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L'ADOZIONE E L'AFFIDAMENTO RACCONTATE A SCUOLAIl ruolo dell’insegnante e l’importanza della relazione educativa Emilia De Rienzo, insegnante e scrittrice
Luogo della cura, Luogo della vita E’ molto probabile che i figli adottivi soprattutto se adottati già grandicelli siano bambini che arrivano provati, con una storia alle spalle che in qualche modo li ha segnati. Non sappiamo però come reagiranno, come si presenteranno a noi, quali problemi manifesteranno. Certamente l’inserimento nella famiglia e poi nella scuola va seguita con attenzione, ma non con apprensione. I bambini hanno prima di tutto bisogno della nostra serenità, del nostro ottimismo, devono sentirci vicini, attenti, ma fiduciosi. Alcuni bambini adottivi, soprattutto se hanno un passato difficile possono incontrare difficoltà di apprendimento che molto spesso hanno la loro origine in quella che Bowlby definisce la "fatica di pensare". C’è in questi bambini¯ la fatica di vivere il presente e di tenere a bada il passato, ¯ di inserirsi in un contesto completamente nuovo, ¯ il desiderio e il timore di allacciare legami, ¯ la paura di non essere accettato e amato, ¯ l’elaborare l’appartenenza a quella che diventerà la sua famiglia costituirà per lui una grossa fatica. Anche i bambini affidati possono avere una storia difficile, aver subito traumi più o meno profondi che li hanno segnati. Sono bambini insicuri, che possono manifestare il proprio disagio sotto varie forme. Il più delle volte non riescono a stabilire rapporti soddisfacenti con il mondo esterno, rischiano di essere esclusi dal gruppo dei pari, faticano ad avere amici. Spesso faticano nell’apprendimento…. Ed è proprio questa la funzione della famiglia affidataria: fornire ai bambini un appoggio a cui potersi aggrappare, ridare loro la speranza in un riscatto, la voglia di desiderare. Non avere desideri, vuol dire non avere più punti di riferimento e quindi smarrirsi. Nella famiglia affidataria essi possono trovare pian piano quella sicurezza, quel senso di appartenenza di cui tanto hanno bisogno. E’ un ricerca lunga, faticosa e che a volte trova momenti di pace per lasciar subito dopo posto di nuovo alla paura della perdita. Sono bambini affettivamente “nomadi”, alla ricerca continua di spazi affettivi, la loro casa interiore sembra non avere radici salde. Sono bambini da inseguire perché spesso sembrano sfuggirci, si avvicinano e si allontanano, fiducioso e diffidenti allo stesso tempo e questo può dare un senso di insicurezza anche a chi li segue. Ma la famiglia non basta: anche la scuola deve fare la sua parte. La scuola deve essere una comunità accetti il bambino con tutta la loro storia perché possa accettarla anche lui, che accetti la sua diversità e ne faccia tesoro. Forse quindi la mente in chi ha avuto un passato difficile non riuscirà a trovare spazio per le richieste che le verranno dalla scuola se queste non verranno dosate, se anche nella scuola non ci sarà una figura che sia per lui un riferimento. Non per questo però bisognerà pensare che non ce la può fare, che sia un bambino segnato per sempre. L’esperienza ci ha invece insegnato che i bambini hanno grandi risorse, risorse insperate che aspettano solo di essere attivate. Più gli si offrirà occasioni, più gli arriveranno segnali che si comprende la sua fatica e che si è lì per cercare insieme a lui una strada, che si è disposti ad accompagnarlo passo per passo per poi pian piano lasciarlo andare, più vedremo un bambino nascere un’altra volta senza cancellare il suo passato. Bisogna aiutarlo a capire che apprendere è un'esperienza positiva, e per questo è importante aiutarlo nei suoi momenti di scoraggiamento con la comprensione, se stimolarlo a superare le difficoltà passo per passo. Non deve, invece,sentire l'adulto impaurito o arrabbiato di fronte ai suoi insuccessi, ma deve, invece, percepire la sua fiducia in lui per quello che lui è in grado di dare in quel momento. Un insegnante attento ai modi e ai ritmi di apprendimento e non solo al risultato, al processo e non solo al prodotto, fa sentire agli allievi che la sua stima per loro non dipende esclusivamente dai risultati scolastici. Frasi come «Vedrai che pian piano insieme ce la facciamo» o «Dimmi qual è secondo te il problema per cui non riesci...» a volte possono più di tanti strumenti didattici… A volte nel colloquio con loro, sono essi stessi che, anche inconsapevolmente, possono darci delle indicazioni utili per affrontare le loro difficoltà. Ogni lacuna nella conoscenza deve diventare una sfida. Lo stimolo sta nella lacuna – dice Winnicot – Le risposte una volta trovate inducono solo a porsi nuovi quesiti. E' un atteggiamento questo, etico che non