“AVERE” UN FIGLIO O “ESSERE” GENITORI: UN PROBLEMA CHE NON RIGUARDA SOLO LE FAMIGLIE ADOTTIVE 

di Guido Cattabeni   (dal volume “Siamo tutti figli adottivi” - di L. Alloero, M. Pavone, A. Rosati , Rosenberg & Sellier, Torino) 

L’adozione, intesa come concreta risposta al bisogno-diritto di ogni bambino (definitivamente impossibilitato a crescere con i genitori che l’hanno generato) ad avere una famiglia alternativa, è ormai entrata nella nostra cultura da quasi un quarto di secolo. In questi anni l’opinione pubblica ha certamente acquisito alcuni concetti di fondo (un tempo patrimonio esclusivo dei tecnici in campo psicologico), tra i quali, innanzitutto, il concetto dell’indispensabilità dell’ambiente familiare per una piena e armonica formazione della personalità (dalla nascita e per tutto l’arco dell’età evolutiva): e poi la coscienza degli effetti traumatici sui minori conseguenti a condizioni di abbandono non solo materiale, ma anche e soprattutto affettivo e morale (importanza, agli effetti pedagogici, del poter contare su una continua disponibilità dell’ambiente familiare in cui si è nato e per tutte le fasi dello sviluppo); la “scoperta” delle gravi carenze pedagogiche della soluzione “istituto” per i bambini privi di adeguate cure familiari, carenze tanto più gravi quanto più il bambino è piccolo (ricordo gli studi fondamentali in questo campo di Bowlby e Spitz, per citare solo i più noti). 

Rispettare il progetto misterioso….

Accanto a questi concetti, ormai quasi generalmente acquisiti, ve ne sono alcuni altri attorno ai quali l’unanimità del consenso sociale è più difficile o perché si tratta di problemi delicati e complessi come, ad esempio, la definizione di stato di abbandono[1] (secondo quali criteri si può affermare che due genitori non assolvono sufficientemente i loro doveri educativi?), o perché si tratta di aspetti che coinvolgono i vissuti emotivi inconsci profondamente radicati nel cuore della personalità di ciascuno di noi, gente comune e addetti ai lavori (mi limito ad accennare, per esempio, alle dinamiche emotive connesse all’immagine materna buona o cattiva che abitano nel conscio e nell’inconscio di ogni adulto). Vi è anche una terza area di aspetti riguardanti l’adozione che a livello socioculturale non è ancora sufficientemente conosciuta ed è quella dei problemi che nel corso di una esperienza di adozione incontrano sia i bambini adottivi che gli adottanti.

È, per esempio, opinione abbastanza diffusa che il vissuto dei bambini adottati sia sempre un po’ diverso da quello dei bambini non adottivi e che possa essere spesso traumatico per i bambini cambiare genitori (cambiare identità) e rendersi conto di essere stati abbandonati dai genitori biologici. In realtà l’osservazione clinica longitudinale condotta per anni in diverse famiglie adottive (ora ci sono dati anche sulle adozioni italiane, ma, ad esempio, in Francia, dove questo tipo di adozione è stato istituito molto prima che da noi, c’è una ricchezza di dati molto superiore e significativa) ha dimostrato che è molto più difficile essere genitori adottivi che bambini adottati.

… nascosto in ogni figlio

E ancora: si crede speso che essere genitori adottivi sia più difficile che essere genitori “normali”. In realtà essere buoni genitori è ugualmente difficile, in entrambi i casi. Nell’adozione si incontrano problemi educativi diversi, non più difficili, rispetto a quelli che si incontrano come genitori comuni. Naturalmente ogni coppia, ogni famiglia, ha caratteristiche diverse, che la possono rendere più adatta o meno adatta (o del tutto non adatta) a un impegno educativo che ha esigenze specifiche, come il caso dell’adozione. Quali caratteristiche sono necessarie per poter affrontare il compito di genitori adottivi, per poter risolvere con successo i problemi educativi che si incontrano? I genitori adottivi si trovano a dover affrontare, anzitutto, i problemi comuni e fondamentali di qualsiasi altra relazione genitori – figli. Il neonato, il bambino, il ragazzo, con cui qualsiasi tipo di genitore interagisce, è una “persona” ed è una persona “originale”, vale a dire una persona che si sviluppa pienamente solo a condizione che le sia consentito di essere se stessa, di acquisire liberamente una propria identità, di diventare qualcuno “mai esistito prima” (nemmeno nell’immaginazione di chi lo ama o lo ha messo al mondo o lo sogna conforme a modelli ideali percepiti come assoluti): un buon genitore rispetta il “progetto” misterioso nascosto nel seme originario di ogni figlio, non lo considera figlio di sua proprietà, ma “figlio della vita” stessa, di quella vita in cui dovrà, un giorno, inserirsi autonomamente da protagonista, abbandonando la matrice psicologica genitoriale in cui è cresciuto.

