parlare di concepimento; e concepire significa accogliere, ricevere dentro di sé. Si tratta dunque di una gravidanza affettiva lunga e particolare, che necessita di essere vissuta in modo adeguato per non compromettere il futuro della relazione adottiva. È indispensabile, quindi, che i coniugi riescano ad elaborare i propri vissuti di lutto e di frustrazione biologica. Riflettendo sul percorso adottivo si sa che tra la domanda per ottenere l’idoneità e gli incontri con gli operatori dei servizi pubblici passa del tempo, che per legge dovrebbe essere di quattro mesi, prorogabile al massimo di altri quattro più due mesi perchè il tribunale pronunci il decreto. Comunque un tempo di attesa, da alcuni studiosi considerato proficuo perchè caratterizzato da riflessioni sull’impegno futuro e nel quale si elabora la propria disponibilità, pertanto un tempo che va valorizzato. Questa è una teoria condivisibile e, come ogni sapere teorico, deve tener conto della realtà dei fatti dove, mi risulta, moltissime coppie, in quel tempo di attesa vivano tante emozioni sperimentando anche situazioni dolorose e di profonda solitudine. Si pensi all’ansia legata ai colloqui con gli operatori dei servizi pubblici, che spesso la coppia vive come valutazione. Un’ansia che forse dovrebbe ridursi pensando all’adozione come scelta e nello specifico come scelta in un contesto regolato, dove la società vuole essere sicura, per il supremo interesse del minore, delle reali motivazioni della coppia aspirante adottiva e delle sue capacità genitoriali. “È fuori di dubbio che…i servizi non devono essere inquisitori, ma accompagnatori in un percorso del ciclo vitale della coppia non semplice e non facile, perché è il tempo in cui si acquista consapevolezza piena della propria sterilità (spesso presente in uno dei due coniugi), e quindi di una mancanza che deve, proprio attraverso l’aiuto dei servizi, divenire “compresa” anche allo scopo di realizzare il progetto adottivo” (1). Si tratta, dunque, di un tempo di attesa ricco di riflessioni e di emozioni in cui la coppia ha bisogno di essere aiutata a prendere coscienza dei propri desideri e dei propri sentimenti, a riconoscere i propri limiti e a cercare le proprie risorse e potenzialità, a elaborare e superare insomma le problematiche esistenziali per giungere a una scelta adottiva consapevole e assicurare un nido accogliente al figlio del cuore. In questo senso l’adozione può essere concepita come l’incontro di due desideri, l’uno inconsapevole, quello del bambino, e l’altro consapevole, quello dei genitori, uniti dal fatto di aspirare a qualcosa che non si conosce, ma si sente come indispensabile. È necessario creare un ponte comunicativo tra i due desideri e, quindi, tra il bambino adottabile e la coppia che lo adotta. In tale prospettiva il counseling costituisce uno strumento capace di migliorare e favorire la nascita di una serena convivenza tra due mondi diversi e lontani, che poi grazie a quel ponte comunicativo, si incontreranno e cresceranno insieme. Questo, a mio parere, non solo è vero ma di fondamentale importanza per l’intero percorso adottivo, dove potremmo distinguere un prima, il momento in cui la coppia matura la decisione, l’incontro-nascita che genera cambiamento e un dopo, ossia quello che avviene quando il bambino entra a fare parte della famiglia. Ed è, pertanto, sin dall’inizio del percorso adottivo, ossia dalla fase di preparazione all’idoneità, che la coppia adottante dovrebbe essere informata sulla possibilità di compiere un percorso di counseling che, per esempio, nel su citato tempo di attesa potrebbe aiutare la coppia ad entrare in contatto con le proprie emozioni, sentimenti e vissuti sottostanti alla scelta adottiva, e a pensare al figlio…del cuore, a preparargli uno spazio mentale, ad