Carla è mamma di Luca (9 anni) e di Marco (5 anni). Il marito se n’è andato da due anni e si è reso irreperibile. Carla lavora con un contratto di sei mesi. Ha iscritto entrambi i bambini al prescuola per poter arrivare in orario in ufficio. Ha però difficoltà con le uscite da scuola e per i giorni di vacanza.
Inoltre, Carla attraversa momenti di grande sconforto, e ha anche pensato di “farla finita” per lei e per i suoi bambini. Gianna è una mamma sola. A causa di una grave malattia è in sedia a rotelle. Marta, la figlia di 11
anni, soffre molto e si sente anche lei “diversa”. Ha
bisogno di essere accompagnata a scuola, in piscina:
di poter avere una “vita normale” che la madre
immobilizzata in casa non le può dare. Alla chiusura
psicologica e sociale della figlia, corrisponde una
profonda depressione e sfiducia nella vita della
madre.
Entrambe le madri hanno bisogno di sostegno, di
accompagnamento, di amicizia, di relazioni significative,
di aiuti concreti nell’accudimento dei figli, di
solidarietà che le loro famiglie “naturali”, per motivi
diversi, non sono in grado di offrire. I figli hanno
necessità di scoprire che la società non è loro ostile;
che in essa vi sono persone ed istituzioni attente
a loro, desiderose di aiutarli; che molte persone
adulte sanno voler bene in modo disinteressato.
Per situazioni come queste occorre pensare ed
immaginare sostegni nuovi che rispondano alle loro
necessità complessive: dei minori e dei genitori.
Solo tenendo uniti genitori e figli, creando loro attorno
un clima di accoglienza e di attenzione è possibile
infondere la fiducia indispensabile per un’esistenza
degna di essere chiamata vita.
La Fondazione Paidea e il Comune di Torino, in
collaborazione con associazioni ed organismi del
territorio tra i quali la Caritas diocesana, hanno lanciato
il progetto “Dare una famiglia ad un’altra famiglia”.
Si tratta di una modalità innovativa di affidamento
che permette di non smembrare i nuclei familiari
e tenere uniti genitori e figli. L’idea è di affiancare
una famiglia “solidale” a un’altra che si trova in
difficoltà.
Così Carla e Gianna hanno al loro fianco due
famiglie che le sostengono nelle loro traversie e su
loro richiesta vanno a prendere i bambini a scuola e
li accolgono nelle vacanze scolastiche.
Due famiglie per una è un ampliamento del progetto
“inventato” dalla Caritas. Quest’ampliamento
ha dato ottimi risultati. A fianco della famiglia in difficoltà
si crea un clima di “famiglia normale”. In ognuno
delle due “storie” vi è una famiglia di pari età della
madre reperita tra i genitori dei compagni di scuola
dei figli, ed un’altra famiglia “senior”. Non è più un
rapporto stretto a due, ma si riproduce la “famiglia
allargata” dove nonni e zii aiutano la figlia, la sorella
durante i periodi di maggior fatica. Inoltre, le famiglie
solidali si sentono meno cariche di responsabilità
perché la condividono.
Questo stile di “genitorialità condivisa” che si crea,
permette alle mamme di conservare l’unione con i
loro figli, di essere sempre loro le “titolari” della loro
educazione, del ménage familiare, di avere al fianco
famiglie accoglienti e disponibili ad aiutarle e sostenerle
senza mai giudicarle. Si sentono circondate
d’affetto sincero ed incoraggiate. I loro figli “respirano
amore e giustizia sociale” e vedono le loro madri
sostenute ed apprezzate e anche loro acquisiscono
fiducia nelle altre persone e nelle istituzioni.
La prima sperimentazione doveva svolgersi su
otto situazioni familiari. Dopo il primo anno si è già
giunti a 25 nuclei aiutati e 40 minori coinvolti. Il soddisfacimento
è generale: di chi è stato aiutato, ma
anche delle famiglie “risorsa”. Il Comune di Torino e
la Fondazione Paidea hanno anche pubblicato un
libro per meglio rendere noto il loro progetto: Dare
una famiglia a una famiglia, edizione Ega, presentato
a Torino il 19 maggio 2007.
Questo progetto, come tutti quelli nuovi, necessita
di un cambiamento culturale, della società civile e
delle istituzioni. Esso pone:
• in primo luogo al centro la famiglia anziché solo
il minore considerato sovente come soggetto a se
stante;
• in seconda battuta necessita di una stretta collaborazione
del servizio pubblico e del volontariato,
riducendo così la diffidenza e la paura tipica delle
famiglie in difficoltà;
• richiede un’ottica preventiva del disagio familiare
non solo nei servizi socio-assistenziali, ma anche
scolastici e civili in senso ampio. Difatti, se le famiglie
vengono aiutate ai primi segnali di disagio attraverso
una solidarietà diffusa e condivisa tra pubblico
e privato, si evita l’aggravamento e la cronicizzazione.
Inoltre si contribuisce a creare una società
dove ogni persona si senta “appartenente alla propria
comunità territoriale”;
• indispensabile è poi il coinvolgimento dei mezzi
d’informazione affinché parlino di questa nuova
opportunità di aiuto alla famiglia. Neppure tanto
nuova!
Ritengo, a conclusione di questa breve esposizio-
DARE UNA FAMIGLIA AD UN’ALTRA FAMIGLIA
GIUSEPPINA GANIO MEGO
ne, riportare alcuni brani della lettera che Carla ha
voluto scrivere per il libro citato: «… non posso che
ringraziare le famiglie che mi sono state vicine in
questo progetto che ha consentito a me ed ai miei
bambini di affrontare momenti veramente difficili…
l’aiuto delle due famiglie nella gestione quotidiana
dei miei è fondamentale e mi consente di poter lavorare
per provvedere al loro sostentamento senza
privarli della loro famiglia. Il successo di tale iniziativa
è testimoniato dall’atteggiamento sereno e consono
alla loro età dei miei bambini malgrado l’abbandono
paterno.
«A parer mio questo tipo di aiuto ha dei risvolti più
umani e meno traumatici dell’affidamento: aiuta una
famiglia a mantenersi unita. Il suo principio è legato
al passato: la vita delle famiglie non era chiusa,
c’era sempre una mamma disposta ad occuparsi dei
figli di un’altra nella necessità. Nel contempo si
fonde con il concetto “moderno” e “civile” della
responsabilità che tutta la società nel suo insieme
ha verso tutti i bambini, non solo i nostri “biologici”.
«Dall’infanzia siamo tutti responsabili come collettività.
Secondo me tutto ciò che non dimentica il
passato e sa legarsi al futuro non può che portare
positività nella vita dell’uomo. Un aspetto fondamentale
è inoltre il suo alto valore preventivo: certe
situazioni familiari lasciate a se stesse sono destinate
a degenerare sempre di più sfociando a volte
in tragedie.
«La mia esperienza è che progetti come questo
non vengano abbandonati nell’interesse di tutti quei
bambini e genitori che, loro malgrado, vivono situazioni
difficili. Essi hanno comunque il diritto di vivere
con la speranza di un domani sereno. Grazie alle
due famiglie».

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