Allo stesso modo è importante che ogni relazione educativa si fondi su una esperienza di amore incondizionato dell’adulto per il bambino: per progredire nelle sue relazioni interpersonali al bambino necessita l’esperienza, iniziale e successivamente confermata, di essere amato per se stesso, sempre, qualsiasi cosa gli succeda o comunque si comporti. Solo da questa esperienza fortemente valorizzante può nascere nel bambino la fiducia in “se stesso”, la disponibilità a far proprie le regole della convivenza sociale e a contribuire a migliorarle (acquisizione d’un ruolo sociale creativo). 

Saper “stare in dialogo” con il bambino

Padre e madre si è quando si “sta in dialogo” con il bambino, in ogni fase della sua evoluzione: nei primi anni proteggendo, guidando e stimolando il bambino nella conoscenza di sé e del mondo in cui vive: mettendo a sua disposizione le superiori capacità fisiche e psichiche di cui l’adulto è dotato; poi, dopo l’infanzia, favorendo e sopportando l’indispensabile distacco psicologico dall’ambiente familiare e le graduali esperienze di autonomo inserimento nel più ampio mondo extra familiare. Chi non è un buon genitore, in assoluto, non può certo essere un buon genitore adottivo. Sottolineo il verbo: essere un buon genitore, perché le buone intenzioni coscienti o le conoscenze pedagogiche teoriche non sopperiranno mai a difficoltà interiori profonde, specie quando, inconsapevolmente, queste consistono nell’attendersi dal bambino una funzione di rimedio ai propri bisogni emotivi inconsci e difensivi. Un figlio non può mai risolvere le problematiche affettive dei genitori: la relazione educativa, basata su un’attesa di questo tipo (quasi sempre inconsapevole!) è destinata in ogni caso all’insuccesso, anche se questo avverrà in maniera differente a seconda che si tratti di un figlio adottivo o non. Questa maturità personale e di coppia, che consente di essere buoni genitori in ogni caso, è la dote indispensabile che si richiede a chi si rende disponibile all’adozione. Quando si è chiamati a valutare l’idoneità di una coppia all’adozione si ricerca prioritariamente proprio la capacità di essere “buoni genitori normali”, in assenza della quale è inutile “testare” l’idoneità ad essere genitori particolari, vale a dire capaci di affrontare i problemi specifici della relazione adottiva.

Essere buoni genitori, si è detto, è necessario, ma non sufficiente per essere automaticamente buoni genitori adottivi: per esserlo, bisogna anche saper affrontare adeguatamente (con il cuore, non con le parole!) i problemi educativi specifici dell’abbandono. Alcuni di questi problemi sono comuni ad ogni rapporto adottivo; mentre altri dipendono da aspetti variabili da un caso all’altro, e cioè:

-          l’età del bambino al momento dell’adozione;

-          le motivazioni che hanno condotto la coppia all’adozione;

-          la presenza di altri figli generati dalla coppia;

-          l’appartenenza della famiglia adottiva a razza diversa da quella bambino adottato;

-          le vicende della famiglia d’origine del bambino. 

L’esperienza dell’abbandono

I problemi che fanno di ogni adozione una vicenda educativa particolare e diversa rispetto a quella delle altre famiglie sono fondamentalmente: l’esperienza di abbandono vissuta dal figlio adottivo; l’informazione sulle sue origini; le influenze dell’ereditarietà.