accoglierlo nel proprio pensiero prima ancora di abbracciarlo. Rosalba De Mitri Sezione di Roma Anche quest’anno come Sezione di Roma ci siamo impegnati nella diffusione di una cultura incentrata sulla tutela dei bambini in quanto soggetti portatori di diritti che lo Stato deve tutelare. Abbiamo sostenuto questa impostazione sia a livello istituzionale, all’interno dei due tavoli regionali cui l’Anfaa partecipa: il Comitato Regionale per le adozioni nazionali ed internazionali e il Gruppo di lavoro sull’affido familiare, sia nelle attività quotidiane a contatto con tutte le persone che hanno manifestato interesse a riflettere insieme a noi sui temi dell’adozione e dell’affido. In particolare, oltre ai consueti incontri mensili aperti a tutti, anche quest’anno abbiamo realizzato il Corso di informazione per aspiranti genitori adottivi, strutturato in quattro giornate, e che ha visto la presenza, in qualità di relatori, di un Giudice Togato del Tribunale per i Minorenni di Roma, di un’Assistente sociale del GIL adozioni di un Municipio di Roma, di alcuni genitori adottivi e, infine, di figli adottivi adulti. Sezione di Trieste LE FAMIGLIE ADOTTIVE DI TRIESTE La sezione triestina dell’Anfaa organizza da molti anni incontri per coppie adottive. Fin dall’inizio gli incontri erano aperti: c’erano coppie che stavano facendo il percorso di idoneità con le operatrici dei Consultori Familiari, quelle in possesso del decreto che avevano conferito il mandato all’ente autorizzato, quelle in attesa del bambino dopo l’abbinamento, quelle con il bambino, quelle che avevano adottato già da anni e quelle che si accingevano a fare il passo della presentazione della domanda in Tribunale. Come si vede la grande maggioranza era (ed è) orientata verso l’adozione internazionale anche se la domanda (e disponibilità ad accogliere) veniva fatta anche per l’adozione nazionale. Avevamo cominciato le riunioni nella nostra sede sociale, un ex appartamentino in un sottoscala. È un po’ piccola, ma a quei tempi (vent’anni fa) ci stavamo. Ancora oggi qualche genitore ci dice: “Ti ricordi quando facevamo le riunioni in cucina?”. Le presenze erano di circa una ventina di persone. Quando abbiamo cominciato a stare stretti abbiamo ottenuto ospitalità presso una sala della Banca Etica di Trieste. Ci siamo stati sette anni, fino ad inizio 2010. Le presenze ora si sono attestate attorno le 80/100 unità. Ora siamo ospitati preso gli ampi (e rinnovati) spazi dell’ex Ospedale Psichiatrico. Da tempo collabora con noi il dott. Aldo Becce, psicologo. Lo schema degli incontri è passato dalla classica relazione su cui si discute assieme, al dialogo continuo che trae spunto dalla presentazione dei partecipanti e dalle esperienze che raccontano. È un modo di stare assieme che è molto gradito dalle coppie. Gli incontri non sono moltissimi: 6/7 all’anno. A questi ci sono da aggiungere due momenti di convivialità: vicino a Natale tutti in pizzeria figli compresi e la grigliata primaverile sul Carso triestino. Continuiamo a mantenere gli incontri aperti a tutti. È una modalità che è stata rafforzata dall’esperienza pluriennale. Abbiamo verificato sul campo che, ad esempio, riflettere sull’adolescenza è utile in prima battuta per le coppie direttamente coinvolte ma diventa un riferimento di prospettiva anche per le coppie con bambini piccoli che si possono così prefigurare il percorso di vita dei loro figli. Inoltre il tema dell’adolescenza sta spesso in relazione con la storia e le origini del bambino adottato. Riflettere sull’attesa del bambino o sul suo arrivo serve anche alle coppie veterane per pensare a come ogni giorno riaccogliamo i nostri figli. Qualche volta capita di incontrare persone che non frequentano più da anni i nostri incontri. “Vediamo che non partecipate