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Come parlare di adozione e affidamento a scuolaGiuse Tiraboschi –laureata in pedagogia, insegnante scuola elementare - Novara FAMIGLIA E SCUOLA - parte prima Le classi scolastiche di oggi, di ogni ordine e grado, si caratterizzano, dal punto di vista personale e familiare, come un incontro di storie diverse , a volte complicate: ci sono famiglie scomposte, ricostituite o monoparentali, straniere, adottive, affidatarie. Gli alunni sono più o meno consapevoli dei loro vissuti e soprattutto dei loro perché, (dipende certamente anche dall'età e dal livello di elaborazione mentale), ma richiedono agli adulti forti capacità di interazione educativa e la disponibilità ad essere ascoltati. Gli insegnanti spesso si rivelano non sufficientemente preparati dal punto di vista emotivo e non si lasciano coinvolgere in relazioni che temono poi di non saper gestire. In questo modo, il bambino o il ragazzo con la sua storia si espone alla difficoltà di non essere conosciuto, accettato , compreso. In particolare, per i bambini adottati o in affidamento familiare, gli insegnanti ricorrono a facili categorizzazioni: il loro bisogno di essere accolti viene spesso interpretato come disturbo del comportamento e , di conseguenza, degli apprendimenti. La loro possibile “fatica di imparare “ (come la chiama lo psicologo Bowlby) viene letta come sintomo di bassa intelligenza e si fa intervenire il servizio di psicologia scolastica per un accertamento diagnostico! Inoltre, pregiudizi e luoghi comuni sono alla base dell'insofferenza, dell'impazienza di alcuni insegnanti, lontani dalla convinzione che ognuno ce la può fare con i suoi tempi e con riferimenti adulti buoni. La difficoltà maggiore per questi alunni è il trovarsi di fronte alla richiesta, posta in maniera scorretta, di raccontare la propria storia, di spiegare la situazione che stanno vivendo. Ciò avviene di solito in seconda elementare (ma abbiamo visto anche già alla scuola materna) dove il percorso che viene chiamato “ la storia della famiglia” è utilizzato come approccio all'insegnamento della storia. In questo contesto, si chiede per esempio anche al bambino adottato di portare l'ecografia di quando era nella pancia della mamma, gli si chiede di rispondere a domande sul suo passato, di dover ripercorrere tappe dolorose della sua vita, di inserirsi in un albero genealogico che per lui e' stato stravolto. Per i bambini in affidamento, che hanno una famiglia” in più “, che stanno ancora cercando di rimettere insieme i tasselli della propria storia,queste richieste sono davvero molto pesanti e dolorose. Sono pretese che non riconoscono la loro diversità, o, in nome di questa, li escludono dalla partecipazione alla vita della classe. Sarebbe così semplice lavorare per riconoscere ad ogni storia personale e familiare una “normalità speciale” , dove aspettative, obiettivi, prassi educative si arricchirebbero di una specificità per tutti gli alunni, nessuno escluso. Secondo la mia personale esperienza di insegnante e mamma adottiva, i genitori adottivi e affidatari devono chiedere alla scuola attenzione ed ascolto, sensibilità nell'affrontare problematiche così delicate, per poterle trasformare in risorsa e arricchimento per tutto il gruppo classe e per gli educatori stessi. Sono importanti in questa fase un coordinamento e una stretta collaborazione tra la scuola e la famiglia, per preparare insieme un percorso educativo sul concetto di genitorialità nelle sue varie forme. Bisogna fare i conti anche con i libri di testo, che purtroppo ancora non sanno cogliere queste sensibilità. Si può parlare in classe di “storie diverse” , all'interno di un buon clima scolastico, dove ognuno si sente a suo agio, utilizzando storie , film, racconti, e magari fare posto ad interventi di mamme,in una sorta di dibattito giocato sulle emozioni (diseguito si trova un esempio pratico. In ogni caso, penso sia necessario un lavoro costante di sostegno della famiglia sul bambino, “ai fianchi” delle istituzioni e delle persone che incontrerà lungo il suo cammino di crescita. Bisogna fare un lavoro di prevenzione, rafforzando continuamente l'autostima , accompagnandolo senza inutili apprensioni ad essere accolto e riconosciuto nella sua unicità , a saper affrontare domande, curiosità, apprezzamenti che potrebbero creargli disagio. Ogni bambino si può trovare da solo a doversi spiegare, e, se dentro di sé ha le parole giuste e la forza di un'appartenenza affettiva, attiverà tutta una serie di risorse per potercela fare. Non solo, diventerà testimone di una cultura dell'accoglienza e dell'amore, senza condizioni. Parte seconda Oltre ad essere una mamma adottiva, sono anche un’insegnante elementare, e in questo ruolo ho avuto modo di fare alcune riflessioni. Tutti sappiamo che la scuola è un ambiente particolarmente significativo per i legami che si stabiliscono, per le emozioni che si vivono, per le aspettative che si hanno, dove ci si misura con se stessi e con gli altri anche dal punto di vista affettivo. I bambini da soli non ce la fanno ad affrontare passaggi di crescita se non sono stimolati ed aiutati dai loro adulti di riferimento, i quali per primi devono dimostrare di credere nei valori che trasmettono. L’idea di famiglia accogliente, adottiva o affidataria, non