si fonda sulla presunzione di sapere già tutto, ma accetta di ricercare nell'esperienza di incontro e di dialogo con l'altro la verità sull'altro e su se stessi. L’insegnante dovrà conoscer il bambino. Si può quindi capire il bambino, quando si impara a conoscerne la storia. La conoscenza, però, della storia di un bambino, però, non è semplicemente una raccolta di dati anamnestici, un accumulo di notizie che ci dà solo l’illusione di sapere già tutto di lui e che soprattutto a volte ci porta a catalogarlo fin dal primo approccio in una casella piuttosto che in un’altra. Si individua, spesso, nella diversità l’origine di ogni problema e facilmente si smette di interrogarsi, si chiude il discorso invece di aprirlo. Questo vuol dire che si attua una chiusura. E’ come se l’insegnante a quel punto ritenesse di aver poco da fare. Quante volte si dice “ma se non c’è la famiglia…” “Se ci sono problemi così grossi a monte…” come se la nostra funzione specifica non esistesse, come se noi non potessimo in qualche modo contribuire alla crescita e alla maturazione di quel bambino, di quel determinato bambino a prescindere dai suoi livelli di partenza. La conoscenza avviene nella relazione quotidiana, in un colloquio costante e attento, direi instancabile. La conoscenza avviene anche e soprattutto nell’ascolto. Quando si parla di ascolto, è meglio precisarlo subito, non si parla tanto di ascoltare discorsi razionali, ma quello che di più profondo si muove dentro un bambino Dice Simone Weil che il pensiero della sofferenza non è discorsivo, non si costituisce in unità logiche e rigorose di significato. Il comportamento è anche esso un linguaggio (quando un bambino è per esempio aggressivo, svogliato, disattento, quando si sente inadeguato… sta raccontando qualcosa di sé). Conoscere la storia di un bambino significa capire quali segni questa storia ha lasciato in lui. Tutti i bambini vorrebbero potersi raccontare, renderci partecipi di quello che provano e di quello che sentono, non solo di quello che sanno, ma il più delle volte non lo fa. Il farlo presuppone di vivere in un ambiente accogliente. Si parla molto nelle scuole di “fare accoglienza”, ma bisognerebbe parlare di “essere accoglienti”. Il verbo “accogliere” deriva dal latino Ad-colligere che è ad un tempo “andare verso” e “un ricevere in sé”. Tenere insieme intelligenza ed affetto (l’intelligenza del cuore come la chiama Maria Zambrano o avere un cuore intelligente come diceva Flaubert) è la sfida che ogni insegnante dovrebbe continuamente aprire con se stesso. E' l'atteggiamento di dialogo con l'altro, con quello che può venire dall'altro come esperienza sempre individuale, che deve essere valorizzato nella relazione educativa. Solo se le emozioni e i sentimenti degli allievi sono accolti e riconosciuti come aspetti strettamente legati all'esperienza e non come ostacolo o disturbo allo svolgimento del programma, 1. il bambino può trovare la forza di raccontarsi, 2. di appropriarsi della propria storia, anche se a volte dolorosa, 3. come un valore e non come un motivo di esclusione da tutti gli altri, può imparare a costruire quello che lo psicoanalista Soulè chiama il "suo romanzo familiare". Ogni bambino potrà trovare una spiegazione alla sua storia personale solo se capirà che la sua storia è compresa, accettata e non si sentirà aggredito da domande e commenti. Non è la domanda a essere pericolosa, ma l’aggressione che si nasconde dietro la domanda. Lo spazio che il bambino deve percepire deve essere quindi uno spazio psicologico, più che fisico e temporale, che sappia rendere consapevole il bambino che si è disposti ad ascoltarlo, ma soprattutto ad accettarlo e a valorizzarlo. Ciò che è fondamentale è lavorare per creare un buon clima di classe fatto di gesti, atti e comportamenti non solo di parole come prerequisito per cui ogni allievo si possa collocare al di là dei suoi problemi, della sua storia, della sua situazione famigliare. Bisogna insegnare ai ragazzi a mettersi in ascolto Per ascoltare si deve prima di tutto fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all’altro. Tutti dobbiamo essere ben consapevoli che dentro di noi esistono pregiudizi, dobbiamo imparare ad uscire dalle generalizzazioni e dalle schematizzazioni . Non bisogna aver fretta di capire, né di essere capito. Ascoltare è conoscere la pazienza, la lentezza, imparare a convivere anche col silenzio che è esso stesso linguaggio e come tale può esprimere diversi significati. Karl Jaspers formulava la distinzione tra il 'capire che vuole spiegare, che cerca le cause di un comportamento, osservando l’altro a distanza e il 'capire che vuole comprendere: cioè assume l'altro in sé immedesimandovisi, cercando di "sentire per