più, anche se vi inviamo sempre gli inviti. Volete che cancelliamo il vostro nominativo dal nostro elenco?” “No, non veniamo ma siamo contenti di continuare ad essere informati delle vostre iniziative.” Questi nostri appuntamenti si integrano con l’attività svolta dai Consultori Familiari dell’Azienda Sanitaria. Essi si occupano dell’informazione di base, prima dell’analisi di coppia. Inoltre seguono le coppie, con incontri di gruppo, nella fase tra l’abbinamento e il primo anno di permanenza del bambino nella famiglia. Tra le coppie che frequentano gli incontri dell’Anfaa ci sono anche delle adozioni nazionali. E anche quelle coppie che spiazzano le operatrici dei Consultori Familiari: hanno già uno o più figli naturali e ora vogliono fare spazio ad un bambino (adozione nazionale o internazionale) che ha bisogno di una famiglia. Non sappiamo dove ci porteranno gli sviluppi futuri, noi continueremo ad impegnarci in questo cammino assieme alle famiglie adottive. Intanto sta per partire un’iniziativa congiunta Anfaa – Jonas rivolta alle coppie in attesa che hanno già l’idoneità. Saranno dei gruppi molto piccoli in cui sarà possibile preparare le coppie in maniera più mirata. Fabio Pillin - Anfaa Trieste
Note: (1) A tale proposito vorremmo riportare uno stralcio di una mail ricevuta da una persona che ha frequentato il nostro corso e ha poi continuato a partecipare ai nostri incontri: “Credo che le riunioni ANFAA siano tanto importanti perché aiutano ad “aprire la testa” su tanti punti. Ed è bello che sia un ambiente “libero”, perché in fondo credo che tutti condividiamo e partiamo da una comune esperienza di desiderio di genitorialità che nasce da una sofferenza (credo... più o meno grande per tutti). Credo che i “nostri figli” ovunque siano ...beneficieranno di queste ore insieme a voi. Grazie di cuore, anche a nome di mio marito”. Ecco, queste parole, insieme ai molti ringraziamenti che riceviamo dalle persone che partecipano ai nostri incontri, ci aiutano e ci confortano nell’andare avanti. E l’idea che il nostro riflettere, il nostro aprirci, il nostro condividere emozioni, sia qualcosa che, arricchendo ciascuno di noi, verrà restituito ai nostri bambini e beneficiato anche da loro, è il vero senso della nostra attività. Notiziario dalla sede nazionaleTtratto da Prospettive assistenziali n. 170-171 Positivo provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali a tutela della genitorialità e DELLA filiazione adottiva Il 18 marzo 2010 l’Anfaa ha scritto al Garante per la protezione dei dati personali chiedendo il suo autorevole intervento «a seguito delle allarmate segnalazioni pervenute a questa Associazione da figli e genitori adottivi a seguito della partecipazione di genitori d’origine di adottati alla trasmissione televisiva “Festa italiana”, in onda su Rai Uno dalle ore 14 alle ore 16, nella sezione “ti cerco”. Essi ricercano, a distanza anche di anni, citando nomi e circostanze precise (data e luogo di nascita, caratteristiche fisiche, ecc.) quelli che sono diventati, attraverso l’adozione, figli legittimi dei genitori scelti per loro dal Tribunale per i minorenni a seguito di un procedimento che ne ha accertato lo stato di adottabilità. «La ricerca riguarda sovente adottati che hanno subito, anche per anni, deprivazioni, abusi e maltrattamenti, che li hanno anche profondamente segnati e che solo attraverso le amorevoli e continue cure dei genitori adottivi sono riusciti a superare, ma che hanno lasciato in loro cicatrici non cancellabili. Ovviamente di tutto questo non si parla nella trasmissione, gli appelli lanciati da quanti intervengono in trasmissione presentano la “loro” versione dei fatti (che vede sovente presentati come “colpevoli” dell’adozione gli operatori ed i giudici minorili). «la conduttrice