Un bambino adottato è sempre un bambino che ha vissuto l’esperienza della famiglia perduta. Certamente molto diverse sono le conseguenze psicologiche che patisce un bambino che non ha avuto una famiglia (abbandono alla nascita e periodo più o meno lungo di ricovero in istituto) rispetto a quelle che subisce il bambino che perde una famiglia in cui ha vissuto, e pertanto diversi saranno i problemi che i genitori adottivi dovranno affrontare. Nel primo caso si parla di mancato “ammaternamento”, nel secondo di rottura del legame con la figura materna. Contrariamente a quella che è l’opinione comune, sono molto più serie le conseguenze negative sulla personalità per il bambino che è stato istituzionalizzato dalla nascita che non per quello che ha già avuto una famiglia (ovviamente non patologica) e poi l’ha persa. In genere si pensa invece che chi non ha mai avuto una famiglia si “ammaterni” più facilmente, non dovendo scegliere fra due madri sarà felice di trovarne finalmente una. Qualche anno fa mi è capitato di constatare drammaticamente che questo poteva non essere vero, quando una preadolescente, che avevo seguito per diverse anni in diverse vicende di istituzionalizzazione mi chiese con insistenza ossessiva di poter avere finalmente una famiglia come ogni ragazza normale. Dopo pochi mesi di convivenza in una famiglia molto disponibile e preparata chiese di ritornare in collegio perché la vita familiare non era fatta per lei: l’essere amata la spaventava e le appariva come un legame che le toglieva la libertà. “Se quello che faccio fa dispiacere a chi mi vuol bene non posso più fare quello che voglio: io in una famiglia soffoco, anche se nessuno mi tratta male”, mi diceva, “cercami qualcosa che sia una via di mezzo tra una famiglia e un istituto”. Un’istituzionalizzazione precoce e prolungata può produrre danni molto difficilmente guaribili, mentre un’esperienza di perdita della figura materna può essere invece pienamente riparata. Infatti i bambini sono in grado di strutturare la loro relazione con i genitori adottivi sia in modo da trasferire inconsciamente su di loro la responsabilità della precedente esperienza di abbandono, ma, allo stesso modo possono riferire a loro anche le esperienze gratificanti e maturanti che possono aver vissuto con i genitori di origine. 

Quali informazioni sulle origini

In quasi tutti i casi i genitori adottivi devono comunque fare i conti con bambini e ragazzi che avendo poca fiducia in se stessi e negli adulti a causa dell’esperienza di abbandono, hanno per lungo tempo bisogno di rassicurazione, valorizzazione e conferme al punto tale da disorientare e preoccupare chi, dopo averli accolti e amati incondizionatamente, non avesse una sufficiente autonomia e non fosse capace di tollerare con serenità gli attacchi al proprio narcisismo (la convinzione di essere un genitore dall’amore onnipotente).

Per quanto concerne la questione dell’informazione da dare al figlio adottivo sulle sue origini si è constatato, nel corso degli anni, una sempre più ampia presa di coscienza che è bene che i genitori informino il bambino, anche se adottato in tenera età, sulle sue origini, in modo corretto e precocemente, per non correre il rischio che egli lo apprenda tardivamente e in modo imprevedibile, con le conseguenze di ferite affettive e di ribellioni comportamentali dolorosissime. Infatti scoprire di essere stati ingannati per anni da chi ha sempre affermato di amarti come un figlio non può che farti dubitare della generosità di questo amore paterno e materno.

Un’informazione corretta e tempestiva richiede tuttavia, oltre che una personale sicurezza sul proprio amore, una capacità che non è trasmessa culturalmente e che quindi va appresa. Bisogna imparare a spiegare le ragioni dell’abbandono senza incrinare l’autostima del bambino (“non mi hanno tenuto perché io non sono abbastanza desiderabile”, “mi hanno preso in adozione perché non potevano avere figlio nel modo che desideravano”). Ma anche: come spiegare queste realtà in modo che ad altri, ancora legati agli schemi tradizionali del figlio “vero” che è solo quello di sangue, il bambino possa rispondere senza andare in confusione o essere turbato? Anche i più preparati possono trovarsi improvvisamente in difficoltà impreviste.

Come nel caso di quella madre adottiva che mi chiamò telefonicamente in soccorso il giorno in cui la figlia, adottata già grande e quindi più che informata, tornò da scuola chiedendo di improvvisare la storia fotografica della sua vita dalla nascita a quel giorno in modo da svolgere il compito assegnatole dall’insegnante (che non aveva pensato alla scolara adottata nella formulazione del tema) e la madre non voleva assecondare la figlia, il problema fu risolto con l’efficacia della semplicità: mamma, figlia e insegnante si accordarono e mentre i compagni portarono l’album fotografico della loro vita, la mamma adottiva andò in classe a raccontare la storia della nascita e della vita della loro compagna, con grande gioia della bambina che scoprì così, di avere una mamma considerata “vera” anche da tutti gli altri. 