accordo" (Cargnello, 1977, 193). Comprendere evidenzia una atteggiamento di partecipazione empatica, un colloquio che nasce nello spazio privilegiato dell'intersoggettività, dello scambio, per cui l’adulto non è più il soggetto che agisce bensì è il chi si rende compartecipe di un processo di sviluppo individuale" (Jung, 1935,12). ( es. Comportamento Sara). Nessuno dovrebbe mai sentirsi solo. La solitudine dice Jung: “è sperimentata proprio come percezione dell’impossibilità di comunicare i propri vissuti e i propri più intimi pensieri” Così ha raccontato la solitudine un mio allievoIo Che vago nel buio In una foresta Senza un'anima via Maestri, compagni, genitori, devono imparare a costruire una rete in cui ogni bambino si senta agganciato all’altro e l’insegnante è colui che aiuta a costruire le maglie. La cosa che, infatti, chiedono tutti i bambini con più insistenza e che più difficilmente sanno poi loro stessi realizzare è di essere accettati dai compagni.· I bambini, oggi, sembrano più adulti, perché hanno i desideri dei grandi, · ma in realtà sono sempre più immaturi affettivamente, · sempre meno sanno decifrare le loro emozioni, · sanno parlare dei loro sentimenti e delle loro paure · perché sempre meno trovano spazi e situazioni in cui poterlo fare. Tra di loro non sono abituati ad ascoltarsi, a soccorrersi. Si giudicano per come vestono, per come riescono nei giochi, ma non si conoscono veramente tutti chiusi come sono nel loro mondo. Hanno difficoltà a esprimere i propri sentimenti ad avere rapporti interpersonali. Tuttavia amano il gruppo e dal gruppo vogliono sentirsi accettati a tutti i costi, ma difficilmente da soli sanno creare un gruppo che accolga e sappia rispettare anche i più deboli. L’aggredire l'altro è normale, prenderlo in giro, insultarlo è solo uno “scherzo” e non si ha coscienza di far del male. Non sanno dare risposte del loro comportamento, non sanno cosa “vuol dire essere responsabili”. Non sanno ribellarsi all’ingiustizia. E’ compito di noi adulti· far comprendere la differenza tra scherzo e offesa, · tra divertimento e aggressione dell'altro, · far notare che ciò che noi soffriamo è sofferenza anche nell'altro, · che la sensibilità può essere diversa · che qualcuno può essere più vulnerabile di un altro Starebbe a noi parlare di sentimenti, di emozioni, ma forse anche noi abbiamo perso questi valori, forse anche noi non ne siamo più capaci. Sta a noi educarli a “dare risposte”, a essere responsabili dei loro comportamenti non per “punirli”, ma · per far loro prendere coscienza di quanto ogni piccolo gesto può far del bene o del male. · Per renderli partecipi della vita degli altri, · per aiutarli a sentirsi “individui” tra altri”individui” · e non parte di un gruppo in cui comanda chi alza più la voce per farsi sentire. E’ un lavoro lungo, continuo, attento, un lavoro soprattutto quotidiano. Troppo spesso liquidiamo questi comportamenti con un “sono solo ragazzate” o “una sospensione”, due estremi che nulla hanno a che fare con il lavoro di educazione alla responsabilità e all’affettività, a conoscere come l’ha definito U. Galimberti “l’alfabeto emotivo”. Troppo spesso siamo attenti a non rimanere indietro al programma e non a quello che succede intorno a noi. Qualsiasi bambino desidera comunicare, entrare in relazione e soffre se non riesce a farsi comprendere. Ha bisogno di imparare a comunicare, ha bisogno di scoprire quella che la Dolto chiama la “comunicazione umanizzata”, quella comunciazione che sappia raggiungere il cuore, un linguaggio attento, paziente, affettuoso. E’ questo il lavoro che “sensibilizza” che ci mette in gioco tutti, ci esercita ad entrare nel territorio dell’altro, a non rimanere arroccati nel nostro. In questo contesto i bambini imparano a raccontarsi e raccontandosi ad accettarsi, a imparare dalla storia degli altri, a cercare di comprenderla. Dice la Arendt: La storia – dice la Arendt – rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi. Intollerabile non è una vita che è sempre stata un “no” ma una vita che risulta insignificante”, una vita che non interessa nessuno. Perché quindi la storia, la nostra storia abbia un significato abbiamo bisogno del riconoscimento dell’altro, abbiamo bisogno che l’altro si interessi a noi solo perché figlio adottivo, ma a noi come persona, come individuo. Allora “Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia” in un clima di ascolto e di attenzione. Tutti i bambini prima di tutto vogliono sentire di entrare in un luogo dove tutti dovrebbero Ogni storia è la storia dell’individuo nella sua unicità e insostituibilità, ed ogni storia ha dentro di sé qualcosa che rende più ricchi anche gli altri. Bisogna allora combattere la classificazione che, se