invita a segnalare notizie utili al loro rintraccio ad un numero verde, riportato in sovraimpressione sullo schermo. Per raggiungere lo scopo la redazione ci risulta ricorra anche a metodi discutibili». Nella lettera l’Anfaa, dopo aver ricordato i metodi decisamente inaccettabili talvolta adottati dalla redazione della trasmissione (1), richiamava anche l’esposto dell’avv. Francesca Ichino Pellizzi, relativo ad un appello lanciato dalla genitrice durante la trasmissione del 10 marzo 2010, alla ricerca, dopo tanti anni, della figlia. Sulla stessa vicenda ha inviato un esposto al Garante anche il Presidente del Tribunale per i minorenni di Genova Adriano Sansa. Ritenendo che in questi casi fossero state violate le disposizioni previste dall’articolo 73 della legge n. 184/1983 oltre a quelle relative alla privacy l’Anfaa chiedeva l’intervento del Garante per far cessare questi appelli, che stavano creando gravissime preoccupazioni ed angoscia nei destinatari e nei loro genitori. L’Anfaa ha nuovamente segnalato il 2 aprile 2010 al Garante che «in altre due puntate è stata reiterata l’illecita pratica di rintraccio di persone che grazie all’istituzione dell’adozione, da minorenni sono stati collocati in una famiglia e hanno avuto un papà ed una mamma che si sono presi cura di loro e di cui sono diventati figli a tutti gli effetti. Nella puntata del 30 marzo 2010 è stato presentato il caso di una ragazza che cercava il fratello biologico collocato in adozione all’età di sei mesi; contestualmente, secondo la modalità già segnalata, in sovrimpressione scorreva un appello in cui si invitava chiunque avesse informazioni utili a mettersi in contatto con la redazione del programma tramite il numero verde indicato. La medesima circostanza si è verificata nella puntata del 1° aprile; una donna adottata in ricerca della sorella minore a sua volta adottata da un’altra famiglia ha addirittura fornito data e luogo di nascita e l’indicazione della regione di provenienza della famiglia adottiva. In questa puntata, oltre al solito appello nei sottotitoli, è stato anche mandato in onda un filmato con le immagini della minore risalenti al periodo precedente l’inserimento in famiglia adottiva». In data 8 aprile 2010 il Garante per la protezione dei dati personali ha emesso un importante provvedimento in cui, dopo aver riassunto i fatti sopra esposti, ha preso atto degli impegni assunti dalla Rai di « non diffondere ulteriormente la puntata di “Festa italiana” del 10 marzo nella parte relativa alle vicende adottive in essa trattate» e di bloccare temporaneamente «ogni ulteriore trattamento – compresa l’eventuale diffusione on line – delle informazioni relative alle vicende adottive trattate nelle puntate del 30 marzo e 1° aprile 2010 della trasmissione». Ha quindi raccomandato «a Rai S.p.a. – considerata la già evidenziata delicatezza dei profili coinvolti da vicende quali quelle rappresentate nelle segnalazioni – di prestare particolare attenzione al rispetto delle (...) disposizioni in materia di adozione e, in particolare, di astenersi dal diffondere, in relazione a storie di genitori biologici e figli adottivi, i nomi veri, le reali date di nascita, immagini e altre informazioni idonee a permettere l’identificazione delle persone oggetto di eventuale ricerca, in contrasto con le garanzie di cui agli artt. 27 e 28 della (...) legge 4 maggio 1983, n. 184». In data 6 maggio 2010, rilevato che, successivamente all’adozione del provvedimento di blocco e in pendenza dell’istruttoria, nella puntata di “Festa italiana” del 13 aprile sono stati trattati nuovamente dati personali attinenti alla vicenda adottiva raccontata nel corso della puntata del 30 marzo, essendo stato documentato il ritrovamento della persona cercata e l’incontro tra quest’ultima e la