Ereditarietà e ambiente

In fondo, il problema dell’informazione è il problema dei fantasmi, che abitano nell’inconscio degli adulti: non è un problema che nasce dai bambini, ma diventa un  problema dei bambini quando gli adulti trasmettono il loro, quello legato al loro nascosto “romanzo familiare”. Bisogna dunque aver chiaro che “nato da” non è sinonimo di “figlio di”. E’ una certezza antica nella storia dell’umanità se già San Giovanni Crisostomo osservava che “non si è meno padri per la nascita di un bambino che per la saggia educazione che gli si dà; essere madre non  è tanto generare quanto allevare saggiamente il bambino”. L’essere genitori non coincide con la procreazione in senso fisiologico. L’affetto, non il sangue, rende genitori in pienezza. La filiazione adottiva va considerata a pari livello, a pari dignità, della filiazione che si basa sulla generazione fisiologica. Informare correttamente il bambino adottato è dunque condurlo alla scoperta di queste verità più che fornirgli notizie oggettive sulla sua storia. Quanto al problema del patrimonio genetico del bambino adottato, che non “rispecchia” quello dei genitori adottivi, va detto che è un problema spesso sottovalutato e affrontato dilettantisticamente, anche da qualche operatore tecnico. E’ infatti opinione diffusa che l’affetto, la disponibilità, la buona preparazione pedagogica sono sufficienti ad affrontare ogni problema educativo, negando ogni importanza al problema dell’eredità cromosomica. Si sente dire spesso: “Se il bambino è amato ed educato nel modo corretto non diventerà mai un bugiardo, un ribelle capriccioso, un disadattato passivo o aggressivo, eccetera”. Tuttavia, altrettanto spesso, mi è capitato di raccogliere angosce o timori, davanti ad insuccessi educativi imprevisti, sulla possibile presenza di fattori ereditari patologici. Di fronte alla frustrazione delle proprie attese affettive (un po’ di narcisismo c’è, fisiologicamente, in tutti) possono scattare infatti reazioni difensive (“Non è colpa mia: io ho fatto di tutto! Non ci sarà qualche difetto ereditario?”) che si alimentano di fantasmi inconsci (irrazionali e illogici) sull’ereditarietà dei tratti psichici della personalità.

Quando i genitori adottivi non si riconoscono nel figlio che li delude può emergere in loro il fantasma emotivo del bambino “straniero in casa”, “cattivo di natura”; può cioè iniziare il fenomeno del “rigetto di un corpo estraneo”. In realtà la personalità e il carattere, è bene ricordare, non sono determinati dal patrimonio genetico ereditario, ma dall’ambiente, in particolare dall’ambiente familiare, in cui dalla nascita il bambino cresce: sulla base delle esperienze relazionali tra singolo individuo e ambiente si formano gli aspetti essenziali del carattere e la base della struttura personologica. Questo vale anche nel caso estremo di bambini che nascono con menomazioni organiche, congenite o ereditarie: ”handicappati” (=svantaggiati) non si nasce, ma si diventa; in forza di una relazione sociale che non è capace di rispondere alle caratteristiche fisico – psichiche della persona e ai suoi particolari bisogni vitali. 

Non esiste una ereditarietà morale solo negativa

Non esiste per i figli adottivi, come per tutti gli altri, un’ereditarietà morale soltanto negativa. Quando vi sono timori profondi legati al concetto di ereditarietà morale negativa (e questo può succedere anche quando non si sa nulla dei genitori biologici: al buio i fantasmi nascono più facilmente!). Il rapporto educativo nell’adozione corre gravissimi pericoli e i fallimenti dell’adozione sono assai frequenti. Perché la relazione educativa non incappi in questi esiti drammatici è necessario che chi affronta l’adozione conosca oggettivamente la questione dell’influenza ereditaria e/o ambientale sulla formazione del carattere ed è soprattutto necessario che non abbia una struttura narcisistica che lo costringa a difendersi, di fronte a risultati educativi non soddisfacenti, con la deresponsabilizzazione (ma neanche con il masochismo del ritenersi gli unici colpevoli del risultato negativo).