può essere utile in certi casi, è pericolosa nel trattare l’individuo singolo. E’ inimmaginabile lo stato di frustrazione derivante dall'essere inchiodati a una definizione che distorce e mutila la propria complessità psichica. “Il pericolo è quell'essere 'denominati', come afferma Binswanger, cioè etichettati e cristallizzati in una forma che tradisce sempre la nostra ricchezza interiore. Al contrario, la forza e la verità dell'individuo albergano nel fatto che nessuno può mai distruggere la sua unicità. Settorializzare la visione del bambino vuol dire veder spesso le difficoltà come insormontabili, ci impedisce di vederlo nella sua vera luce, nella sua specificità psicologica e coglierne quindi le potenzialità. “ La nostra pochezza è tale che riusciamo a cogliere dell’altro, molto più spesso il limite, la negatività, la debolezza del tratto ‘negativo’, piuttosto che gli aspetti più luminosi.” MA QUESTO COINVOLGE TUTTI I BAMBINI. Ci mette tutti in gioco contro i nostri pregiudizi, ci chiama ad essere attivi per costruire una scuola per tutti, dove tutti possano essere accolti. Una scuola ¯ che sappia vedere nelle persone individui, ¯ che riconosca “la molteplicità”: ¯ che sappia capire che ogni individuo si può esprimere in diversi modi ¯ e questo riconoscimento “ ¯ non dovrebbe riguardare solo le persone che hanno problemi, ma anche quelle che si considerano “normali”, affinché possano finalmente disfarsi, con loro grande sollievo, della terribile e dolorosa etichetta di ‘normale’, per poter assumere e abitare le molteplici dimensioni della fragilità (…) Infatti è proprio là dove nessuno guarda, in quel ‘niente da segnalare’ della norma che una serie di esseri umani vivono nella paura permanente di ‘dover essere forti’, ‘all’altezza’’” recidendo “ogni legame con le dimensioni della propria fragilità e complessità” Bisogna credere nel riscatto del bambino, uscire dall’idea del bambino idealizzato, del figlio pensato, dell’alunno modello, per entrare in rapporto con il bambino reale, con le sue difficoltà, i suoi limiti e le sue potenzialità. Non si deve plasmare, ma aiutarlo a trovare la sua strada, educare, non solo istruire. “Non ci si può basare su quello che manca in un certo bambino, su quello che in lui non si manifesta, ma bisogna avere un’idea di quello che possiede, di quello che è” così dice Vygotskj, ma questo può essere possibile solo se avere delle difficoltà non significa essere isolati dal contesto sociale. Aiutare i bambini a scoprire le proprie potenzialità: Fare questo vuol dire aprirli alla speranza e la speranza è apertura al “possibile”, la speranza attiva, mette in movimento, il tempo che abbiamo davanti si apre alla realizzazione dei progetti che costruiamo forgiandoli sulla nostra persona e non modellandoli su stampi già precostituiti e come tali mai raggiungibili. “Sperare, infatti, non significa – dice Galimberti – solo guardare avanti con ottimismo, ma soprattutto guardare indietro per vedere come è possibile configurare quel passato che ci abita, per giocarlo in possibilità a venire” . Perché il bambino non si trovi quindi solo ad affrontare la sua diversità bisogna che Uno dei punti fondamentali da affrontare e che molto spesso è un aspetto critico è proprio il rapporto genitori-insegnanti. Quello che oggi sembra dominare è un gioco di reciproche diffidenze e paure. Un circolo vizioso che bisogna interrompere per costruire un’alleanza solidale nell’interesse del bambino e della sua crescita. Non è un punto di partenza, ma un percorso che bisogna fare con fiducia e costanza e che si costruisce con un dialogo continuo e assiduo. I genitori devono accompagnare quindi i bambini nei loro primi passi nella scuola, stando loro vicini a casa, aiutandoli a parlare, a raccontare, aiutandoli anche ad affrontare e ad accettare le difficoltà. I bambini non devono sentirci impauriti, è, in primo luogo, dai loro genitori che possono attingere forza per superare gli ostacoli. I genitori devono uscire da un atteggiamento che mette in campo troppe e a volte inutili apprensioni. La situazione “perfetta” non esiste, le situazioni “drammatiche” possono esistere, ma non sono così frequenti come pensiamo. Non possiamo pensare ai nostri figli come bambini da allontanare dalla sofferenza e dalla sconfitta. Dobbiamo essere vigili, ma trasmettere ottimismo e fiducia al di là delle situazioni più o meno difficili. Il collante del legame tra genitori – bambino – insegnanti dovrebbe essere proprio la fiducia Un rapporto solidale tra genitori e insegnanti nell’interesse del bambino. Bisogna assolutamente lavorare per questo obiettivo, ed essere molto attenti a non creare un clima conflittuale. |
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