sorella e la madre biologica che lo cercavano, il Garante ha emesso un ulteriore provvedimento che riprende in fatto ed in diritto l’intera vicenda, e, rispetto al precedente, «dispone di avviare un autonomo procedimento in relazione alle conseguenze previste dall’articolo 162, comma 2 ter del Codice in materia di protezione dei dati personali (decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196) per l’inosservanza del provvedimento del Garante dell’8 aprile 2010, nonché di segnalare il caso all’autorità giudiziaria per le valutazioni di competenza alla luce di quanto previsto dall’articolo 170 del Codice citato». L’Anfaa ringrazia sentitamente il Garante perché questo provvedimento rappresenta un sicuro riferimento per la tutela della privacy delle famiglie adottive e delle relazioni affettive ed educative che, attraverso l’adozione, si costruiscono fra genitori e figli. Si segnala inoltre che è stato presentato dall’Anfaa il 22 marzo 2010 un esposto al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, affinché verifichi «se nelle condotte poste in essere dai responsabili della trasmissione televisiva “Festa italiana” non siano ravvisabili estremi penali perseguibili dal reato previsto e punito dall’articolo 73 della legge 4 maggio 1983 n. 184, così come modificato dell’articolo 36 della legge 28 marzo 2001 n. 149». DUE LETTERE SULL’INFORMAZIONE AL FIGLIO ADOTTIVO E SULL’IDENTITÀ DEI GENITORI BIOLOGICI Riportiamo la lettera pubblicata su Facebook l’8 giugno 2010 spedita dal signor G. B. (con il quale gradiremmo incontrarci) alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati e la replica, della signora I. T., genitore adottivo da noi conosciuto, inviata il 23 giugno 2010 all’On. Giulia Buongiorno, Presidente della succitata Commissione. Al riguardo l’Anfaa rileva che se i genitori adottivi non sono intimamente convinti di essere il vero padre e la vera madre del figlio adottivo, è ben difficile che questi possa elaborare la propria condizione ed accettare di essere nato da altre persone, che non sono diventate i suoi genitori. Nonostante le leggi 431/1967 e 184/1983 abbiano dato un salutare scossone alla ormai obsoleta cultura incentrata sulla filiazione quale atto preminentemente biologico, moltissimo resta ancora da fare per ottenere il riconoscimento che l’adozione di un bambino è equiparabile all’innesto di un pesco su un susino o su un mandorlo. I frutti, belli o brutti, buoni o cattivi, sono sempre e solo pesche, allo stesso modo di quel che avviene quando le radici sono di pesco. Non si tratta di una concezione nuova. Già Fedro e S. Giovanni Crisostomo, ad esempio, mettevano in evidenza secoli fa l’apporto determinante della relazione affettiva-formativa fra genitori (biologici o adottivi) ed i propri figli. L’adozione dei minori in situazione di privazione di cure materiali e morali da parte dei genitori va, pertanto, considerata una seconda nascita che non annulla la prima, ma non ne conserva alcun legame giuridico. Come abbiamo visto, i frutti non sono più susine o mandorle, ma sempre e solo pesche. Non si tratta, inoltre, di cancellare i ricordi relativi alla loro storia personale. Occorre, invece, aiutare questi minori, soprattutto se adottati grandicelli, a rimarginare le ferite subite, quasi sempre assai gravi. Lettera del signor G. B. Sono un genitore adottivo di una ragazza che ora ha diciannove anni. Desidero portare all’attenzione della Commissione una mia testimonianza di vita, che spero possa integrare le relazioni già presenti relative all’esame delle tre proposte di legge degli onorevoli Paniz, Bossa e Zinzi riguardanti il diritto dell’adottato di conoscere le proprie origini biologiche. Mia figlia non è stata riconosciuta alla nascita dalla sua madre naturale: questo ha significato