Quando esiste questo atteggiamento positivo succede che i genitori adottivi “si riconoscono, si ritrovano nel figlio”, favorendo così la nascita di quel reciproco sentimento di appartenenza, su cui si fonda anche la relazione filiale dei genitori biologici. Coloro che non sono pienamente e profondamente convinti di poter diventare genitori a pieno titolo di un bambino non procreato, coloro che sentono prioritario il “vincolo di sangue” per poter essere “genitori di” non sono idonei all’adozione, perché al fondo non saranno mai certi di essere genitori “veri” di un figlio “vero”. 

Le conseguenze negative del ricovero in istituto

Tra gli aspetti che possono comportare problemi particolari, specifica per ogni caso, ricorderò qui solo i più frequenti e quindi i più importanti da tenere in considerazione. Innanzitutto l’età del bambino al momento dell’adozione. Nella quasi totalità dei casi l’adozione non avviene né alla nascita né entro un periodo successivo di poche settimane. Essendo troppo poco diffusa la conoscenza dell’importanza dei primi mesi di vita del bambino, molti ritengono ancora che non si incontrino problemi di particolare significato iniziando un rapporto adottivo con un bambino che abbia un’età inferiore ai due-tre anni (a meno che non abbia subito gravi traumi psichici). Gli studi psicologici iniziati nel secolo scorso hanno però ampiamente e inoppugnabilmente dimostrato addirittura il contrario. Per esempio, la carenza di cure familiari per i primi mesi dopo la nascita comporta già delle influenze sull’organizzazione psichica del bambino, tanto da richiedere una grande sensibilità e una intelligente attenzione da parte di chi lo accoglie in famiglia. Già si è formato un nucleo di personalità differenziata che necessita di comprensione e di rispetto “delle abitudini comportamentali”, perché possa instaurarsi quel “dialogo educativo” cui accennavo all’inizio.

La capacità di ascoltare (col cuore, non con le orecchie!) di “capire” mettendosi nei panni dell’altro, di rispettare la “personalità originale” che ci si trova vicino, e tanto più necessaria:

-          quando il bambino adottivo è inferiore ai 5-6 anni di età:

-          quando, in questi primi anni, le esperienze sono state carenti e/o deformanti. 

Genitori si diventa quando il bambino “adotta” la sua nuova famiglia

Un bambino, invece, di 5 o 6 anni o più, che abbia trascorso questi suoi anni in un ambiente familiare sufficientemente sano, pone problemi educativi meno delicati e complessi, anche se avrà bisogno di più tempo per rielaborare, senza fratture, una “nuova genitorizzazione”. In ogni caso, per diventare genitori di un bambino adottivo, bisogna “avvicinarsi psicologicamente” a lui lasciandogli lo spazio e il tempo per maturare fiducia e sicurezza. Praticamente bisogna sapere che genitori si diventa “quando, il bambino (o il ragazzo) adotta i suoi nuovi genitori”. Le vicende del bambino che adotta i genitori iniziano con un periodo in cui il bambino “osserva tranquillamente” i nuovi adulti che si occupano di lui. Bisogna saper reggere poi all’improvvisa “tempesta dopo la calma”: la tempesta delle verifiche, spesso aggressive e provocatorie, che il bambino ha bisogno di fare per accertarsi se “l’offerta d’amore” che gli è stata fatta, regge incondizionatamente. Solo se questo amore non cade sotto l’urto, anche ripetuto e prolungato, di una serie di verifiche sottili o insidiose o grossolane e violente, solo allora il bambino potrà lasciarsi andare fiducioso nelle braccia che aspettano di accoglierlo, di proteggerlo, di alimentarlo con carezze buone. La terza fase (quella che arriva dopo quella tranquilla di osservazione e quella turbolenta della verifica) è indescrivibile per chiunque: è, infatti quella in cui il bambino si lascia andare, senza controlli dettati dal timore o diffidenza e si manifesta per quello che è, nella certezza ormai raggiunta di poterselo permettere senza rischiare abbandoni o aggressioni. È la fase in cui nasce, cresce e si organizza un reale rapporto genitori – figlio, che parte tuttavia, non dal livello desiderato dai genitori, ma dal livello maturativo a cui i figli erano arrivati prima, con gli altri adulti o genitori che avevano conosciuto.