è certamente nuova nella società di oggi in cui i modelli di famiglia sono molteplici e diversi (ci sono famiglie classiche, ma anche monoparentali, ricostituite, multiculturali, ecc.): eppure si fatica a trovare, nei percorsi scolastici, uno spazio per parlare di tutto ciò, forse per imbarazzo o per paura. Credo sia necessario offrire alla scuola opportunità di crescita su questi argomenti, preparando gli educatori a fare un lavoro su sé stessi: perché si presentino motivati, in atteggiamento di ricerca e di confronto, attenti , disponibili alla relazione. Si può così parlare di adozione e di affidamento con i bambini: si tratta di contenuti di per sé ricchi e stimolanti, assolutamente comprensibili dalla mente e dal cuore perché veicolano sentimenti, situazioni di vita. Gli strumenti e le strategie di lavoro sono tantissimi. Si può lavorare sulla storia personale, sulla scoperta del sé, utilizzare fiabe, scomporle ed analizzarle… L’obiettivo finale da raggiungere è sempre quello di far acquisire ai bambini la consapevolezza che il rapporto tra figli e genitori è costruito sull’accoglienza, sulle cure, sull’affetto, sulla condivisione delle proprie emozioni. Questo lavoro costituisce inoltre un modo per mettere alla prova la sensibilità di ciascuno, per valorizzare le esperienze, per riflettere su scelte importanti, in una parola, per crescere. Di seguito sono inseriti alcuni percorsi elaborati in classe, ulteriori progetti per la scuola e percorsi possono essere richiesti a novara@anfaa.it PARLARE DI ADOZIONE A SCUOLA - Giuse Tiraboschi –Novara Nella nostra seconda classe elementare, avevamo iniziato un percorso didattico partendo dalla ricostruzione della propria storia personale da parte di ciascun bambino. Come insegnanti, avevamo ben presente che uno dei nostri alunni è figlio adottivo, proveniente da un paese del Sud America a poche settimane di vita; quindi il nostro pensiero era che si potesse sostanzialmente lavorare in due direzioni: riflettere sul concetto di appartenenza a una famiglia (esperienza comune a tutti gli alunni) o ripercorrere avvenimenti ed emozioni ancora precedenti. Ci è sembrato che scegliere questo secondo percorso offrisse un’opportunità ulteriore ai bambini e a noi adulti di crescere insieme, toccando con mano la “diversità” di nascita in un modo stimolante e arricchente, attraverso il racconto di tante esperienze diverse. Abbiamo così messo da parte le nostre ansie di adulti educatori, invitando a scuola contemporaneamente la mamma di Manuel (dopo aver parlato con lei in un precedente incontro) e la mamma biologica di Chiara. Entrambe, alternandosi, hanno parlato ai bambini delle emozioni dell’attesa di un bambino, del momento dell’arrivo; nel racconto hanno dato molto spazio al loro vissuto di coppia che desiderava tanto un bimbo. La mamma di Manuel ha raccontato dell’esistenza e del ruolo del Tribunale per i Minorenni rispetto all’adozione, delle vicissitudini e dei ritmi burocratici affrontati, dell’infinita tenerezza provata nel momento dell’incontro, vissuto proprio come “nascita” da loro. I bambini, attentissimi, hanno rivolto alle mamme presenti una serie di domande, cogliendo per esempio l’importanza di “documenti e timbri” che hanno fatto diventare Manuel figlio a tutti gli effetti; cercando di capire in quali condizioni fosse subito dopo la nascita biologica; usando i termini di “mamma e papà” per indicare i genitori di Manuel che “erano andati a prenderlo”. Manuel, visibilmente teso all’inizio della conversazione, si è man mano rilassato, fino a capire di essere un po’ il protagonista per questa bellissima avventura di nascita adottiva. Occorre dire che Manuel è sempre stato restio a parlare di sé (la mamma ce lo aveva presentato come un “riccio”) ma, alla fine, ha reso una dichiarazione pubblica dicendo: “Mi sarebbe tanto piaciuto essere da sempre nella tua pancia, mamma”. Manuel non è figlio unico, ma ha ben tre fratelli di cui uno adottato come lui in Sud America, sia pure in tempi precedenti, e gli altri nati dalla pancia della mamma; anche per ciò è comprensibile questo desiderio, ma soprattutto il suo coraggio di esprimersi pubblicamente ha commosso le insegnanti presenti e ed anche i compagni. Io che scrivo, come insegnante e mamma adottiva, l’ho apprezzato molto e sono rimasta piacevolmente colpita dal coinvolgimento dimostrato dalla classe rispetto al vissuto dell’adozione. Questi sono stati per me ulteriori momenti di riflessione sulla disponibilità mentale di bambini di 8 anni verso argomenti forti, che spesso noi adulti esistiamo a presentare, forse per nostre interne paure. Ho pensato anche alla mia esperienza genitoriale (mio figlio ha la stessa età di Manuel) e a come mi sarei sentita coinvolta in un lavoro di questo genere. Credo che per me e mio figlio sarebbe un momento molto particolare di rafforzamento del nostro legame, diventato pubblico e condiviso emozionalmente da chi riesce a coglierne l’enorme valore. Il messaggio che volevamo far arrivare è che mamma e papà non sono solo quelli che generano da sé un bambino, ma anche quelli che se ne prendono carico, giorno per giorno, con amore. Attraverso le parole raccontate, i gesti, le emozioni, crediamo che il messaggio sia proprio giunto a destinazione.
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