per lei essere “troncata”, nella sua storia familiare, nelle parti più intime della sua stessa essenza. L’attuale legge in merito, difatti, permette all’adottato di ottenere informazioni sulla famiglia di origine, con esclusione, appunto, dei ragazzi come la mia bambina. Non intendo tediare la commissione con la cronistoria del disagio e della sofferenza cui ho quotidianamente assistito da parte della mia cara bambina, ma garantisco e testimonio personalmente che è devastante l’idea per qualsiasi soggetto di non essere stati desiderati. Nel caso di mia figlia ciò si è tramutato in un disagio ed una insicurezza di fondo contro cui ancora lei sta lottando e contro cui né io, né nessuno possiamo fare granché: è dentro il suo povero, piccolo cuore. Non si parla qui di “obbligare” al ripensamento colei che a suo tempo per motivi sicuramente validi non ha voluto o potuto riconoscere il suo figlio naturale. Si parla di “dare una possibilità”, una “seconda chance” alla madre ed al figlio, se entrambi e solo se entrambi sono consenzienti in merito, di potere rimediare al tempo perduto. Vivendo il problema, in rete ho avvicinato alcuni siti, in particolare su Facebook di figli non riconosciuti al momento della nascita e, senza temere di cadere in pietismi fuori luogo, ho sentito empaticamente da parte loro tanto dolore, tanta disperazione, tantissimo desiderio. Signori Deputati, ascoltate la voce del cuore: fate qualcosa perché queste persone abbiano non l’obbligo, ma la possibilità di riconciliarsi con il loro passato se, e ripeto, solo se entrambe le parti sono consenzienti ad una riconciliazione. Riconciliazione che non toglierebbe nulla a nessuno. Io sono un genitore adottivo, ma se la mia cara bambina potesse riabbracciare la sua mamma biologica, né io, né mia moglie ci sentiremmo scippati anche di un solo grammo dell’affetto di nostra figlia. Senza contare che come ci sono tanti ragazzi che desiderano rivedere i loro genitori, ci sono sicuramente tante madri che hanno ripensato il gesto a suo tempo fatto: a tutti è giusto dare una seconda possibilità, a tutti dovrebbe essere consentito di rimediare ad un gesto che si è interiormente maturato come un errore. Replica della signora I. T. Gentile Onorevole, sono una mamma adottiva e sono venuta a conoscenza della lettera che un altro genitore adottivo ha rivolto alla Sua attenzione, in quanto ampiamente pubblicizzata su Facebook dal Comitato per il diritto alla conoscenza delle origini biologiche. Lo stesso genitore adottivo, sempre sul social network, afferma di voler sentire le ragioni di chi la pensa diversamente, definendo tale pensiero una “assurda posizione” e ricordando che «all’atto dell’adozione noi abbiamo giurato e spergiurato di fronte a medici, psicologi, assistenti sociali che avremmo pensato solo ed unicamente alla serenità del bambino». Vorrei pertanto esporre anche a Lei il mio punto di vista, pregandola di portarlo a conoscenza degli Onorevoli componenti della Commissione. In realtà, la mia “assurda posizione”, come definita da chi la pensa in maniera diversa, deriva proprio ed esattamente da quel principio che è stato premurosamente ricordato, ovvero che l’interesse primario da tutelare è quello del bambino. Sicuramente Lei saprà che nel 2007 su 1.344 minori adottabili in Italia, 641 erano quelli non riconosciuti alla nascita. Il 48%, quasi la metà. Nel 2006 erano stati 501 su 1.251 (40%), nel 2005 erano stati 429 su 1.168 (37%) mentre nel 2004 furono 410 su 1.064 (39%). Questi dati, che sono purtroppo anche gli ultimi disponibili, sono pubblicati sul 2° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia. E questo significa che la garanzia della segretezza del parto è stata la condizione che ha consentito anno dopo anno a centinaia di bambini non riconosciuti