Essere genitori adottivi significa pertanto saper partire, con i figli, dal livello in cui li hanno portati “altri”. Pretendere un proprio ideale punto di partenza avrebbe il significato di proporre un rapporto basato sulla “violenza” affettiva. E la risposta del bambino sarebbe immaginabile per chiunque in questo caso. 

Quando ci sono altri figli biologici

Un accenno, almeno, merita anche la questione dell’adozione in presenza di figli biologici della coppia. C’è chi è contrario a queste adozioni, nella convinzione che non si possa amare con la stessa intensità un “figlio di sangue” (ancora la legge del sangue!) e un figlio adottivo: meglio, dicono costoro, preferire come adottivi genitori che non hanno potuto avere figli biologici, perché ameranno, molto più degli altri, un bambino adottato. Abbiamo già descritto gli elementi indispensabili per essere buoni genitori in genere e buoni genitori adottivi in particolare, cosicché avere figli biologici o non averli appare decisamente poco determinante. È invece importante, quando si hanno già altri figli e ci si renda disponibili ad un’adozione, tenere presenti i problemi che potrebbero incontrare i vari componenti della famiglia adottiva a seconda dei bisogni che potrebbe presentare un nuovo arrivato. Non si può fare riferimento, in questo caso, all’idoneità all’adozione della coppia, ma all’idoneità della famiglia globale. Per chi invece non può generare fisiologicamente, sarà importante comprendere se le motivazioni profonde, che portano all’adozione non siano magari legate ad un inconscio bisogno di compensare un vissuto di menomazione del proprio “essere femminile o maschile”. Se così fosse, i problemi, che i genitori adottivi incontrerebbero nel rapporto con un figlio, sarebbero contradditori e “ingarbugliati” con alto rischio di strumentalizzazione compensatoria del figlio. In caso di sterilità, per adottare è necessario aver accettato e superato positivamente il trauma profondo vissuto al momento della scoperta della sterilità personale o di coppia.  

In sintesi: il problema di fondo è capire che cosa voglia dire “essere genitori”, superando la mentalità comune che identifica il genitore solo in chi genera “fisicamente”, in chi procrea biologicamente. Nel 1982 la sezione di Trento della “Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie” (ANFAA) ha contribuito, nel convegno di Riva del Garda, a puntualizzare gli aspetti fondamentali del problema, formulando alcune considerazioni sul tema “Prima di essere genitori adottivi si è genitori”. Vorrei concludere con una sintesi di questo contributo, che può stimolare la riflessione di ogni lettore.

Ciò che spinge i genitori a procreare e ad adottare un figlio, secondo noi, è il desiderio, desiderio diverso a seconda della storia di ognuno:

-          di “avere” un figlio;

-          di dare al figlio tutta la propria carica affettiva;

-          di ottenere con il figlio il completamento della coppia e la realizzazione della famiglia;

-          di vedere proiettato se stesso in un figlio, che dovrebbe realizzare aspettative, sogni, aspirazioni, speranza;

-          di dare un compagno al proprio figlio biologico e adottivo;

-          di avere una famiglia numerosa, prendendo atto che esistono ancora spazio affettivo, disponibilità psicologica e, perché no, risorse economiche adeguate per altri figli.

I desideri di avere il primo, il secondo, il terzo o il quarto figlio, adottato o no, possono quindi essere molto diversi, egoistici o altruistici, reali o ipotetici. Il problema è che, una volta accettato questo desiderio ed entrati nell’ordine di idee di concepire o adottare un figlio, c’è una storia, personale o della famiglia, che porta ad essere genitori in un modo o nell’altro. Si può, infatti, partire da un desiderio egoistico o sbagliato, ma poi, il modo in cui il genitore si pone nei confronti del figlio può essere tale da modificare l’iniziale rapporto di possesso, considerando il figlio come persona e non come mera proiezione di sé. Si può invece partire nel modo migliore per ritrovarsi poi con un desiderio di possesso che sopravanza e modifica quelle che era un desiderio “vero” all’inizio. Ecco perché, secondo noi, il problema alla radice è “essere genitori” e soprattutto, imparare a diventarlo. Genitori non si nasce, si diventa.

 

 

 

 


[1] Sarebbe preferibile utilizzare dal punto di vista giuridico il termine “adottabilità”.