Una carezza genitore” di Pino Roveredo (scrittore triestino)

 

            Io e mia moglie avevamo letto su un articolo di giornale, articolo che spiegava di un’Associazione per le famiglie affidatarie; ricordo che, senza pensarci su un minuto, ci siamo informati e, dopo aver percorso e atteso la burocrazia del caso, una mattina abbiamo aperto la porta all’arrivo del piccolo Marino: un ragazzino di sette anni con dei meravigliosi riccioli neri messi sopra una minuscola figura. Era così esile e leggero da farmi temere che anche un piccolo soffio di vento se lo poteva portare via.

            Nonostante le nostre feste e quelle dei nostri figli, il primo giorno non aprì bocca; anzi, si accovacciò in un angolo con la testa fra le ginocchia, sembrò che volesse spegnere la luce tra noi e la nostra gioia. Solo all’ora di cena, sollecitato dall’odore dell’arrosto, si sollevò dal suo nascondiglio e si accomodò con noi; lì per la prima volta lo vedemmo sorridere con i suoi stupendi occhietti neri.

            Mi confessò il giorno dopo che  la gioia non gli venne dalle abbondanti portate alimentari, torta compresa, bensì dall’emozione di trovarsi per la prima volta dentro una cena in compagnia, dove si poteva mangiare, gustare, apprezzare e – quel che era più incredibile – persino parlare.

            Dopo quella sera e quel sorriso l’iniziale timidezza puntò velocemente sulla confidenza. La vergogna di spogliarsi si buttò nella vasca da bagno con gli altri bambini ; i disegni solitari in cameretta diventarono l’esposizione orgogliosa per tutta la famiglia;  la pipì a letto si fermò con il bacio della buonanotte. Poi c’era quel difetto di parola, che con una balbuzie lo faceva saltare sulle frasi; lentamente quell’intralcio si trasformò nella sicurezza che volava di sillaba in sillaba.

            La nostra famiglia si allungò di affetto. Affetto meraviglioso dell’abbraccio, affetto per una manina che si aggrappava alla mia mano, o a quella di mia moglie, quando si accompagnava Marino a scuola e lui, orgoglioso, vantava la compagnia dei coetanei. Affetto sereno sui chilometri di gite e affetto premuroso per le cadute in bicicletta.

…..si, sono stato un genitore provvisorio del piccolo Marino, però genitore del cuore e quando lo ripenso – ora che non sta più con noi – sollecito una speranza: … che ora sua madre sia puntuale come il bacio della buonanotte e l’abbraccio del giorno e, soprattutto, non gli tolga mai – dico mai e poi mai – la sacrosanta giustizia di una carezza genitore.