di nascere e di essere accolti dopo pochi giorni da famiglie che li hanno adottati rendendoli loro figli legittimi a tutti gli effetti. Io credo che la garanzia alla segretezza del parto e il diritto all’anonimato costituiscano, questi sì, una conquista civile non negoziabile e che non possano essere oggetto di addomesticamenti legislativi, in quanto sono normative ispirate all’esigenza di difendere la vita e la salute sia dei nascituri che delle gestanti. Solo la garanzia di un parto veramente anonimo può indurre una donna a rivolgersi ad una struttura pubblica per portare a termine una gravidanza indesiderata evitando soluzioni più drammatiche sia per sé che per il bambino. Se si consentisse il futuro rintraccio della donna che non ha riconosciuto il proprio nato per accertare se è disponibile a rimettere in discussione la sua precedente decisione, che anonimato sarebbe? Quante donne continuerebbero a fare questa scelta? Quanti bambini continuerebbero a nascere? Per quanto riguarda invece il supporto che noi genitori dovremmo dare ai nostri figli, credo che più che sostenere rintracci di chi molto probabilmente non vuole farsi rintracciare, sia nostro preciso dovere informarli tempestivamente ed adeguatamente sulla loro situazione adottiva e sulla loro storia personale. E questo lo credo non perché lo stabilisce, giustamente, la legge, ma semplicemente perché io mi sento appieno la madre dei miei figli, e non ho niente da nascondere, e non mi sento deprivata dal fatto di non averli portati nella mia pancia. Perché solo questa è la differenza. Da dove sono venuti. Non dalla mia pancia, ma da un’altra. Tutto qui. Ma dal primo momento in cui li ho visti, addirittura dalla prima foto che ho ricevuto a seguito dell’abbinamento, io li ho sentiti completamente miei. Nei loro occhi ho visto i miei, nel loro bisogno d’amore ho visto il mio desiderio di amarli. E questo sentimento è cresciuto, e cresce, giorno dopo giorno, con un’intensità che non avrei mai potuto immaginare prima, e con una pienezza di vita che è difficile da rendere in due parole, ma che mi ha donato una gioia che nessuno potrà mai portarmi via. E questo lo dico perché mi sembra che chi si stupisce di una posizione come la mia, pensi che noi genitori adottivi abbiamo paura di perdere qualcosa per il fatto che i nostri figli, ormai adulti, possano rintracciare o riallacciare legami con le persone che li hanno generati. Niente di più sbagliato. Cosa potrebbero togliermi da grandi? La gioia di averli amati? Assolutamente no. E poi sarebbe come essere gelosa delle persone che, da adulti, incontreranno, e con cui instaureranno rapporti fondamentali per la loro vita. Questa sì che sarebbe un’assurdità. Ma così non è. E lo dico davvero in maniera disinteressata, perché la mia è stata un’adozione internazionale, per cui i miei figli, peraltro adottati già in età scolare, potranno, secondo la legge attuale, se lo vorranno e raggiunti i 25 anni, accedere alle informazioni che riguardano lo loro origine e l’identità dei genitori biologici, che peraltro ricordano. Le autorità del loro Paese hanno verificato e dichiarato il loro stato di adottabilità e la loro adozione da parte nostra, dando ai nostri figli la famiglia cui avevano diritto e che non potevano avere nel loro Paese: questa è la verità mai negata loro e con cui si stanno già confrontando. Perché allora non dare anche alle persone non riconosciute alla nascita questa stessa possibilità? L’ho detto all’inizio: perché la loro esistenza è dovuta proprio al non riconoscimento, e perché per soddisfare un bisogno di persone adulte si metterebbe a rischio la nascita in sicurezza di tanti bambini. Ciò non significa negare o sottovalutare la sofferenza profonda di alcune persone. Leggo quello che scrivono, seguo la loro battaglia, con molti siamo “amici di Facebook”, il che significa che posso vedere i pensieri che vogliono condividere. E posso assicurare di avere immenso rispetto per il loro dolore, ma volerlo sanare pensando unicamente a se stessi e non prendendo in considerazione che così facendo negheranno una possibilità di vita a tanti altri bambini, non mi sembra un approccio condivisibile. E non capisco perché noi dovremmo sostenerlo, e pure con tanto orgoglio, come fa il genitore adottivo che mi ha spinto a scrivere questa lettera. Tra l’altro, e per finire, io non riesco a condividere l’idea che sta alla base di un certo modo di pensare, che ha portato alle richieste di modifica dell’art. 28 della legge 4 maggio 1983, n. 184, ultimamente alimentato anche da trasmissioni che puntano solo a fare audience non considerando il ruolo di servizio pubblico che invece dovrebbero svolgere, e secondo il quale il cosiddetto “legame di sangue” debba sempre prevalere, sia cioè dotato di uno status superiore rispetto ai legami affettivi. Dal mio punto di vista è esattamente il contrario: il legame vero, fondante la personalità, è quello affettivo, quello che si è vissuto quotidianamente, giorno per giorno, e grazie al quale genitori e figli, insieme, sono diventati, passo dopo passo, le persone che sono ora, in un rapporto di crescita reciproca. Fuorviante concezione dell’adozione sponsorizzata dall’Associazione Amici dei bambini Pubblichiamo la lettera aperta inviata l’8 maggio 2010 da Graziella Tagliani al Presidente dell’Associazione Amici dei bambini. Sono una figlia adottiva adulta che, navigando su Internet, ha avuto l’occasione di vedere lo spot realizzato dall’Associazione Amici dei bambini in collaborazione con la Sterpaia, Bottega dell’Arte della Comunicazione diretta da Oliviero Toscani, per promuovere “La Giornata del figlio” che si terrà il 23 maggio p.v. Pur apprezzando l’iniziativa di voler dedicare una giornata alle problematiche legate all’abbandono dei minori e al loro diritto di essere accolti all’interno di una famiglia adottiva, unitamente alla felice scelta di sponsorizzare l’iniziativa attraverso le parole dei giovani “protagonisti”, contesto il contenuto dello spot nella parte in cui si dà particolare rilievo al “legame di sangue”, attribuendo l’aggettivo “vero” alla famiglia d’origine. Uno dei ragazzini intervistati dichiara infatti: «Se potrei rivedere la mia vera famiglia sarei sempre felice (…) perché posso vedere da chi sono nato e chi è mia madre veramente». Stupisce che, ai giorni nostri, si dia ancora tutta questa importanza alla relazione biologica, dimenticando che i veri genitori sono quelli che, con amorevole dedizione, ti curano, ti seguono e ti amano giorno per giorno. Come ormai dimostrato, anche scientificamente, è nel quotidiano esplicitarsi di questo rapporto d’amore, che si definisce la personalità di ciascuno di noi, indipendentemente dal patrimonio genetico di cui siamo portatori. L’utilizzo superficiale del linguaggio in questa materia rischia di delegittimare la famiglia adottiva, disconoscendo l’importanza e la preminenza dei legami affettivi ed educativi rispetto a quelli biologici “culturalmente” preferiti; ed in tal modo si finisce con il deresponsabilizzare gli stessi soggetti coinvolti nell’adozione (genitori biologici in primis), con grave pregiudizio per il minore. Spero che questo appello al rigore nella scelta delle parole non cada nel vuoto, ma induca alla riflessione coloro che, nel campo della comunicazione, giocano un ruolo determinante nella diffusione della cultura. Resto a disposizione per un confronto sul tema e cordialmente saluto.
(1) Vedasi al riguardo il “Notiziario Anfaa” pubblicato sul n. 166/1999 di Prospettive assistenziali. |
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